Partito di Alternativa Comunista

L'Araba fenice di Ferrando

 

di Francesco Ricci

 

"Sire, su che cosa regnate?" chiede il Piccolo principe nel celebre romanzo di Saint-Exupéry al re di un asteroide così piccolo da non contenere nemmeno lo strascico del suo mantello. Il re - pur non avendo sudditi e anzi vivendo completamente solo - è convinto di essere molto potente e financo di governare il moto dei pianeti.

Qualcuno sa spiegarmi perché mi viene spontaneo associare il leader del Partito del Lavoro (o come si chiama) a questo re (ben disegnato con tanto di trono e corona) che regna convinto di avere milioni di sudditi in un libro per ragazzi? Può essere che l'associazione mi sia venuta sentendo Ferrando in una intervista al Tg assicurare che il suo partito ha già un seguito di centinaia di migliaia di persone?

 

A Ferrando e al suo Pl (qualcuno lo ha maliziosamente rinominato Partito del Leader) vanno riconosciuti alcuni record. Ha scardinato la teoria dei numeri finora conosciuta: per contare i suoi aderenti non basta l'infinito numerico. Ora sfida anche ogni legge della fisica, riuscendo a creare il primo partito virtuale della storia.

"Che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa", così Metastasio cantava l'Araba fenice, che pure Erodoto diceva di non aver mai visto "se non dipinta". Così come nessuno è ancora riuscito a vedere i militanti di Ferrando a una manifestazione. I giornalisti dei due poli, per interessi diversi ma convergenti, riprendono frequentemente le dichiarazioni reboanti di questo re senza regno, di questo leader di un partito che non c'è e che esiste solo nelle dichiarazioni alla stampa.

 

Eppure a Ferrando va riconosciuta la capacità di innovare non solo in campo matematico e fisico, ma anche di aver saputo far polpette di un fondamento della logica quale è il principio di non contraddizione. Si credeva (roba che risale ad Aristotele) che una cosa non possa al contempo avere e non avere una stessa proprietà. Sbagliato.

Il partito di Ferrando è al contempo capace di lottare contro le burocrazie sindacali (almeno nei testi scritti) e pronto a stringere un patto con Cremaschi per non ostacolare la gestione burocratica della Rete 28 aprile.

E' un partito contrario alla collaborazione di governo eppure vanta tra i suoi militanti un certo Mondrian che a Roma aspirava ad essere eletto per fare "l'assessore alla felicità" per "consigliare" Veltroni.

E' un partito che qui e là (senza dare troppo a vedere) si dichiara erede del bolscevismo eppure si costruisce sui principi menscevichi dell'adesione senza vincolo di militanza o condivisione programmatica.

E' un partito che cresce nei numeri (almeno nella numerazione inventata da Ferrando) proprio mentre metà del suo gruppo dirigente decide di stare, insieme al direttore del giornale, Veruggio, in Rifondazione, rompendo con Ferrando.

E' un partito il cui leader si dichiara (almeno fino a qualche tempo fa) "trotskista" ma che riesce a non nominare mai questo termine (e quello che significa politicamente) nell'assemblea fondativa (in modo da non spaventare una decina di mao-stalinisti che hanno prontamente aderito).

E' un partito che fa appello ai giovani ma che non ne ha ancora reclutati due.

E' un partito ma non ha nessuna delle caratteristiche che comunemente si tendono ad associare a un partito: una struttura, un gruppo dirigente, dei collettivi locali, un radicamento e soprattutto dei militanti in carne ed ossa.

 

Come l'Araba fenice, esiste solo nei dipinti (non nelle foto perché in genere sono più cattive). Come il Re di Saint-Exupéry Ferrando parla a folle immense che solo lui riesce a vedere. Eppure le contraddizioni che violano ogni principio della logica non sono finite. Nello stesso Capo (la Guida unica, al secolo Marco Ferrando, che seguito da una chiocciolina diventa anche l'indirizzo e-mail del partito) convivono il rivoluzionario di opposizione ai governi borghesi e il senatore mancato che dichiara candidamente sul Manifesto che in caso di elezione avrebbe votato contro il governo... solo a patto che il suo voto non fosse determinante (sic); viceversa avrebbe valutato "altre soluzioni, incluse le dimissioni da parlamentare", pur di non far cadere Prodi, pur di non disturbare il governo dei banchieri di cui il suo partito sarebbe fiero oppositore.

