Partito di Alternativa Comunista

Governo Prodi, governo dei padroni!

Il dpef di Prodi e Ferrero: un altro attacco ai lavoratori

 

Antonino Marceca

 

 

La trattativa sul Dpef e sulle pensioni apertasi il 19 giugno con l’incontro tra il governo e le parti sociali (sindacati e organizzazioni imprenditoriali) si è conclusa solo in parte il 28 giugno con l’approvazione del Dpef all’unanimità da parte del Consiglio dei Ministri, mentre il capitolo pensioni e scalone è stato stralciato e dovrà essere affrontato in un apposito tavolo concertativo.

Per tutto il corso della trattativa la stampa ci ha informato sulle pretese degli esponenti padronali e dei ministri economici del governo; le indicazioni della Corte dei Conti; le dichiarazioni, le aperture, le disponibilità dei massimi esponenti della burocrazia sindacale e della sinistra di governo.

 

Il gioco delle parti nel corso della trattativa

 

Nel gioco delle parti i più espliciti nelle richieste sono state le organizzazioni padronali: Confindustria e Confcommercio. Dopo aver incassato il taglio del cuneo fiscale, esteso poi anche alle banche e alle assicurazioni, hanno chiesto di mettere al centro del Dpef interventi che “consentano al sistema produttivo di essere più competitivo e che mirino ad una maggiore produttività del sistema”; la “conferma delle riforme Dini e Maroni” sulle pensioni e della Legge 30 sulla precarietà; la decontribuzione degli straordinari, incentivi alla contrattazione integrativa aziendale e la triennalizzazione dei contratti. Una frustata ai lavoratori definiti “fannulloni” dal presidente degli industriali, il fannullone miliardario Cordero di Montezemolo.
Per il governo, Francesco Rutelli ha posto la necessità nell’elaborazione del Dpef di "riconquistare i ceti medi": riducendo l’Ici per la casa; diminuendo le tasse e smettendo di “vessare” le piccole imprese. Il ministro Padoa Schioppa ha posto la necessità di ridurre il debito pubblico, appesantito per effetto dell’aumento dei tassi di interesse (Bce), del contratto del pubblico impiego e della sanità. Romano Prodi ha svolto nella trattativa la parte del cattolico democratico che si pone il problema di “tener in vita” i pensionati al minimo, e per questo ha ricevuto approvazioni da parte dei ministri della sinistra di governo, che si erano premurati di scrivergli una letterina.
Per quanto riguarda le pensioni, i ministri liberali hanno insistito sulla necessità di aumentare l’età pensionabile e sulla revisione dei coefficienti (finalizzata a tagliare i rendimenti pensionistici del 6-8%). Il ministro del Lavoro, Cesare Damiano ha avanzato la proposta di superare lo scalone con i gradini ascensionali fino a raggiungere i 62 anni di età con 35 anni di contributi. Le indicazioni della Corte dei Conti si mostrano in linea con quando chiesto dalle associazione padronali e dal governo: eccessiva pressione fiscale; necessità di aumentare le spese in conto capitale (investimenti); necessità di ridurre la spesa corrente (pubblico impiego, pensioni e spesa sanitaria).
Il gioco delle parti ha coinvolto anche i massimi vertici della burocrazia sindacale: il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, ha espresso la massima disponibilità all’accordo sul Dpef e sulle pensioni; il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, sulle pensioni ha alternato disponibilità a richieste di garanzie da parte del governo, mentre sul Dpef ha espresso un giudizio positivo. Il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, ha oscillato tra l’uno e l’altro, già pronto a firmare. La Cgil, il giorno prima del varo del Dpef, di fronte alla proposta del governo di elevare seppur gradualmente l’età pensionabile fino a 62 anni, oltre il gradone di Maroni, ha deciso di sospendere la trattativa sulle pensioni, ma senza proporre lo sciopero generale. Nel contempo esprime la propria disponibilità a continuare la discussione al tavolo concertativo proposto dal ministro Cesare Damiano, che nel frattempo ha acquisito l’appoggio del Prc per un aumento biennale dell’età pensionabile da 58 nel 2008, a 61 anni dal 2014.

 

I numeri del Dpef

 

Il Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef ) 2008-2011 traccia le linee fondamentali del bilancio statale, i suoi contenuti pertanto sono indicativi della prossima finanziaria. Il documento prevede una riduzione progressiva del debito e del deficit pubblico (il rapporto debito pubblico/prodotto interno lordo, Pil) del 105,1% nel 2007, 98,3% nel 2010, 95% nel 2011; il rapporto deficit pubblico/prodotto interno lordo del 2,5% nel 2007, 2,2% nel 2008, 1,5% nel 2009, 0,7% nel 2010, 0,1% nel 2011) in linea con quanto richiesto dalla grande borghesia italiana e con le indicazioni della Banca centrale europea e dell’Unione europea.
Nel contempo il governo prevede una crescita del Pil al 2% per il 2007, per poi rallentare intorno all’1,9% nel 2008, del 1,7 nel 2009. Un Pil da sostenere attraverso ingenti spese in conto capitale: investimenti per le ferrovie, le infrastrutture stradali, della rete di telecomunicazione, per la costruzione di gasdotti e rigassificatori. Mentre gli industriali ricevono incentivi per la contrattazione aziendale (finalizzati a smantellare il contratto nazionale), riduzione dei costi per gli straordinari (con aumento della disoccupazione) e garanzie sul mantenimento della Legge 30. A fronte di queste previsioni il governo pensa di ridurre la pressione fiscale dal 42,8% al 42% nel 2011. Da dove prenderà i soldi lo Stato borghese, dalla lotta all’evasione fiscale che il documento stima intorno al 25-30% del valore aggiunto imponibile stimato? Non siamo così ingenui, dopo le proteste di artigiani, commercianti e liberi professionisti il governo ha varato oltre al Dpef, che prevede per le piccole imprese una tassazione forfetaria, il federalismo fiscale.
In sintesi dal documento emerge una chiara indicazione alla riduzione della spesa corrente, come indicato dalla Corte dei Conti (pubblico impiego, pensioni e sanità), e l’intenzione di fare cassa attraverso il proseguo delle privatizzazioni: oltre ad Alitalia, le Poste Italiane, l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, la quotazione in borsa di Fincantieri, la privatizzazione di Tirrenia, la dismissione di quanto rimane del demanio pubblico.
Per la propaganda, utilizzabile a piene mani dalla sinistra di governo, ci saranno le misure di riduzione dell’Ici sulla prima casa, che pur coinvolgendo una parte del lavoro dipendente e dei ceti popolari lascia fuori il 20% della popolazione che non possiede una casa di proprietà.
Per gli anziani e i giovani precari vi saranno alcune misure che soltanto dei cinici possono definire ammortizzatori sociali: l’aumento miserevole di circa 50 euro lordi al mese al partire dal prossimo anno, previo una tantum in autunno, per la metà dei circa quattro milioni di pensionati con un reddito pensionistico inferiore a 570 euro; un lieve incremento dell’assegno di disoccupazione; qualche soldo per coprire i buchi dei contributi figurativi.

