Partito di Alternativa Comunista

Una vecchia proposta di Trotsky

 

Per la Lit-Ci, questo appello all'Incontro Latinoamericano e Caraibico dei Lavoratori ha un significato speciale. Con esso, di fatto, comincia a svilupparsi una vecchia proposta che lo stesso León Trotsky fece, nel 1938, dal suo esilio in Messico.

Nell'ottobre di quell'anno realizzò diverse interviste con il dirigente argentino Mateo Fosa[1] che era andato in Messico per partecipare ad un congresso di rappresentanti sindacali di vari paesi del continente, in rappresentanza di 24 sindacati del suo paese.

 Il congresso fondò una Confederazione di Lavoratori Latinoamericani. Ma Mateo Fosa, nonostante la sua rappresentatività, non poté partecipare, accusato di essere "trotskista", in quanto quel congresso ebbe un funzionamento totalmente burocratico imposto dallo stalinismo.

 L'11 ottobre del 1938 fu pubblicato, sotto forma di dichiarazione, un articolo di Trotsky su questi fatti[2]. In esso Trotsky criticò duramente il carattere del congresso: "Questo congresso, preparato alle spalle delle masse, fu utilizzato unilateralmente con propositi che nulla hanno a che vedere con gli interessi del proletariato latinoamericano ma, al contrario, sono fondamentalmente ostili a quegli interessi. La ‘confederazione' costituita in questo congresso non rappresenta l'unificazione del proletariato organizzato del nostro continente, ma una frazione politica strettamente legata all'oligarchia di Mosca". Poi analizzò il carattere burocratico ed il legame della maggior parte dei partecipanti ai loro differenti governi borghesi e come, con la scusa di "mantenere l'unità contro il fascismo", non si chiamava a lottare contro gli "imperialismi democratici" come gli Usa.Perciò la dichiarazione espresse la seguente conclusione: "Siamo appassionati e devoti sostenitori dell'unificazione del proletariato latinoamericano e del fatto che questo stringa i maggiori legami possibili con il proletariato degli Stati Uniti del Nordamerica. Ma, siccome scaturisce da ciò che stiamo dicendo, questo compito deve ancora essere realizzare".

Infine, chiamò a dare impulso all'"unità del proletariato latinoamericano" sulla base di una serie di punti. Il primo punto era: "La totale indipendenza del movimento sindacale dal proprio governo borghese e da tutto l'imperialismo straniero"; e l'ultimo punto proponeva: "La preparazione onesta di un congresso sindacale latinoamericano con la partecipazione attiva delle masse lavoratrici, cioè con una discussione seria e senza restrizioni, sui compiti del proletariato latinoamericano e sui suoi metodi di lotta".La situazione attuale presenta molte differenze con l'epoca nella quale Trotsky fece questo appello: non siamo nel periodo precedente una nuova guerra mondiale e l'apparato stalinista mondiale è caduto, benché sopravvivano molti fenomeni nazionali e regionali. Ma la sua essenza è ancora pienamente attuale: la necessità dell'unità latinoamericana delle organizzazioni sindacali e di massa, totalmente indipendenti dai governi borghesi e slegate dalle burocrazie sindacali traditrici, per coordinare e organizzare la lotta a livello continentale

 

(*) Traduzione di Pia Gigli, Fabiana Stefanoni e Valerio Torre.



[1] Queste interviste rimasero registrate in diversi materiali che poi furono pubblicati negli "Scritti Latinoamericani" di Trotsky.

[2] "I compiti del movimento sindacale in America Latina".

 

Batay Ouvriye

 

L’incontro è una necessità imprescindibile e urgente

 

Per lavoratori di paesi diversi il fatto di incontrarsi, di poter discutere sia della propria situazione che di quella globale, di riflettere su come solidarizzare reciprocamente e arrivare a condurre lotte comuni per poter concordare una strategia comune e pianificare le tattiche corrispondenti, è di una importanza incalcolabile.

 

Quando si pensa all’offensiva mondiale delle transnazionali imperialiste appoggiate dai governi locali al loro servizio, quando si conosce l’obiettivo di queste classi dominanti e dei loro funzionari lacchè, organizzati, che pensano e pianificano congiuntamente per sottrarci quanto già acquisito in tema di salari, di condizioni di lavoro o di pensione, per rubare le nostre risorse naturali come le nostre terre, ma che continuano a portare questa offensiva ad un livello impossibile da prevedere; quando si sperimenta concretamente la violenza brutale con la quale portano a termine le loro imprese … l’importanza di questo incontro tende allora a trasformarsi in una necessità imprescindibile, sempre più urgente.

 

Il mutuo appoggio di noi lavoratori, l’intesa collettiva di questo attacco globale che ci considera individualmente come bersaglio e, tutti insieme, come forza lavoro dominata, esige, oggi più che mai, un coordinamento, una messa in comune teorica e pratica, per scrollarci di dosso questo giogo fatale che vuole annientarci definitivamente come esseri umani.

 

L’incontro, certamente, non produrrà subito pianificazioni definitive; nemmeno potrà capovolgere dalla mattina alla sera questa situazione di dominazione e di sfruttamento che ci opprime. Forse avrà contraddizioni e difficoltà, causate dallo stesso dominio che subiamo, da risolvere poco a poco e con tutta la pazienza e la forza che ci caratterizza come lavoratori. Ma avrà certamente, nel suo seno profondo, il germe della nostra futura vittoria.