Sarebbe quindi più appropriato parlare di obiezione di coscienza che non di opposizione di classe.

 

Trotskista e non trotskista, antiburocratico e amico dei burocrati, bolscevico e menscevico, di opposizione e di obiezione, gigantesco e invisibile. Questo è il partito di Ferrando.

Che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa.

 

Come non si costruisce un partito

A proposito della nuova organizzazione di Ferrando

 

di Francesco Fioravanti

 

Domenica 18 aprile il Movimento per il Partito Comunista dei Lavoratori di Marco Ferrando ha sancito ufficialmente la scissione dal Prc con un’assemblea nazionale che si è tenuta a Roma. Nonostante l’ampio spazio che i media hanno generosamente concesso al leader della neonata organizzazione politica, la partecipazione all’evento è stata tutt’altro che imponente. Ma non è nostra intenzione polemizzare in questa sede sulle cifre delle presenze in sala, né affermare che il fallimento di una singola iniziativa – seppur di notevole importanza come in questo caso – debba per forza di cose significare che un progetto politico è ineluttabilmente destinato alla sconfitta: non ci interessa prestare il fianco a sterili e inutili polemiche. Sono altri gli indizi che ci fanno credere che il Partito Comunista dei Lavoratori di Ferrando e Grisolia sia una creatura incapace di spiccare il volo. È per questo che non pensiamo sia inutile soffermarci nuovamente su questioni che abbiamo già approfonditamente analizzato in articoli apparsi negli scorsi numeri di questo periodico e sul nostro sito web, non fosse altro che per ribadire ulteriormente principi che riteniamo debbano essere fatti propri da tutti coloro che guardano con interesse a ciò che accade nel variegato panorama delle forze politiche che si assestano (o che sembrerebbero farlo) alla sinistra del Prc e della “politica istituzionale”.

 

Opportunismi di ieri e di oggi

 

Caratteristica principale della (dis)organizzazione politica del duo Ferrando/Grisolia è quella di avere al suo interno una pluralità di anime incapaci di ritrovarsi in un programma comune, ma pronte a fondersi in unico corpo quando la leggendaria figura del leader si manifesta nei salotti televisivi e sulle pagine dei giornali. Si riproducono in piccolo le stesse logiche che si possono trovare in un partito riformista come il Prc: la base, mantenuta volontariamente in una condizione di arretratezza politica dai vertici del partito, è unificata solamente dalle capacità dialettiche di alcuni dei suoi dirigenti e dall’influenza che su di essa hanno alcune opposizioni elementari (bene/male, destra/sinistra, onesti/corrotti) artatamente costruite per evitare che emerga un dibattito profondo in grado di investire scelte fondamentali e mettere in discussione alcuni assunti che muovono l’agire del partito stesso.

La dimostrazione del fatto che Ferrando e Grisolia agiscono su basi e con metodi che nulla hanno a che vedere con molti dei punti fermi raggiunti dal movimento comunista nelle sue elaborazioni teoriche l’abbiamo avuta nell’ultimo congresso dell’Amr Progetto Comunista, quando la nostra componente, composta prevalentemente da giovani dirigenti, è stata letteralmente investita da un fuoco di accuse (“settarismo”, “burocratismo”, “opportunismo” ecc.), funzionali a nascondere questioni di vitale importanza e a evitare un dibattito che, al contrario, avrebbe potuto solo giovare all’organizzazione. Come ci si deve porre – chiedevamo – di fronte a singoli e gruppi che agiscono in aperta contrapposizione rispetto alle decisione prese collettivamente? Quali devono essere i rapporti con le strutture locali del partito? Non pochi erano stati, infatti, i casi in cui gli attuali dirigenti del Pcl avevano avallato scelte sciagurate e opportuniste da parte di dirigenti locali della vecchia Amr.