 

La risposta sindacale e la nostra

 

La burocrazia sindacale, che assieme ai gruppi finanziari si appresta a mettere le mani sul Tfr dei lavoratori con la truffa del silenzio-assenso, è entrata nella trattativa senza una proposta. La Cisl, ancora una volta, si conferma il sindacato collaterale del Partito democratico disponibile ad ogni richiesta padronale e governativa, la Cgil dopo aver espresso la sua disponibilità a firmare un accordo sulle pensioni che portava l’età pensionabile a 58 anni, si è irrigidita sull’aumento fino a 62 anni proposto dal governo, ma nel contempo ha accettato l’impianto del Dpef e l’assegnazione della revisione dei coefficienti a una commissione. Una posizione esitante considerato che non dichiara lo sciopero generale e accetta di ritornare a discutere della questione in un apposito tavolo concertativo. La burocrazia sindacale di Fiom Cgil, in un’ottica di pressione sul governo, ha indetto scioperi articolati di due, tre ore nelle fabbriche del Paese per la tenuta sui livelli attuali, 57 anni e 35 di contributi. Cremaschi, della Rete 28 aprile in Cgil, valuta che “non ci sono le condizioni per riprendere il negoziato” e chiede, inutilmente, a Cgil, Cisl e Uil di “decidere lo sciopero generale”. Prima anche la Cub aveva dichiarato la necessità dello sciopero generale: che ha infine proclamato, assieme a qualche altra sigla, per il 13 luglio. Per parte nostra abbiamo chiesto fin dall’inizio ai sindacati di alzarsi dal tavolo e ribaltarlo, ritornare dai lavoratori e costruire un grande sciopero generale unitario.

 

Il PdAC, pur partecipando agli scioperi indetti dalla Fiom Cgil, ha criticato e respinto l’impostazione di pressione e sostegno critico al governo sia sul terreno economico sociale (Dpef, pensioni, privatizzazione di Fincantieri) sia sul terreno della politica estera (base militare Usa a Vicenza, invio truppe nei Paesi dipendenti e coloniali) in quanto inefficace e smobilitante. In alternativa abbiamo proposto in tutte le sedi sindacali e di movimento la necessità della costruzione di un fronte unico di opposizione: lo sciopero generale contro il governo e il padronato, sulla base di una piattaforma unificante per abolire lo scalone e ogni aumento dell’età pensionabile, per salvaguardare il Tfr e ritornare al sistema pensionistico pubblico a retribuzione, per abolire la legge 30 e tutte le norme precarizzanti, per una maggiore rigidità, per nuovi diritti e nuove tutele.

 

 

Pensioni e lotta di classe

 

Enrico Pellegrini*

 

Il sistema capitalistico non accetta tregue in assenza di adeguati rapporti di forze in cui dinnanzi al mondo del lavoro organizzato si fronteggi energicamente la fame di profitto del capitale; le direzioni dell’intero movimento operaio degli ultimi anni, le sue debolezze, il suo opportunismo, la ricerca della compatibilità sono tra le cause di profonde sconfitte subite da milioni di lavoratori nel paese. Le pensioni sono una delle spese sociali che minano la “competitività” dell’economia italiana e come tali risentono di un attacco feroce da parte di tutti gli organi di potere, e fatto risaltare anche moralmente come un costo insostenibile per il “bene” delle generazioni future.
La propaganda fatta circolare negli ultimi mesi dice molto sulla posta in gioco: il governo “amico” di centrosinistra avanza, stritolando diritti e conquiste sociali un tempo ritenute fondamentali per la stabilità delle masse popolari, seppure in chiave socialdemocratica. Dopo i tagli al contratto dei lavoratori pubblici e dopo gli aumenti per le spese militari ed i regali alle imprese attraverso l’abbattimento del cuneo fiscale (esteso anche a banche ed assicurazioni), ora tocca alla previdenza pubblica, nonostante la stessa non soffra di alcuna crisi ed abbia beneficiato, quest’anno, di un aumento contributivo (0,3%) pagato dai lavoratori stessi.
Il problema si amplifica in presenze di forze sindacali che assecondano tali processi accompagnandoli con demagogie agitatorie che manifestano tutta la loro debolezza.

“Lo scalone di Maroni non lo accettiamo” ripeteva fino a poco tempo fa Epifani; poi però al direttivo nazionale Cgil del 3 e 4 luglio scorso non accettava nessun ordine del giorno su cui imbastire almeno una seria linea di difesa in riferimento a quanto detto; né tantomeno accettava la “folle” idea di far passare eventuali ipotesi di accordo col Governo al voto dei lavoratori nelle varie assemblee.
Tutto questo, aggravato dalle varie posizioni dei diversi dirigenti in seno alle divisioni sancite tra il futuro Partito Democratico e la cosiddetta neo-Sinistra (Prc, Pdci, Sd, Verdi) ci fa ben capire che l’aumento dell’età pensionabile sarà sostanzialmente accettato. La proposta che emerge è quella in cui l’età pensionabile verrà spostata a 58 anni in aggiunta agli incentivi dati ai lavoratori che decidono di continuare a lavorare; quindi una verifica tra tre anni ed eventuale innalzamento automatico dell’età qualora gli stessi incentivi non avessero dato “buon   esito”.
E’ chiaro che dall’alleanza con personaggi tristemente famosi per i lavoratori, come Dini, non ci si poteva attendere di meglio. In Italia non esiste alcuna necessità di modificare l’assetto pensionistico pubblico, né di alimentare con voci false e tendenziose uno scontro generazionale tra diversi lavoratori, gli uni rei di sottrarre la pensione agli altri; ma di fatto vittime di un sistema che spostando il livello di scontro tra capitale e lavoro presente in questo campo specifico in un’altra dimensione tende ad eluderlo presentando una realtà assai distorta.
La fraseologia tardo-operaista di Bertinotti a difesa delle pensioni funge da contraltare rispetto a tutte le illusioni seminate nel tempo riguardo ai temi più disparati (pacifismo, socialismo del XXI secolo, non violenza ecc.) e registra nella sostanza la lunga trafila nelle istituzioni borghesi del suo stesso Partito, del quale ne è esempio forte ed “affidabile” alla presidenza della Camera.
Dopo aver approvato praticamente di tutto, durante l’anno trascorso al governo, il Prc tenta la carta della presunta crisi di governo qualora passassero riforme non accettabili o simili allo scalone di Maroni; il cretinismo parlamentare smaschera l’opportunismo di tutti questi dirigenti ormai proni alle direttive dettate da Confindustria, Banche e poteri forti del paese.
Il Partito di Alternativa Comunista giudica disastrosa l’ipotesi di abolire il diritto di maturare una giusta pensione con 57 anni di età e 35 di contributi (legge attuale) e si dedicherà attraverso tutti i suoi militanti presenti nelle varie sigle sindacali a difendere strenuamente il diritto a una pensione dignitosa. Questo perchè non si possono capovolgere i termini di una contraddizione insanabile: i lavoratori italiani le loro pensioni se le sono già ampiamente pagate e queste non devono finire nel calderone micidiale della spesa pubblica statale affinchè servano a sanare il deficit pubblico a tutto vantaggio di imprese e aziende su cui ricade, d’altra parte, la responsabilità circa i 50 miliardi di euro di evasione contributiva annua; frutto e profitto di operazioni speculative di cui nessuno sembra tenerne conto.