 

Questa enorme lotta che abbiamo di fronte, per quanto grande sia la capacità della classe operaia di porsi in contrasto direttamente con il Capitale, non avrà la forza sufficiente perche sia portata avanti soltanto dalla classe operaia. È necessaria la mobilitazione di tutti gli altri lavoratori, artigiani e piccoli contadini, anche essi dominati e sfruttati, dei piccoli commercianti, dei disoccupati, dei lavoratori dei servizi pubblici, sanità, educazione, dei giovani organizzati, delle donne, dei quartieri, delle zone rurali …: di tutti noi, del popolo. Non solo perché in realtà siamo tutti di fronte a questa dichiarazione di guerra aperta e finale con la quale ci minacciano i dominanti, ma anche perché tutti soffriamo allo stesso modo la dominazione e la violenta repressione vigenti. Lo sfruttamento, il saccheggio e altri furti del capitalismo riguardano tutti questi soggetti in un modo o nell’altro.

 

Unità della classe operaia, intima fraternità di tutte le classi di lavoratori, unità dei popoli di tutta la regione dell’America del sud e dei Caraibi: in una stessa storia globale, in un solo futuro …

 

Ma c’è di più. Questo incontro apre la grande possibilità di strutturare il nostro campo: proporre i lavoratori come colonna centrale della nostra forza di mobilitazione, sotto la direzione della classe operaia, storicamente antagonista del Capitale. Che piovano fiori! I valorosi toccheranno terra. La vittoria finale ci appartiene.

Zé Maria di Conlutas

 

Un primo e importantissimo passo di unità

 

La Conlutas vede come estremamente importante il passo che stanno per compiere le quattro organizzazioni che hanno convocato l’Incontro Latinoamericano e Caraibico dei lavoratori.

 

L’offensiva delle potenze imperialiste contro i nostri paesi, che esse vogliono trasformare di nuovo in colonie delle loro imprese transnazionali, rende ancora più attuale la necessità dell’internazionalismo, dell’unità dei lavoratori di tutti i paesi del continente per far fronte al nostro nemico comune.

 

Nei paesi dell’ America Latina e dei Caraibi si stanno producendo le stesse riforme neoliberali, le privatizzazioni e denazionalizzazioni, i trattati di libero commercio, il meccanismo del debito estero e interno e i suoi interessi, la militarizzazione e le basi militari imperialiste, ecc.

 

L’incontro Latinoamericano e Caraibico dei Lavoratori sarà un primo e importantissimo fatto che va nel senso di unire i lavoratori latinoamericani e caraibici in un’unica lotta contro l’imperialismo in tutte le sue manifestazioni nella nostra regione.

 


Appello

 

Molte voci, una sola lotta

 

7 e 8 luglio - Betim (Minas Gerais, Brasile)

 

Compagni e compagne

 

stiamo vivendo giorni drammatici nella nostra regione. In tutti i paesi, i lavoratori devono far fronte a una pesante offensiva dell’imperialismo, che si è concretizzata nel saccheggio e nello sfruttamento portati avanti dalle multinazionali e dalle grandi imprese; nei piani economici neoliberisti attuati dai governi; nella presenza di basi militari Usa e truppe di occupazione militare straniera come ad Haiti ecc.

 

Questa situazione ha spinto i lavoratori, delle città e delle campagne, coi settori più oppressi della società, a lottare con determinazione sempre maggiore contro lo sfruttamento al quale sono stati sottoposti. La resistenza eroica dei popoli dell’America Latina e dei Caraibi, così come delle altre regioni del pianeta, come in Iraq, ha messo in crisi e reso difficile la realizzazione dei progetti dell’imperialismo.

 

Tuttavia, queste crisi non significano una diminuzione degli attacchi e dello sfruttamento. Al contrario, quello che viviamo è un’incessante offensiva dell’imperialismo degli Usa e dell’Europa, finalizzata ad approfondire ancora di più il saccheggio delle ricchezze e delle risorse naturali dei nostri Paesi e lo sfruttamento dei lavoratori, potendo contare sulla collaborazione dei nostri governi.

 

Per realizzare questo fine, criminalizzano e reprimono violentemente le nostre lotte. Il risultato è una sempre maggiore fame e povertà, accompagnato da una maggiore violenza e la rinuncia a trovare un impiego dignitoso nei nostri Paesi che assumono sempre più le sembianze di colonie delle multinazionali.

 

Questa realtà esige una intensificazione delle nostre lotte di resistenza, in modo da poter passare all’offensiva e sconfiggere l’imperialismo e i suoi lacchè, costituiti dai governi di turno. Per questo, è necessaria l’unità dei lavoratori e dei popoli dell’America Latina e dei Caraibi in un ampio processo di mobilitazione e di lotta per sconfiggere i nostri nemici di sempre.

 

In questo quadro, c’è un altro ostacolo che dobbiamo affrontare: il fatto che molte organizzazioni tradizionali dei lavoratori della regione hanno abbandonato la prospettiva della lotta di classe e hanno abbracciato il modello neoliberista, collaborando con il nemico e abbandonando i lavoratori e i popoli al loro destino.

 

Sta nelle nostre mani, quindi, la responsabilità di avanzare concretamente nella direzione di unire la classe operaia a tutti coloro che vogliono lottare, in una prospettiva chiara di indipendenza di classe, contro l’imperialismo, la borghesia di ogni Paese e i governi lacchè.

 

Dobbiamo unire e coordinare le nostre lotte e i nostri sforzi, fare della lotta di ciascun settore dei lavoratori, di ciascun Paese della regione, un’unica e forte lotta generale di tutti i lavoratori sudamericani e caraibici, per cacciare l’imperialismo dall’America Latina e dai Caraibi, per abolire definitivamente lo sfruttamento e l’oppressione del capitalismo e per costruire una società ugualitaria, socialista. Dobbiamo quindi procedere nella costruzione di un coordinamento organizzato, sindacale e popolare, delle lotte dei lavoratori di tutta la regione, unendo le forze delle organizzazioni sindacali, dei movimenti sociali e popolari, della città e della campagna.