 

Centralismo democratico versus liderismo

 

Spostando la discussione dal terreno politico – che era quello sul quale noi volevamo confrontarci – a quello delle accuse e delle illazioni, sul quale dirigenti navigati e riconosciuti come figure di spicco possono certamente far valere il loro peso e la loro presunta credibilità, si è voluto evitare un confronto franco e sereno che avrebbe potuto portare ad una crescita complessiva dell’intera organizzazione e si è alimentata ulteriormente quella spirale “leaderismo/arretratezza della base” che è oggi il tratto distintivo del gruppo di Ferrando. Indicativo è il fatto che il tutto – si badi bene, in un congresso: che notoriamente ha il compito principale di stabilire la linea politica di un’organizzazione – avveniva attraverso la costituzione di un blocco (monolitico nella difesa dei propri interessi, molto meno nella proposta politica) fra la componente ferrandiana e quella di destra dell’allora Amr Progetto Comunista; che oggi, coerentemente con le sue posizioni, scarica Ferrando e si rifiuta di aderire al Pcl, ma che già in quell’appuntamento esprimeva la volontà di voler rimanere nel Prc e teorizzava la necessità di una collocazione sindacale a sostegno della maggioranza di Epifani in Cgil.

Da qui la nostra scelta di rompere con una setta opportunista – possiamo senza errore definirla cosi: cos’altro è se non una setta una struttura nella quale per il rifiuto di una parte è impossibilitato il dialogo? – e di costruire un’organizzazione politica – Pc-Rol – che sia in grado di agire compattamente all’esterno, ma che dia allo stesso tempo a tutti la possibilità di apportare il proprio contributo alla dialettica interna.

Crediamo che il mondo del lavoro, di fronte alla crisi che attraversa e agli attacchi che subisce, non abbia bisogno di partiti che vivono della luce riflessa di un capo, tanto più se quel capo si dimostra pronto a tutto pur di salvare il suo ruolo. Un partito dei lavoratori è tale se si dota degli strumenti in grado di condurlo al fine che si è prefisso e agisce quotidianamente negli interessi della classe che intende rappresentare. Ecco perché il 18 giugno, nonostante le apparenze, non è nato nessun nuovo partito comunista, ma solo l’ennesima imprudente caricatura di esso.

 

I soliti giovani burocrati, che palle!

Trent’anni di carrierismo giovanile “comunista” sulle spalle dei movimenti di contestazione

 

di Alessio Spataro

 

“Mi batterò perché la nostra organizzazione si trasformi, con l’aiuto e la comprensione di tutti i compagni, in un’organizzazione diversa, autonoma, di massa e non esclusivamente comunista. Insomma che possa accogliere tutti i giovani, studenti e lavoratori, anche se non con le nostre stesse idee”. Quante volte abbiamo sentito ripetere frasi del genere dentro il Prc, soprattutto da Genova in poi? Quanti giovani dirigenti, coordinatori, semplici allineati dentro Rifondazione, terrorizzati dalla possibilità di specificare per quale altro mondo possibile si può lottare, hanno giustificato ipocritamente tante finte scelte di apertura ai movimenti di contestazione? Gli esempi recenti sono parecchi, ma la citazione iniziale, anche se potrebbe averla detta uno qualsiasi dei giovani rappresentanti del nostro ex partito, è una dichiarazione del giovane segretario della Fgci Massimo D’Alema datata 1978.

Il fatto che dopo vent’anni quel giovane “comunista” sia diventato uno dei più convinti guerrafondai servi dell’imperialismo statunitense, dovrebbe far riflettere chi ancora oggi pensa che contaminarsi con posizioni diverse dalla propria organizzazione sia innovativo e non invece un esempio vecchio due secoli di come si sterilizza l’opposizione di classe.

Non é che ogni comunista dovrebbe radunarsi solo ed esclusivamente con chi la pensa allo stesso modo (i moti carbonari sono finiti da un pezzo), ma una rilettura attenta del concetto gramsciano di egemonia, oggi più attuale che mai, non farebbe affatto male.