*Esecutivo Veneto Rete 28 aprile Cgil

Immigrati: no al ddl Amato Ferrero!

Per la costruzione di una grande mobilitazione unitaria

 

Enrica Franco

 

I lavoratori stranieri in Italia sono ormai numerosissimi, in gran parte si tratta di operai, braccianti e badanti. Non si possono quindi trattare i problemi della classe operaia senza una particolare attenzione alle questioni riguardanti l’immigrazione. La speranza riposta da molti nel governo di centro-sinistra per l’abolizione della legge Bossi-Fini è completamente svanita di fronte al disegno di legge delega presentato da Giuliano Amato e Paolo Ferrero in aprile e appena approvato dalla Conferenza Unificata Stato-Regioni.

Il Ddl appare subito, anche ai più temerari ottimisti, come una semplice integrazione alla Bossi-Fini. Non solo non si scorge alcuna rottura col passato, ma addirittura le poche modifiche apportate ci riconducono direttamente alla Turco-Napolitano. Dobbiamo notare inoltre che al momento si tratta di enunciazioni molto vaghe e che qualsiasi stravolgimento durante la discussione parlamentare è non solo possibile ma addirittura auspicabile secondo i due ministri, non vogliamo neanche immaginare di cosa sia capace la maggioranza bipartisan che si potrebbe creare in questa circostanza. Oltre al contenuto è molto criticabile anche la forma che si è scelta per affrontare il tema dell’immigrazione: il disegno di legge delega ha dei passaggi molto lunghi, dovrà prima essere approvato dal parlamento e successivamente verrà modificato dal governo in un testo di legge vera e propria, di fatto nulla cambierà fino almeno al 2009, ammesso che il governo per quella data sia ancora in piedi! Naturalmente questa scelta è stata fatta per annunciare alcune blande modifiche che possano tenere buoni gli elettori e contemporaneamente per spostare più in là possibile qualsiasi discussione sul tema che potrebbe mettere in difficoltà l’attuale maggioranza. Ma andiamo ad analizzare nel dettaglio cosa dovrebbe cambiare secondo i ministri Ferrero e Amato.

 

Dettagli significanti

 

Ai primi punti c’è la modifica della programmazione dei flussi di ingresso che diventerà triennale con possibili modifiche annuali, in realtà anche con la Bossi-Fini le programmazioni dei flussi venivano modificate in corso d’opera tramite decreti, quindi si tratta di una modifica puramente di facciata. Il dato reale è che si continua a parlare di flussi di ingresso in base alle esigenze degli imprenditori italiani, la visione dell’immigrato come lavoratore a basso costo e ricattabile non viene assolutamente intaccata. Permangono le famigerate liste alle quali i lavoratori dovrebbero iscriversi nei loro paesi d’origine e alle quali i padroni dovrebbero fare ricorso per assumere manodopera: è un metodo che non ha mai funzionato in alcun paese del mondo (a questo proposito ci diverte far notare al ministro Ferrero che i suoi progetti riguardo i lavoratori immigrati coincidono con quelli del presidente Bush!), di solito gli imprenditori assumono gli stranieri che vengono in Italia muniti di un permesso turistico. La novità però c’è e sta nei nuovi criteri di ammissione a queste liste: oltre alla qualifica professionale, servirà anche conoscere la lingua italiana ma soprattutto condividere pienamente i valori sui quali si basa la Repubblica italiana! Viene poi reinserita la figura dello sponsor già presente nella Turco-Napolitano, di solito si tratta di un padrone che garantisce per il lavoratore che andrà a lavorare presso la sua azienda, ma c’è anche la possibilità per un immigrato benestante di auto-sponsorizzarsi per un anno grazie al proprio patrimonio bancario! Non c’è che dire, davvero una visione di classe del nostro ministro comunista! Come se non bastasse vengono agevolati gli ingressi per gli immigrati altamente qualificati, creando così due canali differenziati per gli operai e per i facoltosi.

 

Una legge al servizio dei padroni

 

Gli unici aspetti che potrebbero apparire di buon senso, sono il raddoppio in fase di rinnovo del permesso di soggiorno che eviterà qualche fila agli stranieri, la proposta di concedere il diritto di voto alle elezioni amministrative agli immigrati residenti da molti anni e l’opportunità di lavorare nella pubblica amministrazione. Dobbiamo purtroppo far notare che la proposta di concedere il diritto di voto era già presente nel disegno di legge Turco-Napolitano e venne stralciata in fase di approvazione in quanto vennero sollevati diversi dubbi sull’anticostituzionalità di tale norma. E anche per quanto riguarda il lavoro nella pubblica amministrazione se ne parlava già nella Turco-Napolitano ma la questione venne bloccata da cavilli giuridici e temiamo che anche questa volta possa fare la stessa fine.

Le ultime chicche del ddl sono i rimpatri che saranno resi più “umani” e stessa sorte toccherà ai Cpt che non verranno chiusi ma “umanizzati”, che sollievo per gli immigrati rispediti nelle loro terre o rinchiusi nelle carceri-Cpt!

In conclusione si tratta, come abbiamo visto, di poche modifiche, la Bossi-Fini non viene minimamente intaccata e del resto anche tornare alla Turco-Napolitano sarebbe stata una sciagura! La visione dell’immigrato resta quella di uno schiavo che entra in Italia per lavorare e se ne torna a morire di fame quando scade il contratto, questo comporta ovviamente la massima ricattabilità sul posto di lavoro che ricade su tutta la classe lavoratrice, anche sui lavoratori italiani.

Per questo è fondamentale lavorare quotidianamente alla costruzione di un’unità politico-organizzativa tra i lavoratori italiani e quelli immigrati; perché solo costruendo una grande unitaria sarà possibile contrastare queste politiche e persino portare a casa qualche risultato; perché i lavoratori italiani ed i lavoratori immigrati hanno molti nemici in comune.

Tfr: non finisce qui!

