Partito di Alternativa Comunista

Basta sacrifici per i lavoratori!

Fermiamo le guerre sociali e militari di Prodi!

Sciopero generale subito!

 

Fabiana Stefanoni

 

Tutti i governi nemici si assomigliano tra loro, ogni governo amico è amico a modo suo. La particolarità del governo Prodi è quella di essere amico dei padroni, ma di voler far credere di essere amico dei lavoratori. Se non fosse che milioni di lavoratori pagano lo scotto, sarebbe un bel soggetto per una commedia teatrale.

 

L'affondo sulle pensioni

 

Mentre scriviamo, siamo in attesa di sapere cosa ci riserverà il Dpef (documento di programmazione economica e finanziaria), previsto per la fine di giugno. L'unica cosa certa è che, dopo i regali alla previdenza privata con lo scippo del Tfr e il famigerato silenzio-assenso, le nuove generazioni vedranno aumentata l'età minima per la pensione e drasticamente diminuita (con la revisione dei coefficienti) l'entità dell'assegno mensile. Si tratti di mantenere lo "scalone" di Maroni (che dal 2008 aumenta l'età pensionabile da 57 a 60 anni) o di sostituirlo con gli "scalini" del ministro Damiano, la sostanza non cambia: nel giro di pochi mesi, lo smantellamento del sistema pensionistico subirà una drastica accelerazione.

E qui viene la particolarità del governo "amico" Prodi, cioè un governo sostenuto da partiti socialdemocratici, Rifondazione in testa: questo pesante attacco alle pensioni sta avvenendo in un clima di relativa pace sociale, senza che i sindacati proclamino lo sciopero generale. Anzi, la burocrazia Cgil, dopo aver sostenuto attivamente lo scippo del Tfr (con tanto di partecipazione alla spartizione del bottino, attraverso la gestione dei fondi di categoria), oggi si dice disponibile a discutere l'ipotesi di sostituire lo "scalone" di Maroni con gli "scalini" di Damiano. Come dire: vada per l'innalzamento dell'età pensionabile, l'importate è farlo con "gradualità". Rifondazione comunista, che cerca maldestramente di salvarsi la faccia, prima, per bocca del segretario Giordano, si dice disponibile all'innalzamento dell'età pensionabile, "che non è un tabù a patto che sia una scelta volontaria" (Corriere della sera, 18 gennaio 2007); poi, avvia una ipocrita campagna mediatica a favore dell'abolizione dello scalone di Maroni, lasciando intendere la possibilità di trovare un accordo sull'aumento graduale e sulla revisione dei coefficienti (si veda l'intervista rilasciata il 19 maggio dal ministro Ferrero al manifesto).

 

L'esempio di Mirafiori

 

Da bravi pompieri, Rifondazione e Cgil si adoperano per smorzare il conflitto sociale e garantire che l'esecutivo porti a compimento la sua missione: creare le condizioni per un rilancio del capitalismo italiano a partire dallo smantellamento dello stato sociale. Senza il sostegno di Cgil e Prc, che tengono lontano lo spettro dello sciopero generale e scoraggiano ogni unione ed estensione delle lotte per superarne l'attuale frammentazione, il governo non avrebbe potuto fare tanto male con tanta tranquillità: tagli alla Sanità e alla Scuola, privatizzazioni (a partire da quella di Alitalia), rilancio dell'utilizzo su larga scala del lavoro precario (in molte regioni i contratti "precari" superano in quantità quelli a tempo indeterminato). Il ritiro dello sciopero del pubblico impiego, prima ad aprile e poi a giugno, in cambio di un pugno di mosche e con la contropartita della triennalizzazione del contratto, conferma il ruolo del più grande sindacato italiano in questa fase: fare da spalla al governo Prodi, avallando pesanti attacchi ai lavoratori in cambio di "contentini".

Ma, per fortuna, le prime voci di protesta operaia si fanno sentire: a fine maggio alla Fiat Mirafiori i lavoratori hanno costretto i sindacati a convocare uno sciopero, che si è esteso ad altre fabbriche del Piemonte, con punte di adesione del 90%. I lavoratori, che in migliaia hanno dato vita a cortei interni e presidi nelle strade con blocchi del traffico, hanno chiesto l'abolizione della legge 30 e la difesa delle pensioni. Lo stesso segretario della Fiom di Torino ha ammesso che "i lavoratori di Mirafiori non hanno nessuna intenzione di inciampare né in scalini né in scaloni" (il manifesto, 19 maggio). Il messaggio è chiaro, anche per chi, come Giordano e Ferrero, cerca di far passare per una conquista strappata a vantaggio dei lavoratori l'eventuale sostituzione dello "scalone Maroni" con gli "scalini Damiano". L'aspetto più importante della lotta degli operai della Fiat è che le numerose e partecipatissime assemblee a Mirafiori si sono concluse con ordini del giorno che chiedono ai sindacati la convocazione dello sciopero generale. Da qui occorre partire, per chiedere con forza un grande sciopero generale che blocchi l'attacco ai lavoratori del governo Prodi. Una prima risposta è già arrivata, oltre che dalle fabbriche di tutto il Piemonte, anche dalla Puglia, dove sono stati effettuati scioperi all'Ilva di Taranto e a Bari: anche qui, i lavoratori non vogliono né scaloni né scalini e chiedono l'abolizione della legge 30 e l'immediata convocazione dello sciopero generale.

 

Precarietà, scuola, immigrazione

 

Ma l'affondo del governo non si limita alle sole pensioni: oltre alla privatizzazione di Alitalia e alla mancata abolizione della legge 30, la guerra sociale del governo prosegue anche sul versante dell'immigrazione e della scuola.

Il ddl Amato-Ferrero, di riforma della Bossi-Fini, approvato a fine aprile, non cambia, nella sostanza, le carte sulla tavola dello sfruttamento della forza lavoro immigrata. Non solo, infatti, i centri di permanenza temporanea non verranno chiusi (al massimo si parla di chiuderne 3 su 14!), ma, soprattutto, verrà introdotta una nefasta distinzione tra immigrati di serie A e immigrati di serie B: i primi, cioè lavoratori specializzati (ingegneri, manager, tecnici) utili alle imprese e immigrati "benestanti" in possesso di un patrimonio consistente ("autosponsor", lo chiamano i ministri...), potranno godere di corsie preferenziali; gli altri, continueranno a marcire nell'inferno dei permessi e della ricerca di un posto di lavoro sottopagato. Basta vedere le dichiarazioni entusiaste di Confindustria per rendersi conto del carattere di classe di questa legge: Bombassei, presidente della Brembo, ricorda che "favorire un flusso migratorio di qualità" è "quello che Confindustria ha sempre sollecitato"; Moltrasio, altro vice di Confindustria, apprezza "l'attenzione nei confronti dei lavoratori specializzati" che servono al padronato italiano.