 

È con questo scopo che, insieme, la Cob (Centrale operaia boliviana), Conlutas (Coordinamento nazionale delle lotte del Brasile), Bo (Battaglia operaia di Haiti) e Tcc-Uruguay (Tendenza classista e combattiva) convocano un incontro internazionale di carattere di carattere sindacale e popolare dell’America Latina e dei Caraibi per stendere una piattaforma comune di azione e definire un piano di lotta comune. E che permetta di fare passi avanti nella costruzione di un coordinamento latinoamericano e caraibico di lotta.

 

Invitiamo a partecipare a questo incontro tutte le organizzazioni sindacali, sociali e popolari, di tutti i Paesi fratelli, che sono d’accordo con le linee generali di questo appello e vogliono unirsi a questa grande mobilitazione di lotta dei lavoratori a livello internazionale.

 

L’incontro si realizzerà a Betim (Minas Gerais, Brasile), nei giorni 7 e 8 di luglio del 2008. Fin da ora, contiamo sulla partecipazione dei nostri fratelli nella lotta di tutta l’America Latina e dei Caraibi.

 

Per la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori delle risorse naturali in America Latina e nei Caraibi (idrocarburi, metalli preziosi, ferro, acqua, biodiversità, ecc.);

 

Contro le riforme neoliberiste;

 

Contro le privatizzazioni dei servizi pubblici, della scuola, della sanità, della sicurezza sociale, delle imprese statali;

 

No al pagamento del debito interno ed esterno;

 

Contro i Tlc (Trattati di libero commercio) in America Latina e nei Caraibi;

 

Per un lavoro e un salario dignitoso per tutti;

 

Contro la criminalizzazione dei movimenti sociali; no alla repressione delle lotte e delle organizzazioni dei lavoratori;

 

Via le truppe stranieri da Haiti;

 

Via l’imperialismo dall’America Latina e dai Caraibi. Per una vera indipendenza dei popoli della nostra regione;

 

No a tutte le forme di sfruttamento e oppressione del capitalismo nei confronti dei lavoratori;

 

Viva l’internazionalismo proletario!

 

Cob (Centrale operaia boliviana)

Conlutas (Coordinamento nazionale delle lotte del Brasile)

Bo (Battaglia operaia di Haiti)

Tcc (Tendenza classista e combattiva - Uruguay)

 

Questo appello resta aperto per essere firmato anche da tutte quelle organizzazioni che intendono unirsi a questo sforzo.

Appello della Cob, della Conlutas, di Batay Ouvriyé e della Tcc

 

Incontro latinoamericano

e caraibico dei Lavoratori

 

La Centrale Operaia Boliviana (Cob), il Coordinamento Nazionale delle Lotte (Conlutas del Brasile), Batay Ouvriyé di Haiti e la Tendenza Classista e Combattiva (Tcc) dell’Uruguay, hanno appena lanciato la convocazione per realizzare un Incontro Latinoamericano e Caraibico dei Lavoratori, che si svolgerà nei giorni 7 e 8 luglio 2008 a Betim (Minas Gerais, Brasile), con la parola d’ordine Molte Voci. Una Sola Lotta.

 

La Lit-Ci saluta ed aderisce a questa convocazione perché ritiene che l’incontro possa trasformarsi in un fatto storico per i lavoratori latinoamericani e caraibici, un passo molto importante verso la costruzione di un’organizzazione sindacale continentale che sviluppi e rafforzi la sua capacità e propensione alla lotta, già ampiamente dimostrata.

 

Nella regione già operano due organizzazioni sindacali internazionali. Una di esse è la Confederazione Sindacale Internazionale (Csi), recentemente sorta dalla fusione della Ciosl e della Cmt, di ideologia socialdemocratica e social cristiana. In essa operano i sindacati “amici” dell’imperialismo Usa ed europeo e della maggioranza dei governi borghesi del continente. Sono i sindacati difensori delle privatizzazioni e dei piani di aggiustamento. È la più forte in termini di apparato e di maneggio di fondi.

 

La seconda organizzazione è la Federazione Sindacale Mondiale (Fsm) stalinista che, dopo la crisi vissuta con la caduta dell’Urss e la restaurazione capitalista negli ex stati operai, ha cominciato a riorganizzarsi da Cuba. Nonostante la sua fraseologia di “sinistra”, è anche un apparato burocratico “amico” di altri governi borghesi come quello di Chávez, in Venezuela, o di Correa, in Ecuador.

 

Nessuna delle due organizzazioni costituisce una base sulla quale i lavoratori possano appoggiarsi per lottare. Al contrario, sono un freno ed un ostacolo per questa lotta, come evidenziarono nei processi rivoluzionari degli anni scorsi, quando la loro principale preoccupazione fu quella di “spegnere gli incendi” e salvare la pelle dell’imperialismo e dei governi borghesi. Questa, appunto, è una delle grandi contraddizioni del processo nel continente: lotte molto intense che non trovano la loro espressione nella nascita di forti organizzazioni sindacali combattive.

 

Ciò che invece è sorto, fuori di queste organizzazioni burocratiche e pro borghesi, od anche operando al loro interno, sono numerosi sindacati od opposizioni sindacali che vogliono e cercano di lottare contro l’imperialismo, i padroni e gli attacchi dei loro rispettivi governi.