 

Il 30 giugno per i lavoratori del settore privato è scaduto il termine per decidere la destinazione del proprio Trattamento di Fine Rapporto (Tfr). Stando ai primi dati parziali diffusi dal Ministero del Lavoro il 30-40% dei lavoratori avrebbe deciso di investirlo nei fondi pensione, il 10% non avrebbe effettuato alcuna scelta cadendo così nella trappola del silenzio-assenso, e almeno il 50-60% avrebbe deciso di mantenerlo in azienda.

Si tratta di dati che, nonostante le energie investite, hanno deluso il padronato: lo stesso ministro Damiano ci ha infatti ricordato l’enormità di questa campagna (“…oltre 7.000 spot sulle televisioni e più di 30.000 sulle radio, annunci pubblicati sistematicamente sulla stampa, affissioni nelle principali citta' e stazioni ferroviarie - ha ricordato il ministro - realizzazione di brochure esplicative, circa 143.000 chiamate ricevute al centro di contatto 800.196.196 ed un sito internet interamente dedicato alla riforma della previdenza complementare...”). E c’è dell’altro: la propaganda a favore dei fondi pensione è stata fatta tra i lavoratori da Cgil, Cisl e Uil, che hanno investito fior di quattrini in questa campagna ed ora non vedono l’ora di sedersi al tavolo dei consigli di amministrazione dei fondi pensione, dove avranno modo di rifarsi ampiamente dei soldi spesi in questi mesi
La lotta generale contro la politica previdenziale di questo governo si approfondirà in autunno: la partita è infatti ancora tutta da giocare nel pubblico impiego e per quanto riguarda altri aspetti della riforma delle pensioni. Non solo: la trappola del silenzio-assenso continuerà a minacciare i nuovi assunti e i tanti lavoratori precari che rinnovano il contratto presso la stessa azienda. Per parte nostra continueremo nel lavoro di costruzione di comitati, continueremo a fare controinformazione, e non ci stancheremo di ripetere ai lavoratori che a fronte di un attacco così grave l’unica risposta all’altezza della situazione potrà essere un grande sciopero generale contro il governo!

 

Sempre più precarietà, sempre più precari

Il governo porta avanti la politica di Berlusconi

 

Davide Margiotta

 

In campagna elettorale il programma dell’Unione parlava di "superamento" della legge 30, senza che fosse molto chiaro che cosa si intendesse con questa espressione.
Il piano del ministro Damiano è quello di moderare quello che viene definito un uso “eccessivo” di precarietà con l’introduzione di ammortizzatori sociali e con l’aumento dei costi per le imprese per l’assunzione di precari. In realtà si tenta solamente di imbrogliare il tutto.

 

Le verità nascoste

 

Il tema degli ammortizzatori sociali c’entra poco o niente con la precarietà: non si è precari solo perché non si ha un reddito fisso, si è precari perché non si ha una posizione lavorativa (e quindi sociale) stabile, perché non si possono costruire relazioni umane stabili sul posto di lavoro, e per mille altre ragioni che il ministro Damiano non nomina nemmeno.
Per incentivare l’occupazione stabile Damiano ha ipotizzato lo stanziamento di 600 milioni di euro e un limite massimo di tre anni per la durata di un lavoro precario, con incentivi alle imprese per l’assunzione.
Ma chi paga questi incentivi alle imprese sono ancora una volta i lavoratori!
Le uniche forme contrattuali che si pensa di abolire sono quelle che nessuno usa, come il job on call e lo staff leasing, mentre resteranno in piedi i contratti di collaborazione, utilizzati massicciamente dai padroni per coprire incarichi di lavoro dipendente. Non si accenna a modificare parti terribili della legge 30 come quella che permette di cedere rami d'impresa senza che questi fossero in precedenza effettivamente autonomi dall’azienda “madre”.
Le direzioni dei sindacati concertativi e Confindustria hanno dato il proprio assenso a questa impostazione (che cerca di disinnescare possibili esplosioni sociali con insipide caramelle avvelenate).
I padroni, in cambio di risibili riforme, incassano vantaggi sull’aumento della produttività, sugli orari di lavoro, sulla decontribuzione degli straordinari, una pioggia di finanziamenti e il taglio del cuneo fiscale. Inoltre, grazie all’incentivazione della contrattazione aziendale (sostenuta a gran voce dai sindacati confederali come una gran conquista) ottengono la possibilità di flessibilizzare ulteriormente gli orari di lavoro.
I sindacati hanno ottenuto il varo della previdenza integrativa, nei cui consigli d’Amministrazione potranno sedere comodamente fianco a fianco coi padroni gestendo i soldi dei lavoratori.
 

…e il superamento della legge Biagi?

 

Ormai i lavoratori precari in Italia sono oltre 3 milioni e mezzo: alla fine della giostra, questa via “riformista” ha portato i lavoratori precari a diminuire o ad aumentare? A fare un po’ di chiarezza ci ha pensato l’annuale studio della Unioncamere-Excelsior, commissionato dal ministero del Lavoro.
L'indagine Excelsior non riguarda il totale degli occupati, ma le nuove assunzioni: cioè ci indica in che direzione stiamo andando.
Nel 2001 le assunzioni a tempo indeterminato rappresentavano il 60% del totale. Quattro anni dopo la metà delle nuove assunzioni erano contratti precari, mentre l’anno scorso erano più di quelli a tempo indeterminato.
E quest’anno? Si è registrato il “superamento” della legge 30? Niente affatto: il trend non solo non si è invertito, ma le assunzioni con contratti precari sono ancora in aumento, e sono arrivate al 60% del totale. I dati sono stati presentati nell’assoluto silenzio dei media.

 

Abolire le leggi precarizzanti!

 

I burocrati politici e sindacali riformisti di varia origine hanno sempre una scusa buona per non mobilitare i lavoratori: hanno paura delle masse e dei cambiamenti che l’azione politica dei lavoratori in movimento potrebbe portare alla loro condizione di privilegiati.
Oggi la scusa della precarietà che ha diviso il proletariato è una di quelle più di moda per dimostrare l’impossibilità di qualunque cambiamento sociale.
Questi ciarlatani confondono volutamente analisi e programma d’azione: la realtà è che l’introduzione del precariato ha sì diviso la classe, ma ciò non significa automaticamente che non si possa più lottare uniti. Anzi, è dovere di ogni comunista trovare delle parole d’ordine che sappiano unire le rivendicazioni dei vari settori di proletariato in una piattaforma comprensibile e condivisibile da tutte le masse oppresse.
Altro che inutili giochi di parole sul superamento della legge 30, occorre rivendicare la sua abolizione e quella di tutte le altre leggi precarizzanti come il pacchetto Treu (introdotto, non ci stancheremo mai di ripeterlo, dal centrosinistra con la benedizione del Prc) e le leggi anti-immigrati. Queste rivendicazioni devono essere legate ad altre in grado di unificare tutto il proletariato: come l’aumento dei salari, delle pensioni, un salario sociale per i lavoratori precari e disoccupati, la lotta contro il furto del Tfr, quella per il diritto a una pensione pubblica e contro l’innalzamento dell’età pensionabile, quella per il diritto alla casa, allo studio, alla sanità, alla sicurezza sul posto di lavoro. A partire dal prossimo autunno, che contribuiremo nel nostro piccolo a rendere più caldo possibile.