Similmente, la scuola pubblica sta subendo uno dei più pesanti attacchi degli ultimi anni. Il ministro Fioroni ha annunciato la trasformazione degli istituti in "fondazioni", con la conseguente entrata dei privati nella gestione dell'istruzione pubblica, e dal prossimo anno scolastico verranno tagliate quasi 12 mila cattedre, dato che la Finanziaria ha aumentato il numero medio di alunni per classe (già altissimo). Tutto questo avviene mentre centinaia di migliaia di insegnanti precari attendono da anni l'assunzione in ruolo, costretti spesso ad attendere per vari mesi il pagamento degli arretrati. Significativa è la "non belligeranza" della Cgil: solo Cub e Cobas Scuola hanno convocato lo sciopero generale del settore (purtroppo separatamente).

 

Via le truppe dagli scenari di guerra!

 

Uno degli atti più tristi di questa commedia che fa ridere solo i padroni è quello della guerra. Il governo Prodi è il governo che, il 9 giugno, ha accolto Bush a Roma con baci e abbracci; che ha inviato, con la complicità dei partiti della sinistra di governo, nuovi mezzi bellici e nuovi militari in Afghanistan; che ha mandato contingenti militari in Libano e rivendica la giustezza delle tante missioni militari che vedono l'Italia protagonista. Rifondazione, Verdi, Comunisti italiani e il nuovo gruppo di Sinistra Democratica (Mussi) mettono i puntini sulle "i", precisano che sono favorevoli all'invio di nuovi mezzi in Afghanistan purché non si tratti di "una modifica dei nostri compiti", come sostiene Russo Spena, capogruppo al Senato per Rifondazione Comunista (Corriere della sera, 16 maggio). Compiti che sarebbero di pace: ci spiegherà, un giorno, cosa servano ai fini della pace gli elicotteri "Mangusta", i veicoli corazzati "Dardo", i blindati "Lince" e gli aerei da ricognizione "Predator"... Ma il momento più esilarante della commedia noir è coinciso con la visita di Bertinotti alla base italiana in Libano: sfilando davanti alla Folgore, da lui definita "la miglior vetrina del Paese", il presidente della Camera ha definito "pacifisti" il corpo notoriamente più reazionario dell'esercito (i nomi delle compagnie parlano da soli: "Condor", "Diavoli neri", "Sorci verdi", "Pantere indomite").

Le bugie hanno le gambe corte, si usa dire: ed è per questo che, nonostante gli sforzi di trasfigurazione dei dirigenti di Rifondazione, gli attivisti contro la guerra hanno disertato la manifestazione "contro Bush ma non contro Prodi" organizzata dai partiti della sinistra di governo, che si sono trovati soli con un centinaio di fedelissimi. Il popolo "no war" manifestava nel grande corteo "contro Bush e contro Prodi". Da lì bisogna ripartire, per dar vita in tutte le città a comitati per il ritiro delle truppe da tutti gli scenari di guerra: il Partito di Alternativa Comunista, che è stato tra i promotori della manifestazione del 9 giugno, si impegnerà nei prossimi mesi in questo senso, per non disperdere il grande risultato di quella giornata di lotta e per non subordinare il movimento alla direzione di chi vuole ridurlo a mera pressione critica sul governo.

 

10/6/2007

 

 

 

Prime prove elettorali per il PdAC

Cosa ci dice l'esperienza di Latina

 

Ruggero Mantovani

 

Mentre al ballottaggio si sono confrontati il sindaco uscente, riconfermato, Vincenzo Zaccheo di An e il candidato dell'Unione Maurizio Mansutti, che ha ottenuto al primo turno solo il 22%, grazie, paradossalmente, all'affermazione della lista civica del candidato a sindaco Fabrizio Cirilli, consigliere regionale fuoriuscito da An, il PdAC chiude la sua campagna per le amministrative a Latina con un bilancio positivo: 723 voti (pari allo 0,91%) e 501 voti di lista.
Un risultato entusiasmante per una lista con una forte connotazione di classe (31 candidati tra operai, lavoratori precari, donne, giovani e pensionati) che all'atto della sottoscrizione aveva raccolto 541 firme.
Una campagna elettorale intensa ha definitivamente imposto il PdAC nel quadro politico e sociale di Latina, ha permesso al partito di moltiplicare i contatti con giovani, lavoratori e precari e di raccogliere attestati di stima e di simpatia. Sul piano del risultato elettorale il PdAC ha superato i Verdi (606 voti) ed è stato distanziato da Rifondazione Comunista solo per un centinaio di voti, divenendo, per la città e i mass media, il partito della sinistra "inossidabile", della sinistra "coerente" indipendente dai due poli. Lo scontro con le forze del bipolarismo borghese sul terreno politico e strategico è avvenuto sulla base di un programma elettorale caratterizzato da un forte impianto transitorio e propagandato con rivendicazioni e parole d'ordine popolari e comprensibili.
Proprio smascherando il contenuto di classe delle politiche realizzate dal centrodestra e quelle avanzate dall'Unione in una logica di pura alternanza (opere infrastrutturali ad esclusivo interesse del capitale commerciale e industriale; nuovo cemento e affari; privatizzazione dell'ospedale cittadino, dei servizi sociali, una politica reazionaria sul terreno della sicurezza sociale, ecc), abbiamo avanzato alcune rivendicazioni programmatiche legate alla condizione materiale delle classi lavoratrici: la ripubblicizzazione del servizio idrico e della gestione dei i rifiuti sotto il controllo dei lavoratori e degli utenti; la requisizione di aziende in crisi e la loro riconversione pubblica sotto controllo operaio; servizi sociali gratuiti per i nuclei familiari legittimi e di fatto con un reddito fino a € 15.000 con un'imposta progressiva per redditi superiori e un'imposizione aggiuntiva per grandi rendite e profitti; l'abbattimento di tutte le strutture cementizie costruite sul litorale di Latina e un recupero eco-compatibile della marina; un'edilizia popolare e sociale che punti alla riqualificazione dei quartieri e delle periferie, gestita direttamente da società pubbliche sotto il controllo dei lavoratori; la gestione totalmente pubblica dei servizi sociali, delle mense scolastiche, degli asili nido; la realizzazione di centri sociali polivalenti per giovani ed anziani, poliambulatori di quartiere, strutture ricreative e sportive in ogni circoscrizione; l'istituzione di una società interamente pubblica per il trasporto urbano.
Un programma di classe e transitorio, che al di là delle critiche opportunistiche di una fantomatica sinistra radicale, tra l'altro fortemente penalizzata dall'elettorato, è stato recepito dai tanti lavoratori e giovani con cui siamo entrati in contatto, come realizzabile e necessario.
Una esperienza preziosa che è servita, anzitutto, a far cresce il nostro partito con il coinvolgimento di nuovi militanti, giovani e operai che rappresentano il vero patrimonio acquisito in questa tornata elettorale. Un risultato politico che subito dopo il primo turno si è espresso con una campagna di astensionismo attivo contro il ballottaggio tra il candidato del Centrodestra e quello dell'Unione, riaffermando che l'unica soluzione all'ignobile commedia inscenata dal bipolarismo borghese, è una reale alternativa politica, che anche a Latina oggi si chiama Alternativa Comunista.