I giovani dirigenti del Pci di allora quel concetto lo conoscevano molto bene, visto che erano stati giustamente emarginati (spesso altrettanto giustamente a legnate) nelle fabbriche e nelle università dal movimento più estremo e lacerante del dopoguerra italiano: il ’77. Il ventottenne D’Alema la buona volontà ce la metteva tutta, ma in quanto a furbizia o ne aveva poca da impegnare o già iniziava a conservarla per tempi migliori; sta di fatto che forse non era proprio utile offrire il proprio spazio di tribuna politica televisiva a un indiano metropolitano, se nel frattempo il servizio d’ordine del Pci irrompeva alla Sapienza a Roma, cancellando dai muri gli slogan fastidiosi e caricando a sprangate proprio gli indiani metropolitani che contestavano il comizio di Lama (e prendendo comunque alla fine le solite sacrosante botte di cui sopra).

 

I più importanti giovani dirigenti del comunismo italiano

 

La storia recente delle maggiori sedicenti organizzazioni comuniste giovanili è praticamente costellata di loschi figuri imberbi che hanno legato, spesso purtroppo con successo, la propria meschina carriera politica con un certo presunto dialogo con i movimenti sociali del momento.

Esempi tristissimi di asservimento culturale e politico dimostrano come sia studiato a tavolino, pianificato e messo in pratica sempre lo stesso identico metodo di annichilimento di passioni e impegno militante di intere generazioni di giovani comuniste e comunisti, che sono state prima attratte da ondate di contestazioni nazionali spontanee molto partecipate e poi prontamente tradite da burocrazie di partito a cui faceva gola solo ed esclusivamente il ricercatissimo consenso giovanile.

Per analizzare meglio le conseguenze di questo morboso scenario di pedofilia politica, basta osservare la vergognosa esperienza di chi in Italia negli ultimi decenni ha guidato organizzazioni di giovani votate ad esempio al pacifismo e alla non violenza, per poi diventare senza la minima vergogna sostenitori convinti delle peggiori missioni militari.

Oltre al caso storico del criminale di guerra Massimo D’Alema, va ricordato meritoriamente il suo degno successore Pietro Folena, fautore del pacifismo antinucleare da segretario Fgci, sostenitore dei bombardamenti su Belgrado da deputato ds e guerrafondaio non pentito dagli attuali banchi di Rifondazione.

Durante il riflusso degli anni ’80 il cattolico Folena, dopo Marco Fumagalli, prende quindi il posto di D’Alema a capo della Fgci, la fa galleggiare per un po’ nel movimento contro i missili a Comiso e poi, sotto la breve segreteria di Gianni Cuperlo (attuale dirigente ds), contribuisce definitivamente a stroncare, con un piccolo golpe pre-bolognina, le genuine aspettative di tante e tanti militanti che nel frattempo si sono sinceramente tuffati mani e piedi nel movimento studentesco della Pantera del 1990.

 

La liquidazione della Fgci

 

“La Pantera nasceva a Palermo, non era mica roba da ridere. Chi li aveva mai visti gli studenti di Palermo? Si estese velocemente su tutta la penisola” racconta Elettra, parlando della sua diretta esperienza di ex militante della Fgci. “A Roma, dove studiavo io, avevamo occupato praticamente ogni angolo della città universitaria. Avevamo le chiavi di tutte le aule di Medicina! Ma non solo le chiavi: le questioni poste sul campo da quel movimento sono i nodi che ancora vengono al pettine facendo soffrire la stirpe di sindacalisti sindacalesi che ci governano. Flessibilità, intervento del privato nella ricerca, autonomia, ecc. Quelli come me che erano della Fgci e che si trovarono in mezzo a quella tempesta ormonale, pensarono (credo unanimemente) che era quello per cui avevamo lavorato per anni. Ci entrammo dentro testa e corpo. Le riunioni precongressuali ci fecero una bella doccia fredda. Va fatta una riflessione su questo: contro chi era rivolta quella protesta? Di chi era il progetto di cultura, formazione, crescita che si stava mettendo in discussione? Non di un destro o macabro fascio, ma di Ruberti, appoggiato dall’establishment culturale e politico di larga parte del Pci/Ds. Nei giorni della disoccupazione della facoltà ebbi un’esperienza che mi lasciò veramente disorientata: il congresso della Fgci, dove la Lega degli Universitari Romani riuniti in via dei Frentani (dov’era allora la federazione), vide la minoranza dell’organizzazione ‘cacciare’ la maggioranza. Non è che ci cacciarono fisicamente, per carità, ma capimmo che avevamo finito il compito, perché non si stava assolutamente tenendo conto dell’esperienza e di quello che stava succedendo a pochi metri di distanza da loro. Erano veramente 100 passi, ma bastavano per rendere la distanza irreparabile”.