La polizia ammette “l’errore” commesso alla Diaz

Dopo sei anni i primi barlumi di verità sui fatti del G8

 

Michele Scarlino

 

Dopo anni di silenzio, smentite, mezze confessioni e mezze verità, comincia a prendere forma sotto gli occhi di tutti quello che è successo durante i tre giorni del G8 di Genova nel luglio del 2001. A “riaprire il caso” le parole dell’allora capo dell’Ucigos, la classica e sempreverde polizia politica, Giovanni Superi (diventato poi direttore del servizio informazioni generali della polizia di prevenzione) che ha dichiarato che la polizia alla Diaz “ha forse esagerato”. Ci sono poi le dichiarazioni dell’allora vicequestore Fournier che ammette “esagerazioni” nelle versioni ufficiali fornite in quelle ore alla stampa ed alle televisioni. Le parole sono gravi, non perché noi (come chiunque avesse un minimo di lucidità mentale) non sapessimo cosa avesse fatto e come aveva agito la polizia in quei tremendi giorni – qualcuno, senza troppo esagerare, parlò di clima “cileno” - ma perché finalmente persino la polizia è arrivata ad ammettere azioni di cui non andar molto fieri, azioni difese all’epoca dai maggiori partiti di governo e di opposizione.

Insomma la tesi ufficiale della “reazione della polizia alle violenze dei no-global” sta cadendo pian piano anche ufficialmente, per dar spazio a barlumi di verità.

 

La notte dell’assalto alla Diaz: le intercettazioni

 

E’ notizia sempre di pochi giorni fa il rinvenimento di alcune intercettazioni di telefonate fatte proprio la notte dell’assalto alla scuola Diaz al 113 di Genova. La maggior parte delle chiamate sono dei residenti della zona della Diaz che chiamano la polizia per… denunciare i pestaggi della polizia! Quantomeno paradossale… ecco, di seguito, una telefonata tipo:

Residente - Buonasera, guardi che si stanno suonando di brutto qua sotto, dove c'è il centro, il Forum

113 - Sì, sapevamo già, grazie.

R - Ma è un macello!

113 - Grazie, sapevamo già. Salve

Ci sono poi altre intercettazioni di conversazioni intercorse quella notte tra i poliziotti, con battutacce sulla morte di Carlo Giuliani e non proprio gentili parole rivolte ai manifestanti. Ecco una, tra le tante:

Ore 21:35. Non è stata ancora decisa l’irruzione, ma vengono inviate delle pattuglie per verificare la situazione attorno alla scuola. Una funzionaria della centrale operativa parla al telefono con una pattuglia della Digos.

In piazza Merani ci hanno segnalato la presenza di questi dieci zecconi maledetti che mettevano i bidoni della spazzatura in mezzo alla strada.

Dopo una ventina di minuti circa - ore 21: 57 - la stessa poliziotta, con tono scherzoso, parla con un collega (R) via radio.

R: “Ma guarda che io dalle 7 di ieri e di oggi sono stato in servizio fino alle 11, quindi… ho visto tutti sti balordi, queste zecche del cazzo… comunque…

Poliziotta: “Speriamo che muoiano tutti…”

R: “Eh, sei simpatica

Poliziotta: “Tanto uno già va beh…(riferito a Carlo Giuliano, ndr) e gli altri… comunque uno a zero per noi…

Le Dichiarazioni del prefetto Gratteri

 

Altra scandalose dichiarazioni le ha fornite Gratteri, allora direttore dello Sco (Servizio centrale operativo), quello che, per capirci, guidò l’assalto alla Diaz e che oggi, visto il buon lavoro fatto a Genova, è stato promosso questore.

L’assalto alla Diaz fu giustificato dicendo che all’interno dell’edificio c’erano black block (cosa poi rivelatasi completamente falsa) e che all’interno dell’edificio, dove alcuni manifestanti si erano poggiati per passare la notte, furono rinvenute bombe molotov, coltelli e spranghe, tutte armi da usare l’indomani, ultimo giorno di G8. Dopo che centinaia di ragazzi sono stati pestati ed incarcerati per queste accuse Gratteri, durante l’interrogatorio per il processo sui fatti della Diaz, ha ammesso che è stata la polizia ad introdurre le molotov nell’edificio, proprio per giustificare i pestaggi sui giovani manifestanti.

Quella accaduta a Genova è stata una vera e propria azione intimidatoria che aveva l’intento di zittire sul nascere il movimento di protesta in Italia, con pestaggi e manganelli in pieno stile dittatoriale, alla faccia dei “garantisti” e dei politici tutto “pane e democrazia”. Lo stato borghese, tra un’elezione democratica e l’altra, usa tutti i mezzi di cui dispone (e tra questi le forze di polizia) per zittire le opposizioni serie, coerenti e perciò non gradite.

 

Sosteniamo la lotta dei lavoratori

No alla privatizzazione di Fincantieri!

 

Francesco Doro

La Fincantieri è tra le prime aziende mondiali per quota di mercato nella costruzione di navi da crociera e di traghetti. Una delle più grandi aziende del Paese, tra le poche ancora a capitale pubblico. Conta 9000 lavoratori diretti, più altri 18.000 impiegati nell’indotto.

Il piano industriale 2007/2011 propone “l’internazionalizzazione del gruppo”, che tradotto significa acquisire cantieri nei paesi dell’Est (Ucraina, Romania) dove delocalizzare la costruzione degli scafi delle navi. Un’operazione fatta in funzione della collocazione in Borsa del gruppo: per attirare capitali privati bisogna aumentare i profitti, un modo per farlo è costruire gli scafi dove il lavoro costa meno e competere su questo terreno con i produttori asiatici. La conseguenza sarà il taglio di 12-13 mila posti di lavoro in Italia, stima la Fiom Cgil nel suo Libro Bianco sul caso Fincantieri. I lavoratori temono che, una volta messa sul mercato, Fincantieri possa seguire lo stesso percorso di Telecom e Alitalia: un futuro di delocalizzazioni, smembramenti, tagli occupazionali, chiusure.

Nel contempo denunciano la chiusura di interi reparti per giustificare appalti sempre più deregolamentati. Inoltre in quasi tutte le città che ospitano gli stabilimenti di Fincantieri, settori della borghesia sostenuti dai governi di centrodestra e di centrosinistra puntano allo smantellamento delle attività industriali a favore di grandi speculazioni nei settori dei servizi, turistico e alberghiero.
I lavoratori sono stati sostenuti a contrastare la politica di privatizzazione dalla sola Fiom Cgil, mentre Fim Cisl e Uilm hanno avvallato fin dall’inizio il processo in atto.