 

La lotta a Bari contro lo scippo del Tfr

 

Nonostante l'approssimarsi della scadenza fissata al 30 giugno, continua l'impegno che le sezioni locali del Pdac stanno mettendo contro lo scippo del Tfr. A Bari il lavoro dei nostri compagni è iniziato questo inverno ed ha portato alla costituzione, in concerto con altre forze contrarie alla truffa (tra le quali la Rete 28 aprile e Flmu Cub), del comitato contro lo scippo del Tfr. Il lavoro, teso soprattutto alla propaganda ed alla conoscenza da parte dei lavoratori della truffa (compresa la truffaldina norma del silenzio-assenso), si è sviluppato con volantinaggi nelle stazioni e nelle fabbriche della città e della provincia, con assemblee pubbliche di lavoratori che spiegassero la truffa e con azioni dimostrative e sit-in di protesta.

 

La lotta per il lavoro dei disoccupati brindisini

 

A Brindisi i nostri compagni sono attivi in un comitato di lavoratori e disoccupati che richiede un semplice e sacrosanto (quanto irraggiungibile) diritto: un lavoro per gli ormai disperati disoccupati brindisini. Il PdAC è vicino alle istanze dei disoccupati e ne appoggia in pieno la giusta lotta che ha portato, tra le altre iniziative, ad occupare, lo scorso inverno, il famoso ipermercato/multinazionale Carrefour. I lavoratori, i disoccupati, i precari, gli interinali, gli immigrati clandestini e non, sono ormai al culmine della misura. Dopo anni di promesse di partiti comunisti o sedicenti tali, hanno compreso che razza di governo è quello appoggiato da Bertinotti: un governo che delocalizza, che regala soldi alle imprese  con un piede nei paesi dell'Est o nei paesi asiatici, un governo che parla di pace mentre manda altri mezzi in Afghanistan, sottraendo le risorse che potrebbero garantire un posto ai disoccupati o un reddito sociale, solo per garantire e salvaguardare gli interessi del capitalismo italiano. E lo stesso Vendola qui in Puglia ormai è più apprezzato dai vertici locali di Confindustria che dai lavoratori pugliesi.

 

 

 

Fincantieri: il PdAC con i lavoratori in lotta contro la privatizzazione

 

Il governo Prodi ha formalizzato la decisione di quotare in borsa il 49% di Fincantieri. Un progetto fortemente sostenuto dall'amministratore delegato della società, Gaspare Bono, e previsto dal piano industriale aziendale.
Fincantieri è un'azienda sana con un fatturato in crescita, tra le prime aziende mondiali per quota di mercato nella costruzione di navi da crociera e di traghetti. Una delle più grandi aziende del paese, tra le poche ancora a capitale pubblico, divisa in tredici unità produttive: otto cantieri navali, due sedi di progettazione, una società di sistemistica militare, un centro di ricerche, una fabbrica motori- distribuite in sette regioni (Liguria, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Marche, Puglia, Campania, Sicilia). I lavoratori, oltre 25 mila di cui 9 mila diretti e 15-18 mila delle ditte in appalto, temono che una vota messa sul mercato Fincantieri possa percorrere lo stesso piano inclinato seguito alla privatizzazione di Telecom e Alitalia. Un futuro di delocalizzazioni, smembramenti, tagli occupazionali, chiusure. Per contrastare questa politica i lavoratori hanno effettuato numerose iniziative di lotta ed è in programma uno sciopero nazionale per il 15 giugno, con manifestazione a Roma. La Fiom Cgil ha presentato un libro bianco, Il caso Fincantieri, capire oggi cosa succede domani, dove il sindacato metalmeccanico esprime il proprio giudizio negativo su tutta l'operazione, mentre Fim Cisl e Uilm sono più possibiliste rispetto al piano del governo.
Il Partito di Alternativa Comunista sostiene la lotta dei lavoratori contro i processi di privatizzazione e indica nella nazionalizzazione sotto controllo operaio l'unica rivendicazione che possa bloccare il progetto governativo e padronale. Una mobilitazione che deve essere inserita nella più generale lotta contro il governo padronale di Prodi.

Uno sguardo alle ultime fusioni bancarie

Le maxi fusioni  sconvolgono gli equilibri interni alla borghesia

 

Riccardo Rossi

 

Lenin, alla vigilia della prima guerra mondiale, descrive l'evolversi del ruolo delle banche nella fase imperialistica del capitalismo: "La fondamentale e originaria funzione delle banche consiste nel servire da intermediario nei pagamenti trasformando il capitale liquido inattivo in capitale attivo, raccogliendo tutte le rendite in denaro e mettendole a disposizione dei capitalisti. Man mano che le banche si sviluppano e si concentrano si trasformano in monopoliste, disponendo di quasi tutto il capitale liquido di tutti i capitalisti e i piccoli industriali, e così pure della massima parte dei mezzi di produzione" e, proseguendo, "In luogo dei capitalisti separati sorge un unico capitalista collettivo (...) Ne risulta che un pugno di monopolizzatori si assoggettano le operazioni industriali e commerciali dell'intera società capitalistica, giacché, mediante i loro rapporti bancari, conti correnti ed altre operazioni finanziarie, conseguono la possibilità di essere perfettamente informati sull'andamento degli affari dei singoli capitalisti, quindi di controllarli, di influire su di loro, allargando o restringendo il credito, facilitandolo o ostacolandolo e infine di deciderne completamente la sorte sottraendo loro il capitale o dando loro la possibilità di aumentarlo rapidamente"(1).
In tutto il mondo, la concentrazione del sistema bancario, attraverso acquisizioni e fusioni, ha avuto un'accelerazione negli ultimi dieci anni. Il fenomeno della globalizzazione, procedendo con l'integrazione delle economie mondiali e intensificando gli scambi commerciali tra i paesi, realizza in definitiva un mercato mondiale sempre più esteso ed integrato e per potervi competere occorrono quantità di capitali enormi. La crescita dimensionale delle banche è dettata dalle necessità imposte dalla concorrenza, forza coercitiva agente nella fase imperialistica del capitalismo su scala mondiale.

 

La Banca d'Italia "accetta la sfida del mercato"

 

Anche in Italia tale fenomeno è esploso in tutta la sua virulenza. Dopo il fallito tentativo dell'ex governatore della Banca d'Italia Fazio di governare a vantaggio di una parte della borghesia italiana il processo d'aggregazione in atto in Europa, processo che ha portato la Bnl e l'Antonveneta ad essere acquisite rispettivamente dalla francese Bnp Paribas e dall'olandese Abn Amro, è risultato chiaro il mutamento di indirizzo. Mario Draghi, governatore succeduto a Fazio, ha infatti dato il via libera alle fusioni bancarie dapprima abolendo l'obbligo di comunicare preventivamente alla Banca d'Italia l'intenzione di acquisire il controllo di una banca ed in seguito puntando alla crescita "abbandonando i campanilismi del passato, accettando la sfida del mercato", come da egli stesso dichiarato nelle considerazioni finali del 31 maggio scorso.
E' in tale clima di mutamento che in Italia avvengono le due maxi fusioni: dapprima quella di Banca Intesa con Sanpaolo Imi, realizzando una nuova banca con un attivo di bilancio totale di 577 mld di euro (undicesima banca europea per attivo) ed alla fine di maggio con l'acquisizione di Capitalia da parte di Unicredito; la nuova Unicredito (che in precedenza aveva acquisito la tedesca Hvb) è ora un colosso da più di 1000 mld di attivo totale, terza banca europea con 100 mld di euro di capitalizzazione, più di 7400 sportelli, 142000 dipendenti e 35 milioni di clienti in Europa. Una banca la cui "trazione europea" può essere meglio compresa analizzando la provenienza dei ricavi: il 36% dei ricavi ed il 25% dei dipendenti è in Italia, il 21% nei paesi dell'Europa centrale e dell'Est, il 12% in Germania, il 12% in Austria, il 9% in Polonia ed il 10% su altri mercati.
L'operazione Unicredito-Capitalia è stata innescata da una serie di avvenimenti apparentemente non connessi. In Europa l'inglese Barclays propone una fusione all'olandese Abn Amro valutandola 64 mld di euro. A questo punto una cordata formata da Royal Bank of Scotland, Fortis e Santander rilancia con un'offerta da 71 mld di euro. Abn Amro possiede circa il 9% di Capitalia che a sua volta è uno dei principali azionisti di Mediobanca primo azionista delle Assicurazioni Generali. Mettere le mani su Abn significa quindi scardinare la sala di controllo del capitalismo italiano.
La concomitante vittoria in Francia di Sarkozy metteva fine, probabilmente solo per poco, al dialogo tra Unicredito e Société Générale e così a quel punto, in un paio di settimane, l'affare Unicredito - Capitalia è andato in porto consentendo di diluire al 2% la quota di Abn nella nuova banca.