 

Da questo punto di vista, quest’appello è un riflesso del processo di ascesa rivoluzionaria che vive la regione da vari anni e si è espresso in diversi paesi ed in forme differenti. È proprio quest’ascesa rivoluzionaria a scontrarsi contro queste burocrazie sindacali (siano esse proimperialiste o di “sinistra”) e danno luogo al sorgere di nuovi dirigenti e nuove organizzazioni sindacali. È sempre quest’ascesa rivoluzionaria a porre all’ordine del giorno, come obiettivo attuale, di progredire in un coordinamento delle lotte nell’America Latina e nei Caraibi.

 

Il significato dell’appello

 

In questo quadro, l’appello all’Incontro ha un significato profondo, sotto vari aspetti. Vediamo i più importanti:

 

a)      Costruisce un programma di lotta comune per tutti i paesi latinoamericani e caraibici, che include punti centrali della lotta antimperialista, delle rivendicazioni operaie e popolari e della lotta contro le politiche dei governi del continente.

 

b)     Può permettere di progredire nel coordinamento delle lotte che oggi sono in corso, isolate e separate in ogni paese, nonostante abbiano, come abbiamo visto, assi e nemici comuni. Se le condizioni e gli accordi l consentiranno, ciò potrà esprimersi in una qualche forma di coordinamento permanente, a partire dallo stesso Incontro. In ogni caso, sarà un primo passo in questo senso e, al tempo stesso, permetterà l’ingresso di altre organizzazioni, oltre quelle che oggi l’hanno convocato.

 

c)      Può conseguire un’incidenza concreta nei processi di ogni paese. Come abbiamo segnalato, in diversi paesi (Argentina, Paraguay, Perù, Ecuador Costa Rica, ecc.) si stanno verificando ampi processi di riorganizzazione sindacale e la nascita di nuove direzioni. Tuttavia, per la maggior parte si tratta di fenomeni isolati, senza una spinta organizzativa che li unifichi nazionalmente. L’appello all’Incontro, e lo sviluppo delle attività preparatorie, può fungere da catalizzatore e da asse unificante di questi processi a livello nazionale. La realizzazione di incontri nazionali preliminari per discutere l’appello, elaborare contributi, eleggere rappresentanti, ecc., può essere molto importante in questo senso.

 

Per la Lit-Ci, l’appello all’Incontro riannoda, nei fatti, il filo spezzato dell’internazionalismo operaio, a partire da un programma concreto di lotte comuni. D’altro lato, è consapevole che quest’internazionalismo operaio non può nascere da una “unità di apparati”, separata dai lavoratori, bensì come una costruzione dei lavoratori stessi. Per questo, lo ripetiamo, la Lit-Ci aderisce all’appello e chiama i suoi militanti a sostenerlo con tutte le loro forze.

La posizione elettorale del Fos

 

La politica del Fos[1] è stata di fare appello ai principali partiti di sinistra affinché si ponessero alla testa di un’ipotesi unitaria ed offrissero le principali candidature ai dirigenti che più si erano distinti nelle ultime lotte.Di fronte alla risposta negativa di questi partiti, il Fos ha deciso di partecipare al Fronte unico di Sinistra, composto dal Pts, dal Mas e da Izquierda Socialista, intorno ad un programma di indipendenza di classe, ad una via d’uscita operaia e socialista e per la lotta internazionale non solo contro i governi proimperialisti, ma anche contro quelli che dicono di opporsi ai diktat del Nord, però mantengono lo sfruttamento, come Evo Morales o Chávez. L’esistenza di questo Fronte ha permesso a molti attivisti di vedere che non tutta la sinistra è divisionista e che alcuni settori vogliono offrire un’alternativa ai lavoratori. Ciò spiega il fatto che il Fronte ha ottenuto un risultato elettorale simile a quello di partiti più grandi (Mst e Po) che potevano contare su risorse economiche di gran lunga superiori, ma che hanno suscitato un effetto di ripulsa per la loro superbia.



[1] Frente Obrero Socialista, sezione argentina della Lit-Ci (n.d.t.)

Manifestazioni antigovernative in Lettonia

Basta corruzione!

 

Giuliano dall’Oglio*

 

Nella giornata del 3 novembre si è svolta a Riga, sotto una neve che ha imbiancato l’intera capitale lettone, una manifestazione antigovernativa e di protesta contro la corruzione. Alla manifestazione,convocata per le ore in Piazza del Duomo, hanno partecipato circa 8000 persone grazie a un passaparola girato in Internet ed ha visto la partecipazione di personalità appartenenti al mondo della cultura e della musica. Ci sono stati diversi interventi dal palco allestito nella piccola piazza ed ha visto la presenza, un po’ a sorpresa, del Presidente della Repubblica Lettone, Valdis Zatlars.

 

La situazione politica in Lettonia

 

Nel 2004 ci sono state le elezioni nazionali in Lettonia e i risultati hanno dato la vittoria al Partito Popolare che ha deciso di creare una coalizione formata dal Partito Popolare stesso, l’Unione dei Verdi e Contadini, il Partito della Nuova Era e il Primo Partito della Lettonia. Come Presidente del Consiglio, è stato eletto il capo del Partito Popolare, il trentanovenne Aigars Kalvitis. I politici lettoni non si sono dimostrati meno corrotti o tendenti alla corruzione dei burocrati gorbaceviani dell’allora Unione Sovietica: infatti, fu rinvenuto, nelle elezioni del Consiglio Cittadino della città di Jurmala (55400 abitanti) un tentativo di ricatto politico per far vincere Juris Hlevickius, candidato del Primo Partito della Lettonia. Kalvitis, per evitare la crisi di governo e proteste di piazza, decise di chiedere le dimissioni del Ministro dei Trasporti, Ainars Slesers, ritenuto consapevole dell’accaduto.