Numerose le iniziative di lotta, sfociate nello sciopero nazionale del 15 giugno a Roma: uno sciopero gestito dalla burocrazia della Fiom e utilizzato come pressione sul governo; assenti parole d'ordine di lotta e contro le politiche di massacro sociale dell’esecutivo, nonostante la partecipazione dei 3000 lavoratori fosse molto sentita. Gli slogan erano tutti centrati su vaghi richiami ad un eventuale ripensamento del governo; la sola presentazione a Prodi delle firme della petizione promossa dalla Fiom contro la quotazione in borsa (che ha ottenuto dai lavoratori il 70% dei consensi), dimostra che ancora una volta non si è voluto costruire una reale vertenza contro il governo.

 

Il voto del Prc e della sinistra radicale sul Dpef

 

All’indomani dello sciopero Maurizio Zipponi, responsabile nazionale lavoro del Prc, dichiarava a Liberazione: “C'è bisogno di un nuovo piano industriale concordato coi sindacati. Solo dopo si valuterà quali sono gli strumenti finanziari idonei a realizzarlo”; in precedenza Alfonso Gianni, sottosegretario allo Sviluppo Economico, sottolineava di essere favorevole ad una quotazione in borsa di Fincantieri, a patto di mantenere il controllo pubblico della società: entrambe le dichiarazioni lasciavano presagire l’intento di voto del Prc.

Il progetto di privatizzazione e collocazione in borsa ha ottenuto il via libera del governo che, attraverso Fintecna, è l’azionista di maggioranza di Fincantieri: una volta collocata in Borsa, la finta barriera del 51% verrà velocemente superata, come successo per altri gruppi industriali.
Oltre ad una finta redistribuzione delle risorse, il Dpef varato il 28 giugno prevede, infatti, anche la quotazione in borsa per il 49% di uno degli ultimi “gioielli di Stato”.

In fase di approvazione del Dpef, la questione Fincantieri spariva dall’agenda del Prc - che aveva addirittura minacciato la crisi - e tutta la cosiddetta “sinistra radicale” votava disciplinatamente.

L'ultimo incontro con i sindacati, previsto proprio per il 28 giugno, è stato rimandato al 18 luglio; Sandro Bianchi, responsabile cantieristica della Fiom nazionale, ha espresso il suo rammarico per la mancata convocazione, annunciando che: “La mobilitazione continua, anche con forme di protesta originali”, omettendo però di fornire indicazioni precise.

 

Rilanciamo la lotta!

 

Di fronte ad un attacco così grave sferrato da governo e padronato, le forme di mobilitazione di pura pressione messe in campo dalla Fiom risultano insufficienti.

Per contrastare l’operazione di privatizzazione di Fincantieri serve rilanciare veramente la lotta, proclamando lo sciopero ad oltranza fino al raggiungimento dell’obiettivo, lanciando la parola d’ordine della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio.

Queste sono le uniche condizioni per garantire la vittoria dei lavoratori.

 

Lotte e mobilitazioni

 

a cura di Michele Rizzi

 

Roma

Circa 6000 antifascisti hanno sfilato a Roma contro il ritorno della violenza fascista, che è tornata a colpire dopo alcuni mesi la capitale. Infatti, a Villa Ada, una cinquantina di fascisti, armati di spranghe e bastoni, assaltava i presenti alla rassegna annuale dell’Arci, “Roma incontra il mondo”, scatenando la reazione antifascista romana con un corteo che è sfilato per il quartiere Trieste-Salario, inneggiando a “Renato, Dax, Aldro e Carlo” con un chiaro monito alla feccia nera della capitale.

 

Torino

Ancora immigrati protagonisti della repressione del governo Prodi-Bertinotti. Oggi è la volta di un immigrato gay, Ahmed K., espulso dal governo italiano perché senza documenti e contrario alla istanza per il diritto d’asilo presentata dall’Arcigay di Torino. Adesso, Ahmed sarà rimandato in Marocco e “grazie” al governo Prodi ed al ministro rifondarolo, Paolo Ferrero, sarò recluso dal governo marocchino, perché in Marocco, come in altri Paesi con governi reazionari, l’omosessualità è reato, punibile da sei a cinque anni di reclusione.

 

Milano

Gli avvenimenti degli ultimi mesi a Milano, che ha visto protagonista in negativo la polizia municipale, i famosi “ghisa”, nella caccia alla comunità Rom e non solo, ha una precisa veste giuridica. Si chiama decreto legislativo 30 del 2007, del Governo Prodi, che recependo la normativa europea a riguardo, prevede che la repressione antimmigrati venga estesa anche agli immigrati comunitari che non abbiano mezzi di sostentamento sufficienti dimostrabili. In sostanza, grazie a questa direttiva Ue recepita dal Governo Prodi e dal ministro Prc, Ferrero, la polizia municipale milanese scorazza per la città a caccia soprattutto di Rom che portati all’ufficio anagrafe, dovranno dichiarare i dati anagrafici e la disponibilità economica, con grosso rischio di espulsione. L’assessore alla sicurezza del Comune di Milano, De Corato di An, supportato dal governo nazionale di centrosinistra, ha suonato la carica per la caccia ai Rom milanesi.

 

Genova

Mentre il processo sulle violenze delle forze di polizia contro i manifestanti del G8 di Genova, si risolverà in un’ennesima bolla di sapone, cominciano a fioccare le prime condanne proprio di chi quelle violenze ha subito. E’ il caso di Valerie Vie, attivista di Attac France, condannata, da sentenza, a cinque mesi di carcere, in un processo lampo, per aver “assaltato la zona rossa”, mentre la Vie ha soltanto evitato il pestaggio, aggrappandosi alla rete metallica di Piazza Dante. Sintesi della vicenda giudiziaria: cinque mesi di carcere per aver evitato le botte della sbirraglia!

 

Brema (Germania)

Continua la mobilitazione degli operai della fabbrica Daimler Chrysler di Brema contro l’introduzione del nuovo sistema salariale, denominato Aqr, che per tanti lavoratori ha come diretta conseguenza un energico abbattimento dei salari e dei diritti. La protesta era cominciata nella fabbrica DaimlerChrysler di Marienfeld a Berlino, dove qualche mese fa gli operai hanno pesantemente contestato l'Aqr. Successivamente i lavoratori DaimlerChrysler di Marienfeld avevano organizzato uno sciopero spontaneo contro l'introduzione del nuovo regime salariale che va a ledere diritti acquisiti da anni, pesantemente attaccati dal Governo Cdu-Spd del cancelliere Merkel. La mobilitazione si estesa anche allo stabilimento di Brema, dove la mobilitazione continuerà fino al ritiro dell’Aqr.