 

Gli effetti della fusione Unicredito - Capitalia

 

Tale fusione se da un lato salvaguarda gli "interessi nazionali", blindando gli assetti di Mediobanca e Generali, d'altra parte muta gli equilibri interni della borghesia italiana. Bazoli, presidente del colosso Banca Intesa - San Paolo, insorge vedendo accrescere al 18% la quota della nuova Unicredit in Mediobanca, divenendo Unicredit così il primo azionista di Generali; e reagisce acquisendo sul mercato il 4% di Unicredit, investendo quasi 4 mld di euro. Una battaglia feroce per il controllo delle leve di comando della borghesia italiana, per la formazione di quel capitalista collettivo individuato quasi cento anni fa da Lenin.
Recentemente è stato pubblicato da Mediobanca il rapporto sullo stato delle principali banche internazionali (uno studio condotto su 67 gruppi Europei, Statunitensi e Giapponesi). Ebbene, i 67 gruppi presi in esame presentano un attivo di bilancio pari a circa 44000 mld di dollari (il 71% del pil mondiale che è pari a 61000 mld!), occupando quasi 4 milioni di salariati. Tra i vari dati sembrano particolarmente interessanti quelli che fotografano il grado di concentrazione delle banche nelle varie aree e la dimensione media degli attivi di bilancio: il peso dei primi 5 gruppi statunitensi sul totale attivo della propria area è passato dal 54% del 1998 al 74% del 2005, in Giappone dal 44% all'80% mentre in Europa dal 23% al 29%, mentre l'attivo medio dei principali gruppi è pari a 663 mld di euro in Europa (più che doppio rispetto ai 300 di Stati Uniti e Giappone). Da questi dati si evince quindi la formazione di colossi bancari enormi in Europa e che inoltre hanno ancora grossi margini di crescita.
Tutte queste cifre possono apparire aride, e probabilmente lo sono, ma in questa battaglia è deciso da quel "pugno di monopolizzatori" il destino di miliardi di individui.

 

(1): Lenin, L'imperialismo fase suprema del capitalismo.

Problemi di organizzazione[1]

Selezione dalle "Tesi sulla struttura, i metodi e l'azione dei partiti comunisti"

 

Nahuel Moreno

 

L'importanza dell'organizzazione

 

In generale, il problema dell'organizzazione sembra alquanto secondario, tendiamo a sottovalutarlo e impallidisce di fronte ad altre questioni, siano esse filosofiche ... ovvero appassionanti discussioni sulla situazione economica o politica ... Tuttavia, la questione organizzativa è il centro, in qualche misura, dell'attività marxista rivoluzionaria. Così come il programma e la politica rispondono alla domanda: "quali sono i compiti, obiettivi o parole d'ordine che mobilitano oggi le masse verso la rivoluzione socialista?"; la questione organizzativa risponde alle domande: "Che organizzazione si dà oggi il movimento di massa per lottare? Con che organizzazione prenderà ed eserciterà il potere la classe operaia? Come si organizza il partito che si propone di stare alla testa della lotta, la rivoluzione ed il potere operaio in ogni tappa della lotta di classe?" ...
Per Lenin, l'organizzazione è una "qualità molto più profonda e permanente" della rivoluzione che non la stessa violenza rivoluzionaria. Cioè in un polo sta l'azione, il movimento, la lotta, la spontaneità delle masse. Nell'altro sta l'organizzazione che struttura, dà continuità, permanenza a queste azioni o mobilitazioni. Senza grandi lotte e mobilitazioni non c'è rivoluzione. Ma senza organizzazione neppure: le lotte si dissolvono, le azioni eroiche delle masse si disperdono ...
Tanto è vero che il partito non maneggia solo parole d'ordine che chiamano alla lotta fissando un obiettivo, bensì consegne organizzative. Ora, per esempio, agitiamo l'obiettivo della lotta, dei salari, chiamiamo ad una forma o metodo concreto di lotta: lo sciopero generale; e tuttavia, agitiamo come organizzare questa lotta: assemblee nelle fabbriche, elezione dei delegati, picchetti di sciopero, ecc.
Il problema dell'organizzazione è difficilissimo, molto complesso, perché racchiude in sé una contraddizione che talvolta si fa acuta. Ogni organizzazione o struttura è conservatrice, proprio perché tende ad evitare che ciò che esiste scompaia, si distrugga. Ma allo stesso tempo la classe operaia si dà o abbisogna di organizzazioni rivoluzionarie per lottare contro la borghesia e sconfiggerla, cioè distruggere il sistema capitalista ...
Proprio per questa contraddizione è così difficile la questione organizzativa. Se davvero un partito rivoluzionario va ad essere direzione del movimento di massa, si trasforma nel problema dei problemi: che relazione organica si stabilisce fra il partito e le masse?
I soviet sono un forma organizzativa del movimento di massa. Governano con buona o cattiva politica. La politica è molto importante, ma senza soviet non si sarebbe potuto prendere il potere, per quanto buona fosse la politica dei bolscevichi. Sono l'esercito che mobilita in modo organizzato le grandi masse per prendere il potere e governare. Ma, a sua volta, è il partito, che è lo stato maggiore di quest'esercito, ad essere il nucleo dell'avanguardia più combattiva e cosciente. E ciò pone un altro problema: che forma organizzativa deve avere il partito per poter dirigere e tenere una relazione sempre più stretta con i soviet e con le masse che vi sono rappresentate?
Il primo problema, quello dell'organizzazione delle masse, è in un certo qual modo più semplice del secondo. Il partito non può inventare né imporre forme organizzative alle masse. Esse stesse le creano. L'abilità del partito è scoprirle quando ne appaiono i primi sintomi e agitarle perché si generalizzino. O, se non compaiono, indicare pazientemente alle masse qualche forma organizzativa coerente con la situazione e l'esperienza storica ...
Il problema dell'organizzazione del partito, al contrario, sta nelle nostre mani. Le masse possono fare prodigi di eroismo e forgiare magnifiche organizzazioni rivoluzionarie per prendere il potere. Ma se noi non troviamo la nostra stessa forma organizzativa che ci permetta di costruire lo stato maggiore di quelle lotte ed organizzazioni, se non riusciamo ad organizzare con fermezza, a strutturare con legami d'acciaio la nostra influenza e la simpatia che suscita la nostra politica ed il programma fra le masse, noi e la rivoluzione siamo perduti[2].