Il 12 marzo del 2006 le televisioni nazionali hanno trasmesso le registrazioni telefoniche avvenute proprio in quel periodo tra un commerciante di Jurmala, Ainars Slesers e l’ex Primo Ministro Andris Skele in cui appare evidente il tentativo di ricatto politico. Dopo la bufera mediatica, nell’aprile del 2006 il Partito della Nuova Era ha deciso di lasciare il governo e Kalvitis ha guidato un governo di coalizione minore fino alle elezioni dell’ottobre 2006 che ha visto la coalizione di governo mantenere il potere e ai tre partiti se ne aggiunto un altro, il Partito Madrepatria e Libertà (nazionalista). Nonostante ciò, gli episodi di corruzione sono continuati ed hanno portato la gente in piazza a protestare e tra le ultime di queste manifestazioni c’è quella del 3 novembre, poco pubblicizzata dai media nazionali ma riuscita.

 

Lettonia: quale futuro?

 

La Lettonia è una delle ex repubbliche sovietiche resasi indipendente il 21 agosto 1991. Ha aderito all’Unione Europea nel 2004 ma la sua economia presenta diversi problemi come ad esempio la disoccupazione e il costo dei beni immobili che sale a ritmi vertiginosi. La sua moneta, il Lats, e´ abbastanza forte (1 euro = 0,69 lats) ma la decisione, a partire dal 2008, di aderire al Trattato di Schengen e all’Euro potrebbe dare la mazzata finale alla fragile economia del Paese Baltico e potrebbe portare l’inflazione a livelli disastrosi. L’opposizione al governo, formata tra gli altri dal Partito Socialista Lettone e dal Partito Socialdemocratico Lettone, rappresenta per lo più gli interessi della minoranza russa nel Paese ed ha la sua roccaforte nella città di Daugavpils, dove il 90% circa della popolazione è di etnia russa ma che considera il lettone una lingua inferiore. Per risolvere il problema della corruzione e lo sfruttamento capitalistico dei lavoratori bisogna promuovere la creazione di un partito multietnico, comunista e rivoluzionario, che sappia rispettare le differenze etniche in Lettonia come nelle altre repubbliche baltiche.

Per una federazione socialista delle repubbliche baltiche! Stop alla corruzione!

 

*Corrispondente dal Baltico

La battaglia per la ricostruzione della Quarta Internazionale

La Lit verso il IX Congresso

 

Valerio Torre

 

Quando, nel marzo scorso, a San Paolo del Brasile si tenne l’iniziativa per commemorare i vent’anni dalla scomparsa di Nahuel Moreno (il fondatore della Lit di cui il PdAC costituisce la sezione italiana), non si celebrò soltanto un giusto e doveroso omaggio ad un grande rivoluzionario che ha dedicato l’intera sua vita alla ricostruzione della Quarta Internazionale. In realtà quell’evento cadeva nel momento in cui più evidente appariva l’attuale processo di raggruppamento rivoluzionario a livello internazionale intorno alla Lit.

Questa fase è coincisa con l’ingresso del nostro partito in questa, che è la più grande tendenza internazionale che si richiama ai principi del trotskismo conseguente, e con la decisione del Cito (Centro Internacional del Trotskismo Ortodosso, che raggruppa sezioni in vari paesi del Centro e del Sudamerica: dal Pst colombiano al Prt costaricense, alla Ls peruviana, al Gos argentino) di riunificarsi – dopo una scissione avvenuta nel 1994 – alla Lit.

Questo processo di raggruppamento rende reale la possibilità che la Lit faccia un salto in avanti nella propria costruzione: che non è, come abbiamo più volte sostenuto, funzionale a se stessa; ma a sua volta significa la possibilità altrettanto reale di un importante balzo nella ricostruzione della Quarta Internazionale.

 

Una nuova fase, una nuova Lit: il quadro generale

 

È però significativo constatare che il processo di cui stiamo parlando[1] si sviluppa intrecciandosi dialetticamente con la situazione della lotta di classe a livello mondiale ed il processo di riorganizzazione del movimento di massa.

Ferme restando le differenze fra i detti fenomeni di avvicinamento alla Lit, non può negarsi che in comune fra loro vi sia il fatto che questi partiti e tendenze cercano di costruire un’organizzazione internazionale e che, in questa ricerca, incontrino la Lit.

Ciò dipende dal fatto che, nonostante i suoi limiti e debolezze, la Lit ha invertito la tendenza che nel 1994 la portò quasi alla completa distruzione: ed oggi esiste, con la sua direzione, col suo programma, con un regime interno basato sul centralismo democratico, con organi di stampa che divulgano elaborazioni teoriche e politiche notevoli. E questo accade in un quadro che vede, da un lato, una situazione rivoluzionaria mondiale, e, dall’altra, quello che abbiamo più volte definito “alluvione opportunista”. In questo contesto, la Lit viene oggettivamente vista come un riferimento da parte di quei settori, benché minoritari, che non hanno abbandonato l’idea – o vi si stanno approssimando – di costruire partiti rivoluzionari ed un’Internazionale rivoluzionaria.

Naturalmente, non dobbiamo abbandonarci al fatalismo pensando che questo processo di raggruppamento intorno alla Lit sia lineare ed irreversibile: al contrario! Esso è contrastato, oltre che dall’alluvione opportunista, dal castro-chavismo[2] e dalle sue varianti nazionali, che non possono tollerare l’esistenza di partiti rivoluzionari e di un’Internazionale rivoluzionaria.

 

L’Incontro Sindacale Latinoamericano ed il IX Congresso

 

La Lit si è data il gran compito di ricostruire la propria organizzazione per poter ricostruire la Quarta Internazionale e sta cercando di portarlo avanti con enormi sforzi e tra mille difficoltà, perché ricostruire la Quarta è molto più che una proposta organizzativa: è la necessità del Partito mondiale della Rivoluzione fondato sui principi del marxismo.