 

Roma

Il 10 Luglio sono state consegnate al Presidente della Camera, Bertinotti, le migliaia di firme raccolte nella campagna nazionale “acqua bene comune” che ha mobilitato tantissimi attivisti e comitati di lotta per la ripubblicizzazione dell’acqua. Il Partito di Alternativa comunista, che ha dato il suo contributo al successo della campagna, facendo parte sin dall’inizio del Comitato promotore nazionale, valuta positivamente il successo della mobilitazione ed invita le organizzazioni ed i comitati che sono stati impegnati in questi mesi a non abbassare la guardia e continuare la vertenza fino alla completa ripubblicizzazione dell’acqua, non avendo alcuna fiducia in cambiamenti legislativi da parte dello stesso governo che ha prodotto il decreto Lanzillotta e la privatizzazione decentrata.

 

 

Tav: lavori in corso nel governo

Le lotte dei comitati, l’opportunismo dei sindaci

 

Giuliano Dall’Oglio

 

 

“Accordo governo-sindaci sulla Tav”: è questo il titolo che campeggiava sulla maggior parte dei giornali nazionali all’indomani dell’incontro tenutosi a Roma tra gli abitanti della Val Susa e il governo. Eppure, i sindaci di Sant’Antonino, Susa e Bussoleno si sono sempre proclamati No Tav, hanno partecipato alle mobilitazioni e alle manifestazioni e sono stati vittime delle manganellate dei poliziotti in quella famosa sera di Venaus (per non parlare di Seghino). Molti no Tav non si sono mai fatti illusioni sulla vera natura dell’opposizione di questi sindaci, che appartengono a partiti che si sono sempre detti favorevoli alla costruzione della Tav.

 

La falsa opposizione dei sindaci

 

Troviamo, tra questi sindaci rientrati nell’ovile, il sindaco di Sant’Antonino e Presidente della Comunità Bassa Val Susa, oltre che esponente della Sd, Antonio Ferrentino, il quale è andato a Roma senza essere stato delegato da nessuno e ha chinato il capo davanti alle decisioni di Prodi. Nell’assemblea dei comitati che si è tenuta il giorno 19 giugno a Bussoleno, Fermentino e soci sono stati contestati apertamente da una folla di 2000 persone, che riempito la struttura dove era in corso l’assemblea. Il governo Prodi e i partiti che ne fanno parte hanno espresso una linea di continuità rispetto al governo Berlusconi per quanto riguarda la costruzione delle “grandi opere”: ciò era chiaro fin dalle elezioni regionali piemontesi, quando la Bresso, all’indomani della vittoria, è passata nel campo di coloro che sono favorevoli alla Tav.

Dopo la sudata vittoria elettorale del 2007, com’era prevedibile Prodi ha accelerato i lavori per costruire la linea ad alta velocità Torino-Lyon. Inoltre, per ottenere un certo consenso popolare, si è anche adoperato per allestire un centro che raccogliesse dati fasulli sulla Tav, in modo da far passare la Tav come qualcosa di buono: è così che è nato l’Osservatorio Virano (da Mario Virano, responsabile dell’Osservatorio).

 

Le non ragioni della Tav

 

Il potenziamento della Torino-Lyon è qualcosa di assolutamente inutile. Perché? Prima di tutto, oggi come oggi, sarebbero molto poche le persone ad utilizzarla. Essa causerà un disastro ambientale ed ecologico non indifferente visto che per i lavori è previsto l’utilizzo dell’amianto, da tutti conosciuto come materiale molto nocivo; inoltre, la tratta dovrebbe attraversare diverse città e valli del Piemonte nord-occidentale e orientale, distruggendo gli equilibri ambientali ma anche la vita delle popolazioni locali. Per intenderci, soltanto a Torino e dintorni, il percorso, che toccherà anche la linea storica, passerà per zone popolate come Corso Marche, la zona intorno al ponte di Via Guido Reni ed altre aree, come ad esempio il campo volo di Collegno; purtroppo, un tratto della linea, il tratto Torino-Chivasso, è già stato compiuto, ma il Comitato contro la Tav e contro le nocività Torino-Caselle lotteranno contro la costruzione del tratto Chivasso-Orbassano ed hanno proposto tutta una serie d’iniziative per sensibilizzare la popolazione torinese sui danni di un’opera che è utile solo ai padroni per lucrare.

Dieci anni fa, quando nacque il movimento No Tav in Val Susa, i giornali parlavano di “quattro pazzi”, ora gli attivisti sono migliaia e negli ultimi sono nati nei tratti interessati tantissimi comitati No Tav, come ad esempio in Val Cenischia, sulla Gronda, in Val Sangone, in Alta e Bassa Val Susa; ultimo in ordine di tempo, è nato il comitato No Tav di Pinerolo, che è anche parte attiva del Comitato contro la discarica che vogliono costruire nella zona del Pinerolese.

E’ nato da poco anche un “coordinamento” che mette in relazione le diverse realtà ambientali e antimilitariste presenti su tutto il territorio nazionale, che ha preso il nome di Patto di Mutuo Soccorso: ne fanno parte, tra gli altri, diversi comitati No Tav, il No Dal Molin, il No Ponte, il No F-35 e tanti altri.

 

Repressione e tradimenti

Poco tempo fa sono stati fermati tre attivisti No Tav che, in solidarietà con la gente di Serre, esasperata a causa dell’emergenza rifiuti, ha deciso come gesto di solidarietà di fare un blocco ferroviario a Bussoleno; proprio per questo fatto oggi sono inquisiti. Il Popolo No Tav esprime la propria solidarietà nei confronti dei compagni inquisiti e chiede il loro proscioglimento dalle accuse di cui sono imputati.

E la cosiddetta “Sinistra radicale di governo” che fa?

Prima dell’entrata nel governo Prodi, questi partiti (Prc, Verdi, Pdci) affermavano di essere contro la Tav e partecipavano anche alle manifestazioni indette dai comitati; inoltre, Rifondazione aveva promosso la nascita di un comitato contro l’inceneritore che il Comune aveva deciso di costruire al Gerbido (frazione di Grugliasco). Dopo la vittoria elettorale di Prodi sono pian piano usciti dal movimento e dai comitati…

I Verdi, partito che dal nome dovrebbe essere ambientalista, si erano detti addirittura favorevoli alla realizzazione dei lavori sul valico del Brennero, tratta dell’Eurotunnel Verona-Munich e, sempre parlando delle organizzazioni “ambientaliste”, non si può non fare un cenno nei confronti di Legambiente, che non si è nemmeno pronunciata contro la Tav e il cui leader, Ermete Realacci, siede in Parlamento nelle liste della Margherita.

Rifondazione, però, è riuscita a mantenere un rapporto coi movimenti, in particolare con la sua componente Erre-Sinistra Critica, che partecipava alle riunioni dei comitati e alle varie iniziative No Tav. Uno dei suoi leader, Franco Turigliatto, si è sempre definito un No Tav e, per questo, è sempre stato accolto in maniera calorosa alle manifestazioni No Tav… almeno fino a quando ha votato la fiducia al governo e i famigerati “12 punti”, che prevedono proprio la costruzione della Tav.