[1] Estratto. Traduzione di Valerio Torre

[2] Quello che qui abbiamo presentato è un sintetico estratto di un testo di Moreno del 1984 che costituisce, al di là di talune situazioni contingenti da lui descritte ed analizzate, un vero e proprio "abc" di come si costruisce un partito marxista rivoluzionario. Prendendo le mosse dalla teoria e dalla storia dell'organizzazione operaia rivoluzionaria, Moreno giunge ad una minuziosa disamina di aspetti relativi all'organizzazione della struttura del partito: dalle sedi al giornale, dai quadri alla gerarchizzazione, da come la direzione deve motivare i quadri e i militanti a come evitare il settarismo e l'opportunismo. È un vero peccato che ragioni di spazio ci abbiano costretto a pubblicare solo pochi rapidi passaggi di un'opera che invece merita sicuramente una maggiore attenzione soprattutto da parte di chi - come noi - si è impegnato nella difficile opera della costruzione del partito rivoluzionario della classe operaia. Ci ripromettiamo di ovviare pubblicando a parte l'intero testo (Ndt).

1974-1975: l'ascesa rivoluzionaria in Portogallo

La più recente (e sconosciuta) tra le rivoluzioni europee

 

 

Francesco Ricci

 

 

"Non vedo neppure un poliziotto"

 

"Allora, che cosa bisogna fare, insomma?" scrive il generale Luz Cunba. Il generale Reis gli risponde: "Non lo so. Non vedo soluzioni. Forse conviene aspettare (...) può magari succedere qualcosa capace di risolvere il problema. Però non so, non vedo neppure un poliziotto." (1)
Questo scambio di fonogrammi tra due alti ufficiali portoghesi avviene nelle prime ore del 25 aprile 1974. Entrambi non vedono "soluzioni" - cioè non vedono uomini armati pronti a difendere il regime di Caetano - perché poche ore prima altri militari, guidati dal Movimento delle Forze Armate (Mfa), hanno preso possesso di Lisbona. Al segnale convenuto (la canzone Grandola vila morena trasmessa da Radio Renancenca) tutti i punti strategici della capitale vengono presidiati e il Quartier Generale è accerchiato. Il regime bonapartista post-fascista diretto da Caetano (erede di Salazar che ha schiacciato sotto il tallone di ferro il Portogallo dalla fine degli anni Venti, con il sostegno delle diverse frazioni borghesi e la benedizione della Chiesa) non trova difensori tra quelle che Engels definiva "bande armate a difesa del capitale". Al putsch guidato dai "capitani di aprile" si oppongono solo - con scarsa convinzione - alcuni reparti della Guardia Nazionale e la Pide (la polizia politica) che cerca per qualche ora di difendere, con le pistole, il governo.

 

C'erano i garofani: ma anche i fucili e la forza operaia

 

I libri che parlano di rivoluzioni sono sempre scarsi sugli scaffali delle librerie che invece sono appesantiti da gigantesche e inutili biografie di Eroi e da quintali di memorialistica di second'ordine. Sulla rivoluzione portoghese, poi, non si trova più nulla in lingua italiana, mentre chi capisce lo spagnolo può leggere il fondamentale testo di Moreno, Revolución y contrarrevolución en Portugal (2).
L'assenza di testi ha facilitato la diffusione di luoghi comuni (rilanciati anche in qualche mediocre ricostruzione cinematografica -3) che hanno inventato una "rivoluzione non violenta", una specie di festa dei fiori (i garofani messi nelle canne dei fucili, appunto).
In realtà poche stagioni rivoluzionarie sono state accompagnate da un così ampio uso della forza come il "biennio rosso" portoghese. Peraltro è utile ricordare che ciò che connota una rivoluzione (vale tanto per quelle borghesi come per quelle proletarie), a differenza di quanto credono i teorici della "nonviolenza" (magari gli stessi che esaltano la Folgore...), non è sempre e necessariamente lo spargimento di sangue ma piuttosto lo scontro tra la forza e l'autorità degli insorti e la resistenza delle classi dominanti. La stessa rivoluzione russa (che nessuno si sentirebbe di definire "nonviolenta") fu in realtà all'inizio relativamente incruenta perché lo Stato zarista si sgretolò, nel febbraio '17, lasciando in eredità ai liberali e alla socialdemocrazia riformista (uniti in un comune governo) un apparato sbriciolato che non resse, otto mesi dopo, il colpo di maglio della rivoluzione guidata dai bolscevichi.
La rivoluzione portoghese non è paragonabile a quella russa del '17 (né per le premesse, né per lo svolgimento, né per l'esito) ma è la conferma della legge storica che ha escluso (almeno negli ultimi duecentomila anni) sconvolgimenti socio-politici "nonviolenti", "pacifici", per evoluzione naturale e col consenso delle classi dominanti. Non sono i litri di sangue versato a confermare l'uso della violenza (il numero dei morti dipende dal grado di resistenza dello Stato) ma la contrapposizione tra dominati che insorgono e dominatori che cercano di tutelare l'organo di dominio precedente (lo Stato).
Anche se non fu necessario sparare più di qualche colpo (in quanto tutti i reparti passarono con gli insorti), fu con la minaccia dei fucili che il Movimento delle Forze Armate cacciò Caetano. E i mesi seguenti al 25 aprile non si caratterizzarono per una pacifica dialettica parlamentare: attorno ai sei governi provvisori che si succedettero fino alla fine del '75 ci furono vari "tintinnar di sciabole" - tre tentati golpe del generale Spinola; imponenti esibizioni di forza della classe operaia. L'immagine di una fraterna festa di "tutto il popolo" è quindi falsa: le origini stesse della "rivoluzione dei garofani" non stanno in un dibattito tra idee differenti ma nella resistenza armata dei popoli oppressi delle colonie africane.