I due prossimi tasselli nella battaglia per la ricostruzione della Quarta sono l’Incontro Sindacale Latinoamericano (convocato per il prossimo mese di giugno da Conlutas[3], la Cob[4], Batay Ouvriyé[5] e da un’ala di Ccura[6]) ed il IX Congresso della Lit, che si celebrerà a luglio.

L’Incontro si configura come un’iniziativa che potrà avere un significato storico: già la convocazione congiunta da parte di queste organizzazioni ha un reale peso politico autonomo. Ma il fatto che la piattaforma condivisa dagli organizzatori sia così ampia[7] e sia il frutto delle lotte di questi anni in America Latina significa che questa manifestazione potrà costituire un progresso molto importante nella riorganizzazione del movimento di massa in tutto il continente.

Al tempo stesso, l’Incontro non si sarebbe potuto mettere in campo se non vi fosse stato un avanzamento delle lotte e della riorganizzazione che si stanno verificando in Sudamerica, sullo sfondo della situazione rivoluzionaria in atto nel continente.

L’altro asse politico della Lit nel prossimo periodo è il IX Congresso, che, proprio nel quadro del processo di raggruppamento richiamato, dovrà avere un carattere politico aperto rispetto ad organizzazioni politiche che abbiano posizioni politiche chiare e conseguenti nei confronti dei governi fronte populisti e della corrente castro-chavista.

Anche in questo caso, il Congresso potrà essere il trampolino di lancio per una Lit ancora più salda nella lunga e difficile battaglia per la ricostruzione della Quarta Internazionale.

Ed i militanti del PdAC sapranno dare il loro contributo!



[1] Che non si esaurisce con l’ingresso del PdAC e del Cito nella Lit, ma continua con l’avvicinamento ad essa di numerose altre organizzazioni del Centro (Costa Rica, El Salvador, Panama) e del Sudamerica (Venezuela, Argentina e Brasile), e l’interlocuzione sempre più forte con altre organizzazioni internazionali sempre centroamericane, oltre all’instaurarsi di una strettissima relazione con Batay Ouvriyé, un’organizzazione rivoluzionaria haitiana con un’importante influenza politica, sindacale e popolare in quel paese, ed alla testa di un ampio movimento di lotta contro l’occupazione militare da parte di truppe dell’Onu (per un resoconto approfondito, http://www.alternativacomunista.org/index.php?option=com_content&task=view&id=577&Itemid=1).

[2] Si veda al riguardo l’inserto del Correo Internacional pubblicato su questo numero di Progetto Comunista.

[3] Il sindacato brasiliano nato dalla scissione in seno alla Cut e diretto dal Pstu, la sezione brasiliana della Lit.

[4] Central Obrera Boliviana, storico sindacato del paese andino, protagonista della Rivoluzione boliviana del 1952

[5] V. nota 1.

[6] V. nota 2.

[7] Lotta contro i piani neoliberali, contro i trattati di libero commercio, contro il pagamento del debito interno ed estero, contro la criminalizzazione dei movimenti sociali, per la nazionalizzazione delle risorse naturali ed il ritiro delle truppe straniere da Haiti e per la liberazione del continente dalle mani dell’imperialismo.

 

Non dimentichiamo la Birmania

Quali prospettive?

 

Enrica Franco

 

La Birmania è una colonia inglese dal 1886 al 1948, con la parentesi della dominazione giapponese durante la seconda guerra mondiale. Nel 1944 un fronte di ribellione (un’alleanza tra nazionalisti, socialisti, comunisti e la Lega antifascista per la Libertà del Popolo fondata da Aung San), si pone l’obiettivo di raggiungere l'indipendenza dal Giappone e l’instaurazione di un governo di orientamento socialista. Un anno dopo una sollevazione armata porta alla cacciata dei giapponesi, e tre anni più tardi il Paese ottiene definitivamente l’indipendenza, liberandosi anche dalla custodia britannica. Dopo un lungo periodo di instabilità, dal 1962 una giunta militare si impadronisce del potere tramite un golpe. I media occidentali ancora una volta dipingono questa casta militare come un regime comunista: nulla di più lontano dalla realtà. Le nazionalizzazioni operate dal generale Ne Win nascondevano in realtà il più bieco sfruttamento capitalista, arricchendo la ristretta cerchia di borghesia militare al potere e lasciando il popolo in miseria.

 

Una rivolta per la democrazia?

 

La Birmania è potenzialmente uno dei Paesi più ricchi del sud est asiatico. È uno dei principali esportatori mondiali di riso, ricco di foreste di tek e legno, di ferro, di miniere di piombo, argento e petrolio. Eppure la sua popolazione è ridotta in povertà, anche per via delle altissime spese militari e delle sanzioni economiche internazionali che l’hanno colpita a partire dagli anni Novanta, dopo l'assegnazione del Premio Nobel per la pace ad Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione agli arresti domiciliari e figlia di Aung San.

I media occidentali hanno fatto a gara per presentare la recente rivolta del popolo birmano come una rivolta per la democrazia. In realtà le cause del malcontento popolare vanno cercate altrove. Dopo un lungo periodo di isolamento, la giunta qualche anno fa ha deciso di aprire le porte alle multinazionali straniere. I primi ad approfittarne sono state la francese Total e l’americana Unocal, mentre la costruzione del gasdotto che deve collegare il mare delle Andatane con la Thailandia è stata affidata all’italiana Saipem, del Gruppo Eni.