Nonostante i tanti tradimenti, il popolo No Tav continuerà la sua lotta perché i lavori non si facciano, respingendo le accuse di coloro che vogliono criminalizzare il movimento, come ad esempio si è tentato di fare per i fatti di Chianocco, dove squinternati hanno fatto saltare una centralina elettrica e la colpa è stata fatta ricadere sul movimento No Tav.

O si è contro il Tav, o si è a favore, gli astenuti non sono contemplati. A sarà dura!

              

 

 

Le servitù militari in Sardegna

Un problema politico a cui il centrosinistra non può dare risposte

 

Luigi Pisci

 

Qualche dato

 

In Sardegna è dislocato il 66% delle servitù militari italiane. In Italia ammontano a circa 40.000 ettari; 24.000 ettari sono concentrati in Sardegna. Il 95% di questi 24.000 ettari è occupato da tre poligoni permanenti terrestri, aerei e navali: Poligono Interforze Salto di Quirra (Pisq) h.12.700; Capo Teulada, h 7.200; Capo Frasca h 1.416.

I poligoni permanenti sono le aree del demanio dove si svolgono le attività più devastanti, a più alto rischio e maggiore impatto ambientale, le esercitazioni a fuoco dove viene impiegato munizionamento da guerra. Si prolungano in mare e in cielo nelle “zone interdette o dichiarate pericolose alla navigazione aerea e marittima”, adibite a esercitazioni, combattimenti aerei e navali. Una sola delle quattro zone cielo/mare collegate al Pisq si estende per 2.840.000 ettari, una superficie che supera quella dell’intera Sardegna. Il mare annesso al poligono di Capo Teulada si estende “solo” per 750 kmq.

 

Il significato politico e l’impatto sociale delle servitù militari sarde

 

La questione delle basi militari è ormai diventata centrale nel panorama politico isolano. Recenti ricerche indipendenti hanno confermato ciò che da anni viene denunciato da movimenti e associazioni impegnate su questo fronte: le zone abitate limitrofe alle basi presentano percentuali di malattie genetiche e oncologiche ben superiori alla media nazionale. Accanto all’emergenza sanitaria si pone quella economico-produttiva. Le attività tradizionali come la pesca, la pastorizia e l’agricoltura sono state colpite inesorabilmente dall’invasività delle esigenze militari, mentre il pericolo di gravi incidenti durante le esercitazioni rappresenta una spada di Damocle per le popolazioni. In Sardegna, nonostante l’evidenza di queste problematiche, permane diffusamente la convinzione che le servitù garantiscono un numero di buste paga non sostituibile e un indotto a cui non si può rinunciare. In una realtà depressa si paga il prezzo della necessità pressante che, spingendo l’individuo a ragionare sul contingente, distoglie le menti da un ragionamento più sistematico e complessivo del problema e delle relative soluzioni. Ma c’è anche la Sardegna che non si arrende e che tra diffidenze e mistificazioni è riuscita in questi anni a presentare attraverso la scrupolosa raccolta dei dati una verità ormai non più eludibile. La politica è corsa ai ripari, cercando di cavalcare ipocritamente il cavallo del “no alle basi”. Per condurlo fino al traguardo? Macchè! Per domarlo.

 

La lotta alle servitù militari della giunta Soru: il cavallo di battaglia “zoppo” del centro-sinistra

 

Nel 2004 il centro-sinistra vince le elezioni e Renato Soru diventa presidente della giunta dopo una campagna elettorale caratterizzata anche dal tema delle servitù militari. Tanti sardi di buona fede hanno creduto alle promesse del presidente e dei partiti accorsi in suo sostegno, Rifondazione in prima fila. Per due anni la scarsità dei risultati è stata addebitata ai cattivoni militaristi e guerrafondai del centrodestra. Oggi la giunta Soru, grazie al sostegno del governo amico dell’Unione, annuncia ai sardi la liberazione dalla presenza americana della base de La Maddalena

e la restituzione di altri plessi militari. Il cavallo è giunto quindi al traguardo? Comunque la si pensi chi si aspettava uno stallone di razza si è dovuto accontentare di un ronzino che per giunta zoppica vistosamente.

Nell’estate del 2006 in un carteggio tra ministero della difesa e regione Arturo Parisi non lascia margini a illusioni o dubbi interpretativi. Nella lettera indirizzata a Soru, affinché chi ha da intendere intenda, mette in chiaro l’esigenza basilare del suo dicastero: “La disponibilità di assetti di vitale importanza per l’addestramento avanzato del personale militare per i compiti istituzionali”. L’addestramento avanzato può svolgersi solo nei poligoni permanenti. Il ministro, “opportunamente”, evita di nominarli e li classifica “di vitale importanza”, dunque imprescindibili e intangibili. Denudato dalle furberie lessicali il messaggio è di un’arroganza estrema: i poligoni, il 95% del gravame militare inflitto alla Sardegna, non è oggetto di trattativa.

Inoltre le conquiste relative alla base usa de La Maddalena si stanno rilevando fumo negli occhi. La base USA è inglobata dentro il demanio della marina italiana. Media e politici vari hanno fatto a gara per alimentare il solito polverone confondendo servitù, demanio militare italiano e base Usa. Il sottosegretario Casula ha colto al volo i vantaggi della “confusione” per presentarsi come paladino del popolo sardo e rinnovare l'impegno che lo Stato restituirà alla Sardegna tutti i beni dismessi dalla US Navy, in cambio si tiene stretto il suo demanio militare. Troppo generoso! I beni Usa sono inesistenti! A La Maddalena la base atomica Usa usufruisce di edifici con normali contratti di locazione (regolari e in nero) stipulati con privati cittadini. A S.Stefano è "ospitata" all’interno del demanio militare italiano.
 L'unico "bene" che lo zio Sam ci lascerà è la contaminazione e la spazzatura.
Il ministro Parisi assicura che la bonifica, obbligatoria in territorio Usa, non è necessaria in territorio sardo, il presidente Soru concorda, i partiti della sinistra dell’Unione si rifugiano nel silenzio-assenso. Soru sta ingannando i sardi. Gli interessi dell’imperialismo americano lasciano il posto a quelli dell’imperialismo italiano.

I militanti sardi del PdAC sono consapevoli che il problema delle servitù militari non verrà risolto per vie meramente istituzionali ma solo attraverso l’occupazione permanente dei poligoni da parte della popolazione locale, dei lavoratori penalizzati e dai movimenti. L’azione del movimento dovrà essere finalizzata a legare indissolubilmente anti-imperialismo, anti-capitalismo e tutela del territorio.

 

 

 

 

 

 

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