 

La rivoluzione nasce nelle colonie

 

Rifacendo un passo indietro, torniamo al 25 aprile del 1974. Il regime di Caetano non è rovesciato da una insurrezione di massa ma da un putsch di reparti militari guidati dal Mfa che - involontariamente - apre la porta al protagonismo dei lavoratori, i quali si riversano nelle strade nelle ore seguenti e il primo di maggio invadono le piazze del Paese, dando vita a Lisbona a una manifestazione gigantesca.
L'Mfa è un movimento che tiene prime riunioni clandestine nel 1973. E' composto prevalentemente da ufficiali inferiori (di qui il nome di "movimento dei capitani") e sottufficiali, figli di famiglie piccolo-borghesi che, non avendo i soldi per l'Università, cercano di fare la carriera militare in un apparato elefantiaco (integrato nella Nato già dal '49, nonostante il regime di Salazar, formalmente neutrale, abbia simpatizzato per Hitler e Mussolini). La guerra per schiacciare la lotta d'indipendenza delle popolazioni asservite nelle colonie africane (Guinea, Angola e Mozambico) fa impiegare al Portogallo agli inizi degli anni Settanta quasi la metà del bilancio statale. La ferma obbligatoria è di quattro anni e 120 mila sono i soldati impiegati nelle colonie, 200 mila il totale (su una popolazione di circa 10 milioni di abitanti).
Il Portogallo arriva ai primi anni Settanta in una situazione di profonda crisi economica che amplifica le spaccature tra le classi e al loro interno. L'80% dell'economia è controllato da otto gruppi familiari che basano gran parte delle loro fortune, appunto, sullo sfruttamento delle colonie.
Le classi medie (e tra queste gli ufficiali intermedi dell'esercito) sono spinte verso il basso, cioè verso la proletarizzazione, dalla crisi che alimenta anche insoddisfazioni e rivendicazioni sindacali all'interno delle forze armate, piegate da continue sconfitte, stanche di sopportare i costi della guerra. Da qui nasce l'Mfa.
Lo stesso contesto produce anche nella grande borghesia la ricerca di una via d'uscita dalla crisi e si fanno strada ipotesi di un cambio di regime. A queste spinte dà traduzione un libro del generale Spinola (già distintosi come "macellaio" nella dominazione della Guinea Bissau, dove aveva fatto uso di un misto di paternalismo e di caccia bombardieri Fiat con bombe al napalm). Il libro Portugal e o Futuro (pubblicato nel febbraio del '74) propone la concessione di una formale autonomia delle colonie e la costituzione di una federazione. Spinola si presenta così come il rappresentante della grande borghesia "rinnovatrice" ma anche, almeno nella fase iniziale, come il punto di riferimento dei fermenti nell'esercito. Non a caso, difatti, l'Mfa, dopo aver preso il potere (la pianificazione avviene in una riunione di fine marzo, presieduta da Otelo de Carvalho), lo consegna nelle mani del generale, che diviene presidente della Repubblica.
La dinamica è dunque la seguente: la lotta delle masse coloniali provoca sconfitte dell'esercito portoghese che inizia a incrinarsi secondo linee di classe. Il movimento della piccola borghesia nell'esercito dà vita all'Mfa e i progetti di putsch di quest'ultimo sono assecondati da un settore di grande borghesia che pensa di utilizzare i capitani per dare una "ripulita" al regime e mantenere il dominio. Il generale Spinola dovrebbe fungere da trait d'union tra questi due progetti: ma l'ingresso in campo della classe operaia sconvolge tutto.

 

Sei governi di fronte popolare per imbrigliare le masse

 

La classe operaia portoghese, che già era stata protagonista di una stagione di lotte e di scioperi (illegali) nel '72-'73, irrompe in scena dopo il putsch dei militari e il primo maggio si mostra in tutta la sua forza.
Per contenere questa forza la borghesia ricorre a un sistema già collaudato decine di volte sia quando vuole prevenire risposte operaie a programmi anti-operai (è quanto ben conosciamo in Italia, col governo Prodi-Prc-Cgil) sia quando deve bloccare situazioni pre-rivoluzionarie (è il caso della primavera portoghese).
Dall'estero tornano i dirigenti del Partito Socialista (Psp) e del Partito Comunista (Pcp). Il primo, segretario Soares, diverrà elettoralmente subito molto forte. Il secondo, diretto da Cunhal, è maggiormente radicato nella classe, fondato nel '21, legato alla burocrazia di Mosca, dove i suoi dirigenti hanno trovato rifugio nei cinquant'anni di clandestinità, ha una linea tappista e di alleanza con la borghesia "progressista", interna alla logica della "coesistenza pacifica" voluta dallo stalinismo.
Pcp e Psp, insieme all'Mfa (e al partito che rappresenta direttamente la borghesia, il Ppd), hanno il compito di riprendere il controllo - a favore della borghesia, spaventata dall'ondata di manifestazioni che si sviluppa a partire dal primo maggio '74 e impaurita dal protagonismo operaio, dagli scioperi (che il Pcp tenta di far cessare in nome dell'"interesse nazionale").
In questo quadro, l'Mfa (che viene idealizzato dall'estrema sinistra anche italiana) gioca un ruolo ambiguo: come espressione politica delle classi medie dipende nel suo sviluppo dalla forza di attrazione delle due classi fondamentali (borghesia e classe operaia). Con la radicalizzazione dello scontro di classe, viene attratto nell'orbita di gravitazione del proletariato e al suo interno si rafforzano gruppi legati ai vari partiti operai e alle organizzazioni dell'estrema sinistra. Ma la frantumazione delle Forze Armate (fondamentale in ogni processo rivoluzionario), così come l'egemonia proletaria sulla piccola borghesia, rimangono processi allo stato iniziale in assenza, come vedremo, delle strutture di organizzazione e di potere alternativo della classe operaia.
A difendere lo Stato borghese pensano i vari governi che si succedono nell'arco di un anno e mezzo. Governi borghesi basati su un equilibrio politico interno parzialmente differente (rispondente alle diverse "fasi della marcia della rivoluzione e alle forme successive con cui la borghesia, la classe media e i riformisti che operano come rappresentanti del proletariato si adattano a questa marcia per frenarla." come sintetizza Nahuel Moreno -4). L'Mfa frena la radicalizzazione nell'esercito, il Pc controlla i lavoratori attraverso il suo peso nei sindacati e il Ps ha una forte influenza elettorale (alle elezioni del 25 aprile '75 il Psp è il primo partito, col 37%, il Pcp ha il 13% e un'altra fetta rilevante di voti si suddivide tra le diverse formazioni dell'estrema sinistra).
Il governo fa promesse in risposta alle rivendicazioni delle masse ma intanto vara leggi antisciopero, limitazioni alla libertà di stampa, aumenta i prezzi.
Mentre i settori centrali della grande borghesia affidano la loro salvezza al governo provvisorio, altri puntano sulla carta golpista. Nel giro di pochi mesi il generale Spinola capeggia tre tentativi di rovesciamento istituzionale: agli inizi di luglio del '74, nel settembre dello stesso anno e l'11 marzo '75.
Sono i lavoratori, ogni volta, con immense manifestazioni, a bloccare i golpe e le marce della "maggioranza silenziosa". Dopo l'ultimo tentativo di Spinola, nel marzo '75, i lavoratori impongono la nazionalizzazione senza indennizzo di banche e assicurazioni. Come segnala Moreno, queste nazionalizzazioni sono "(...) un riconoscimento indiretto del carattere operaio della rivoluzione (...). Ma, di per sé, non hanno un carattere socialista, dal momento che è uno Stato borghese e non uno Stato operaio che controlla le imprese nazionalizzate." (5)
Ed è appunto quello Stato borghese - preservato grazie al ruolo della sinistra di governo - che dopo l'ultima fiammata della rivoluzione riesce infine a riprendere lentamente il controllo. Una ascesa rivoluzionaria non può durare in eterno: o si conclude con la conquista del potere (e "spezza" la macchina statale, come Marx riassumeva l'esperienza della Comune di Parigi) oppure è destinata a rifluire. Nel novembre del 1975 una poderosa manifestazione di operai edili circonda il palazzo del governo e gli operai iniziano ad armarsi. Ma il governo fa alcune concessioni sulla piattaforma rivendicativa e - grazie al ruolo attivo del Pcp (che dà un sostegno meramente platonico ai manifestanti) - riesce a spegnere le fiamme prima che avvolgano il Palazzo, imponendo lo "stato di emergenza" alla fine del mese quando alcuni reparti di paracadutisti rispondono con un colpo di mano alla destituzione di Otelo de Carvalho da capo del Copcon (la struttura di comando militare nata dopo il 25 aprile). Inizia il riflusso. Dal 1978 al 1981 tutti gli enti nazionalizzati verranno privatizzati.