Gli organismi di credito internazionale hanno imposto alla giunta l’attuazione di pesanti riforme economiche in cambio dei prestiti: tagli ai sussidi e privatizzazione dei servizi. Come se questo non bastasse, c’è da aggiungere l’impennata dei prezzi dei beni di prima necessità sul mercato mondiale, causata dalla speculazione finanziaria e dalla crescita economica di Paesi come Cina e India: si sono registrati aumenti da capogiro, dalla benzina ai beni di consumo quotidiani, con il sistema sanitario e quello scolastico che versano in condizioni disastrose.

Le mobilitazioni sono iniziate nel febbraio di quest’anno e via via si sono estese sempre più. In questo movimento un ruolo di primo piano è stato giocato dai giovani monaci buddisti che, a differenza delle alte gerarchie religiose, finanziate direttamente dal regime e dai suoi sostenitori, vivono di elemosina e per questo sono colpiti direttamente dalla crisi. Col passare del tempo le proteste sono diventate sempre più radicali, arrivando a rivendicare, nei momenti più acuti della lotta, la cacciata del regime.

Ovviamente le maggiori potenze mondiali non sono estranee alla partita. Europa e Usa tramite l’ingresso dell’Lnd (la Lega nazionale per la Democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi) al governo del Paese vogliono sottrarre a Russia, Cina e India il ruolo di partners economici privilegiati. Negli ultimi anni la Cina è diventata il maggiore investitore in Birmania e ha ottenuto quasi tutte le concessioni per lo sfruttamento di gas e petrolio, e il permesso di costruire la pipeline che dalla Birmania porterà il petrolio medio orientale nella provincia cinese dello Yunnan.

 

I limiti della protesta

 

La sollevazione ha avuto il limite di porsi sul terreno della non-violenza. Questo ha agevolato enormemente la repressione, che ha avuto gioco facile non incontrando nessuna sistema di autodifesa. Il secondo limite è stato la mancanza di una direzione all’altezza. L’Lnd ha sempre avuto una posizione di mediazione con i militari, per la paura che storicamente hanno tutte le direzioni borghesi e piccolo-borghesi: spingendosi troppo oltre con i cambiamenti, non si sa dove si potrebbe finire, il malcontento potrebbe trasformarsi in aperta lotta di classe. Riprova di questo fatto sono le ultime notizie che hanno visto Aung San Suu Kyi confermare la linea rinunciataria del suo partito dicendosi pronta a cooperare con la giunta militare al potere “nell'interesse della nazione” durante il suo incontro eccezionale con l’inviato dell'Onu Gambari. Da parte sua l’inviato dell’Onu è apparso ottimista: “è aperta la via per un sostanziale dialogo”. A questo incontro ne è seguito un altro con il ministro del lavoro, Aung Kyi, cui è stato affidato l'incarico di stabilire rapporti con l'opposizione. La trattativa pare avviata. È questa ormai l’unica via per i militari per conservare il potere.

 

Quali prospettive?

 

Il dovere dei comunisti è certamente quello di raccogliere le proteste più radicali che chiedono la cacciata del regime, ma non per sostituirlo con un regime fantoccio, magari travestito da democrazia parlamentare, che risponde a questa o quella potenza imperialista. L’unica soluzione per le masse sfruttate è che la classe operaia, organizzata autonomamente, si allei coi contadini poveri e conduca una vera lotta contro la giunta militare e contro gli sciacalli imperialisti che volteggiano sulla Birmania. Solo un partito comunista rivoluzionario potrebbe compiere davvero la rivoluzione democratica che chiede il popolo birmano. Un partito che sia in grado di costruirsi e rafforzarsi nelle lotte di questi mesi, superando il limite della non-violenza e guidando le masse sfruttate verso la nazionalizzazione senza indennizzo della terra e delle grandi imprese di estrazione e la creazione di una vera democrazia, basata sui consigli di operai e contadini poveri. In una parola, verso la rivoluzione socialista.

 

Dopo le presidenziali in Argentina

La vittoria di Cristina Kirchner

Un trionfo basato sulla situazione economica e la mancanza di alternative

 

Alicia Sagra*

 

Cristina Kirchner ha vinto le elezioni col 45% dei voti. Molti combattenti operai e popolari sono rimasti sorpresi e demoralizzati per un trionfo così schiacciante del governo, ed in particolare per l’appoggio di massa che ha ottenuto in distretti in cui forte è il peso della classe operaia, come quello bonaerense; ed anche in regioni, come la stessa provincia del presidente, Santa Cruz, dove, nonostante le continue rivolte operaie e popolari, Cristina ha stravinto. Quest’appoggio di settori operai e popolari trova la sua spiegazione in due ragioni fondamentali. In primo luogo, milioni di lavoratori hanno visto come, a cavallo della situazione economica internazionale favorevole per le esportazioni argentine, si supera la terribile crisi del 2001-2002 con un importante aumento dell’impiego. In questo quadro, ed anche a costo di un maggiore sfruttamento, lavorando in doppi turni e con molte ore di straordinario, hanno ottenuto forti aumenti dei salari e delle pensioni.

Nonostante gli aumenti salariali siano il prodotto di dure lotte che hanno visto protagonisti molteplici settori, la maggioranza della classe operaia ed il popolo vedono i miglioramenti economici, così come la favorevole congiuntura, come il risultato della politica kirchnerista. In secondo luogo, i lavoratori ed il popolo che stavano facendo la loro esperienza ed avevano cominciato a rompere col governo, si sono ritrovati orfani di alternative elettorali. La crisi e l’ascesa rivoluzionaria del 2001 ha distrutto il sistema del bipartitismo ed ha polverizzato i partiti della borghesia. Quest’esito non è stato superato ed in queste elezioni è emersa l’estrema frammentazione dell’opposizione borghese. Così, si è visto che Carrió e López Murphy (entrambi provenienti dal Partido Radical[1]) erano candidati alla presidenza per differenti alternative borghesi. E la stessa cosa è accaduta con Lavagna e Sobisch (entrambi provenienti dal Partido Justicialista[2]). Queste alternative borghesi, per quante critiche abbiano fatto al governo circa l’“etica”, la “crisi istituzionale”, l’“insicurezza”, non hanno offerto alcuna proposta economica diversa da quella del governo. Esse sono favorevoli a continuare a pagare il debito estero ed a consegnare le ricchezze del paese alle multinazionali. E la sinistra, divisa, certamente non è stata un’alternativa.