 

Mancò il partito

 

Cosa mancò in quei due magnifici anni portoghesi per consentire alla rivoluzione di vincere? C'è una incapacità delle classi dominanti di dominare (per questo devono far ricorso all'uso dei riformisti); c'è una mobilitazione delle classi medie, potenzialmente alleate del proletariato; c'è una ascesa delle lotte operaie. Ma non si svilupparono degli organismi di potere della classe operaia: le commissioni e le assemblee operaie non ebbero una crescita nazionale né diedero vita a una strutturazione centralizzata. Come scrive Moreno: "Non esistono in Portogallo i soviet, né nessun altro organismo centrale di potere operaio che, pur differente dai soviet russi, serva per centralizzare gli organismi di potere duale esistenti." E ancora: "Proprio quando si pone all'ordine del giorno la necessità della presa del potere da parte del proletariato, tanto più salta agli occhi l'inesistenza di una struttura del movimento operaio e delle masse che lo organizzi, che sia riconosciuta per questo e sia nelle condizioni di assumere il governo del Paese." (6)
E, alla base di ciò, c'è la mancanza di un partito rivoluzionario e anche di un embrione di esso in grado di crescere in quei mesi tumultuosi. Dopo il 25 aprile nacquero, a sinistra dei principali partiti riformisti, decine di gruppi centristi, in prevalenza maoisti, accomunati dall'essere privi di un programma transitorio per la conquista della maggioranza dei lavoratori politicamente attivi (i lavoratori così rimarranno sotto il controllo delle burocrazie governiste). Le organizzazioni trotskiste sono troppo piccole, prive di radicamento o su posizioni non conseguenti (7). Manca un partito rivoluzionario capace di favorire lo sviluppo degli organismi di lotta degli operai fino a una situazione di dualismo di potere; manca un partito che prospetti una risposta operaia, autonoma cioè dalla borghesia, alla crisi, e dunque che rivendichi il controllo operaio sulle nazionalizzazioni, l'armamento del proletariato e infine il rovesciamento del governo di fronte popolare. Fu per questa assenza dell'elemento soggettivo che le condizioni oggettive - che pure erano mature - non condussero verso l'unica soluzione logica e necessaria: la presa del potere da parte della classe operaia.
Eppure anche per questo, nonostante la sconfitta, la rivoluzione portoghese - la più recente tra le rivoluzioni in Europa - resta un avvenimento denso di insegnamenti sul ruolo nefasto della socialdemocrazia governista e sui compiti dei rivoluzionari.

 

 

Note

 

(1) Lo scambio di messaggi è riportato in Portogallo, 25 aprile di Rodrigues, Borga e Cardoso, Editori Riuniti, 1975. Il libro è interessante solo come fonte di documentazione; la lettura dei fatti che fornisce è invece quella del Pci: necessità di compromesso con la borghesia progressista, riforma dello Stato, ecc.

(2) Una precisa ricostruzione dei fatti si trova nel libro (difficilmente reperibile) di Roberto Massari, Problemi della rivoluzione portoghese, pubblicato nel '76 dalle edizioni Controcorrente. A parte alcuni giudizi non sempre condivisibili, è un buon testo di analisi della rivoluzione del 1974-1975.

In spagnolo è disponibile il libro di Nahuel Moreno, Revolución y contrarrevolución en Portugal (1975). Può essere scaricato all'indirizzo www.marxists.org/espanol/moreno/. Oltre ad essere una acuta interpretazione dei fatti portoghesi, contiene alcune preziose generalizzazioni sui governi di fronte popolare e sul ruolo dei riformisti, sui diversi regimi borghesi, ecc.

(3) Si tratta del film Capitani di aprile di Maria de Medeiros, uscito nel 2000. Seguito poco dopo dalla commediola di Sciarra, Alla rivoluzione sulla due cavalli, con Adriano Giannini.

(4) N. Moreno: Revolución y contrarrevolución en Portugal, op. cit. La traduzione in italiano di questo e dei brani seguenti è nostra, dalla versione originale in spagnolo.

(5) N. Moreno, op. cit.

(6) N. Moreno, op. cit.

(7) Le due principali sono la Lci e il Prt, legate rispettivamente alle due frazioni in cui si divideva all'epoca il Segretariato Unificato: la Tendenza Maggioritaria di Mandel e la minoranza internazionale, la Flt. Quest'ultima si ruppe proprio in seguito al dibattito sul Portogallo: l'ala guidata dall'Swp americano sostenne una posizione "tappista" della rivoluzione, attorno alle sole rivendicazioni "democratiche", mentre l'ala legata a Nahuel Moreno - che rivendicava lo sviluppo dei comitati operai e dei soldati nella prospettiva del rovesciamento del governo Mfa-Pcp-Psp - darà poi vita alla Frazione Bolscevica, antecedente della attuale Lega Internazionale dei Lavoratori (Lit) di cui il PdAC è sezione italiana.

 

 

La Bologna che lotta!

A colloquio con alcuni dirigenti dell'RdB-Cub

 

a cura di Daniele Patelli

 

Siano in compagnia di Massimo Betti, responsabile della Federazione RdB di Bologna e membro della Direzione Nazionale delle RdB, Massimo Marendon della Direzione Nazionale delle RdB e responsabile dei Vigili del Fuoco e Wilma Fabiani, delegata del Comune di Bologna.

 

Cominciamo con Massimo Betti. Lotte al Comune di Bologna nei nidi, lotte dei Vigili del Fuoco, lotte all'aeroporto "G. Marconi" di Bologna: che sta succedendo a Bologna?

MB: succede che categorie che lottano all'interno delle loro strutture hanno deciso di portare in piazza il loro malessere, le loro condizioni penose; del resto, il sindaco Cofferati ha inventato ricette solo negative nel Comune che si sono estese anche ad altre categorie; attualmente Cofferati e Bologna sono simboli del governo Prodi, ad esempio ha fatto della repressione poliziesca il fulcro della sua attuale gestione di Governo, chiedendo altri 150 poliziotti per Bologna sotto minaccia di non firmare il patto sulla sicurezza. Questo produce ulteriori contrazioni sugli stipendi che non arrivano alla quarta settimana, diritti sindacali ridotti e mobilitazioni continue necessarie.

 

Quindi Bologna è un laboratorio per derive destrorse e distruttive dello stato sociale?

MB: Bologna non è solo un laboratorio, cosa che comunque è, ma è anche la città del premier, la città che ha prodotto il premier e buona parte del governo, tant'è che la maggior parte dei ministri e sottosegretari sono emiliani, il resto sono sindacalisti soprattutto di Cgil e Cisl. Finora questo laboratorio ha prodotto solo ricette deleterie per i diritti e gli interessi dei lavoratori.