 

La rottura elettorale si esprime nella classe media di alcuni grandi centri urbani

 

La crescente inflazione e le forti lotte da essa provocate hanno provocato un logoramento del governo ed un processo (quantunque minoritario) di rottura che si è espresso elettoralmente nelle elezioni provinciali svoltesi in precedenza. Il governo ha perso le elezioni della Capitale federale, in Terra del Fuoco, Santa Fé e Córdoba.[3]

Nelle presidenziali del 28 ottobre, questo processo di rottura può essersi manifestato in un aumento dell’astensione. Ma, senza dubbio, le espressioni più importanti vanno riscontrate nel fatto che l’opposizione si è affermata in alcuni dei centri di maggior insediamento urbano (a Córdoba[4] con il trionfo di Lavagna ed a Rosario e nella Capitale federale[5] con il successo della Carrió. Inoltre, nelle principali città si è verificato un fenomeno nuovo, il rifiuto ad assumere gli incarichi di presidente di seggio[6], che metteva in evidenza una crescente sfiducia nel processo elettorale. In generale, sono stati importanti settori della classe media a votare contro il governo e per l’opposizione. Ma la classe media non ha appoggiato i settori più a destra. Così, Sobisch e López Murphy[7] hanno avuto un pessimo risultato, riflettendo il rifiuto di tutti i settori alla loro proposta di “pugno duro”.

Più in generale, queste elezioni non sono servite per ricomporre il bipartitismo e l’opposizione borghese esce molto indebolita. Né il fronte allestito da Lavagna con un settore dei radicali, né quello di Carrió con altri settori radicali ed i socialisti, escono dalle elezioni come solide alternative al kirchnerismo. Piuttosto, appaiono come accordi estemporanei, condannati a dividersi e raggrupparsi nel prossimo futuro. D’altra parte, la sinistra è rimasta un’altra volta molto emarginata, a causa dell’insistenza delle sue principali forze nel presentarsi divise. Quanto al governo, si è rafforzato dal 2003, quando Kirchner vinse solo col 23% dei voti. Ma non dobbiamo dimenticare che in seguito è giunto ad avere l’80% dell’appoggio popolare. Oggi non conserva quest’appoggio. Il voto a Cristina è stato senza entusiasmo, con lotte svoltesi fino al giorno prima delle elezioni e che sono continuate il giorno dopo. Ed il kirchnerismo, uscendo dalla competizione quasi come l’unico partito, concentrerà in se stesso le contraddizioni dei differenti settori borghesi.

 

La proposta di “Patto Sociale” riflette la relativa debolezza del regime e del governo

 

Il trionfo elettorale del governo riflette pertanto il desiderio dei lavoratori e del popolo di mantenere i miglioramenti ottenuti dal 2001, specialmente sul terreno dell’impiego e dei salari ed in mancanza di migliori alternative. Ma la politica che adesso Cristina dovrà sviluppare va direttamente contro le ragioni per le quali l’hanno votata milioni di lavoratori: l’impegno di pagare il debito, di garantire che continui il saccheggio del paese da parte delle multinazionali, di aumentare le tariffe, porterà maggiore inflazione, caduta dei salari e delle pensioni. E probabilmente gli elementi di crisi che si vedono nell’economia mondiale porteranno ad una diminuzione delle esportazioni, della crescita e dell’impiego del paese.

Tutto sembra indicare che continueranno a rafforzarsi le lotte operaie e popolari che abbiamo visto crescere durante il 2007. Ed il nuovo governo, che non avrà nessun “periodo di grazia”, poiché è visto come la continuazione del precedente, probabilmente dovrà affrontare un rapido logoramento che difficilmente sarà contenuto dalla screditata burocrazia sindacale della Cgt e della Cta, né canalizzato da Lavagna o Carrió. Cosciente di questa debolezza del regime politico, Cristina ha confermato un giorno sì e l’altro pure la sua intenzione di sostenere un “patto sociale” fra governo, imprenditori e burocrazia sindacale. Ma i lavoratori, che non sono stati sconfitti e che continuano a lottare, rappresenteranno uno scoglio difficile da superare.

 

(*) Dirigente del Frente Obrero Socialista (Fos) di Argentina; membro del Comitato Esecutivo Internazionale della Lit-Ci.



[1] Il partito di più antica tradizione borghese, che oggi è praticamente distrutto.

[2] L’altro grande partito della borghesia, che ha utilizzato il bipartitismo con il Partido Radical negli ultimi 50 anni. Da questo partito provengono anche il presidente Kirchner e sua moglie, neoeletta presidente.

[3] In queste elezioni, tenute prima delle presidenziali, sono state elette autorità provinciali.

[4] La seconda provincia in ordine d’importanza.

[5] Le due città più importanti del paese, con un gran peso della piccola borghesia.

[6] Le autorità che garantiscono i comizi e che sono eletti per sorteggio dai registri elettorali. È un dovere civico e chi non vi adempie viene sanzionato.

[7] Candidati della borghesia che rappresentavano le posizioni più di destra, che reclamavano maggiore repressione, ecc.

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