 

Come vive allora la RdB il conflitto con le esternazioni sulla sicurezza del sindaco?

MB: le vive male poiché questo amplifica il conflitto. Pensa che solo dopo tre anni di lotta durissima siamo riusciti a strappare all'amministrazione comunale un protocollo di relazioni sindacali, mentre prima persino il bilancio veniva discusso solo con i sindacati concertativi. Considera anche che solo dopo lotte durissime dei lavoratori delle coop sociali, dei nidi, del trasposto pubblico, con scioperi che hanno raggiunto il 95% di adesione, abbiamo strappato qualcosa all'amministrazione: tuttora le politiche di Cofferati sono politiche di conflitto e di scontro, a parte con i soliti noti.

 

Parliamo ora con Wilma Fabiani delegata al Comune di Bologna. Com'è il livello del malessere dei lavoratori del Comune?

WB: il malessere è altissimo, tanti anche oggi ci telefonano per sapere del contratto "a perdere", quanto arriverà in busta paga, tanti ci telefonano sulla riduzione e contrazione dei diritti che continua incessante. Ad esempio anche l'ultima circolare sull'orario di lavoro priva i lavoratori di diritti acquisiti da sempre. Non parliamo poi dei nidi, dove l'amministrazione comunale vuole risparmiare a tutti i costi sulla pelle dei bambini e delle famiglie, usando la parola "sperimentazione", parola usata anche per il contratto dove si vuole "sperimentare" l'allungamento del rinnovo economico, cioè degli aumenti di soldi, da due a tre anni. Ormai i lavoratori sono cavie e i posti di lavoro laboratori per la riduzione dei diritti sociali.

 

Quindi c'è un forte malessere, disagio, allontanamento dal lavoro anche sulla spinta del "tiro al piccione" da parte dei vari Ichino?

WB: certamente è così.

 

Passiamo ora a Massimo Marendon cui chiediamo una descrizione del quadro generale delle lotte delle RdB.

MM: il quadro è chiaro: sia i governi di centrodestra che di centrosinistra puntano ad uno "stato leggero", ad estendere e perpetuare le esternalizzazioni, le privatizzazioni e così via, depotenziando l'intervento pubblico nel sociale e nei servizi.

 

Vogliamo parlare di neoliberismo selvaggio?

MM: certamente dato che la longa manus dei "poteri forti" chiede sempre di più, parlo di Montezemolo e Confindustria in primo luogo, basta vedere dopo aver intascato il cuneo fiscale cosa chiedono al Pubblico Impiego: lo ritengono non una risorsa, ma un fardello di cui disfarsi per regalare tutto ai privati e qui scendono in campo gli interessi di chi gestirà i servizi esternalizzati con ampia libertà di profitto e di licenziamento.

 

Pensi che si tratti di "lobby" più o meno occulte?

MM: certamente, basti pensare alla puntata di Report sulle lauree facili  nei ministeri nelle università private, chi c'era dietro e chi sedeva anche nei consigli di amministrazioni: gli stessi!

 

Elezioni amministrative
Ripartire dalle lotte nelle fabbriche e nelle piazze!

 

Dichiarazione del Comitato Centrale del Partito di Alternativa Comunista

 

Dopo le contestazioni a Prodi, ai suoi ministri, a Bertinotti alla Sapienza, a Ferrero e Giordano a Mirafiori, anche l'esito elettorale (che pure è solo uno specchio deformato della lotta di classe) esprime un misto di disincanto e di rifiuto dei lavoratori delle politiche anti-operaie del presunto "governo amico".
Il calo dei partiti di governo è evidente, sia in termini di voto assoluto che percentuale; al Nord si fa più evidente ma è abbastanza uniforme. Il tentativo della sinistra di governo di scaricare i risultati sulle altre forze della coalizione appare grottesco politicamente e inutile elettoralmente. Giordano che parla di "una legittima rabbia degli operai che chiedono un risarcimento sociale al governo" pare ignorare il fatto che le politiche anti-operaie del governo sono sostenute attivamente dal suo partito. Ma se Giordano si "dimentica" di non rappresentare un partito d'opposizione, se ne ricorda il suo elettorato e il Prc perde circa un terzo di voti (passando in media dal 6% al 4%). Come sempre, in assenza di una forte e visibile alternativa di classe, il disincanto e il rifiuto si traducono, elettoralmente, nell'incremento dell'astensione e in un voto per i partiti del centrodestra, nella logica dell'alternanza tra i due poli.

 

Come PdAC, essendoci costituiti in partito poche settimane prima della campagna elettorale, abbiamo potuto presentare nostre liste solo in un paio di situazioni -entrambe storicamente caratterizzate da un voto a destra: Vicenza e Latina.
Da marxisti rivoluzionari, la nostra campagna elettorale -povera, fatta solo di volantini - la abbiamo sviluppata non per orientare il massimo dei voti su posizioni indistinte ma per fare propaganda sul programma rivoluzionario. Il risultato che abbiamo ottenuto è modesto ma significativo (1).
A Vicenza la nostra compagna Patrizia Cammarata ha preso 1301 voti: lo 0,3% (ma il Prc, ben più attrezzato di noi elettoralmente, prende l'1,6%). A Latina prendiamo circa l'1% dei voti, superando i verdi e quasi eguagliando il Prc (il nostro candidato Ruggero Mantovani prende 721 voti, il Prc 872 voti). Ma - dato per noi ben più importante di quello meramente elettorale - sono centinaia i nuovi contatti presi durante la campagna elettorale e decine le richieste di nuove iscrizioni al partito.

 

In ogni caso non è sul terreno elettorale che si fermerà l'attacco anti-operaio del governo di centrosinistra o si scongiurerà il rafforzamento dell'altro polo borghese, quello di centrodestra. Bisogna costruire nei luoghi di lavoro, a partire dalle lotte dei lavoratori per il rinnovo dei contratti nazionali (metalmeccanici, pubblico impiego, ecc.), piattaforme che garantiscano reali aumenti salariali, diritti e tutele; e nelle piazze, e nelle manifestazioni contro le politiche di guerra di Prodi -di particolare importanza è la manifestazione del 9 giugno a Roma- una opposizione di massa alle misure imposte dalla borghesia attraverso i suoi governi, nazionale e locali, dell'uno o dell'altro polo. La costruzione di una forte opposizione (che oggi significa costruire uno sciopero generale per difendere le pensioni e respingere le politiche di guerra del governo) potrà poi tradursi anche, e secondariamente, in un risultato elettorale. Anche se l'alternativa dei lavoratori non verrà mai dalle elezioni per gli organismi rappresentativi funzionali a questo sistema sociale ma potrà venire solo dalla lotta unitaria di lavoratori e giovani attorno a un programma di rovesciamento del capitalismo e della sua democrazia fasulla.

 

(1) Peraltro pari o superiore ad altre piccole formazioni, come il Pcl, che pure si presentava con programmi da lista civica, senza alcun riferimento di classe e che sui giornali si esibiva come un già costruito "terzo polo" elettorale.

 

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