Un’occasione sprecata per chi sperava nelle promesse di autonomia dalla burocrazia politica maggiormente imbrigliata nelle logiche di palazzo, come di fatto era il vertice del Pci di Natta e Occhetto. Soprattutto se si pensa al corpo militante di giovani comuniste e comunisti di allora che, pur essendo una generazione estranea a qualsiasi legame con il modello e le colpe dell’Urss da Stalin a Breznev, s’è visto scippare sotto il naso un’identità che aveva contribuito a costruire da pochissimi anni con esperienze e impegno politico nuovi, sostituita coattamente da quel processo storico che doveva portare per forza alla Bolognina. Dice ancora Elettra a proposito: “Credo che in quel frangente la struttura creata al congresso di Napoli e che prevedeva una dose molto massiccia di indipendenza, non solo organizzativa, ma anche politica, dal Pci dimostrò la sua debolezza. Chi credeva che avere avuto una posizione diversa sulla questione dell’Afghanistan fosse sufficiente per avere la patente di autonomia politica, si sbagliava. Mi stupii della scelta di Folena: insomma, noi non dovevamo far nessuna opera di mea culpa, molto prima dei padri avevamo preso atto di un importante cambiamento e ne eravamo stati parte. (…) Personalmente ero troppo presa dal movimento degli studenti e poi dal movimento contro la guerra in Iraq, per potere perdere tempo ad interessarmi alle logiche con cui un gruppo di dirigenti fece contenti i padri e sciolse la Fgci tornando indietro, con la Sinistra Giovanile, ad un modello sinceramente molto vecchio. Sembra incredibile, vero? Forse sbagliammo tutti noi allora a disinteressarci. Ma fu così”.

 

Le carriere dei giovani dissidenti in Fgci

 

Fra chi non condivise e dovette subire la scelta doppiogiochista del Folena di quel periodo, vanno ricordati due giovani pugliesi che oggi militano nel suo stesso partito e vantano come lui carriere di tutto rispetto: l’attuale presidente della regione Puglia Nichi Vendola e il nuovo segretario del Prc Franco Giordano.

Quest’ultimo, un segretario di transizione di nota statura morale elevata, è capace di diventare paonazzo in pochissimi secondi quando lo fanno incazzare. Ricordo ancora la sua faccia l’anno scorso, nei giorni del ridicolo sesto congresso di Rifondazione, quando al congresso del suo circolo a Roma si ritrovò davanti un giovane sconosciuto come il sottoscritto che, mentre presentava il terzo documento, gli ricordava che proprio lui, anche se continuava a riempirsi la bocca di pacifismo, rimaneva di fatto un deputato che nel ’97 non si vergognò minimamente a dare la fiducia al governo guerrafondaio di Prodi che ventiquattro ore prima aveva mandato truppe in Albania con l’appoggio parlamentare dei fascisti. Davvero non poco per un ex Fgci cresciuto alla corte di Folena e tradito dallo stesso. Ancora ne dovrà fare di strada, ma è giovane, ha tutta la vita davanti.

Altri giovanissimi che oggi sono in piena ascesa verticale della loro carriera politica sono i coordinatori dei Gc, primo fra tutti l’inutile Marco Rizzo, che la storia dell’umanità ricorderà principalmente come comparsa nel primo film di Mino Reitano “Una vita lunga un giorno” del 1973 e non soltanto come fondatore dell’organizzazione giovanile del Prc nel 1993 (molto prima della scissione di Cossutta) o come ennesimo sostenitore della guerra contro la Federazione Jugoslava del ’99.

 

I nuovi giovani burocrati di Rifondazione Comunista

 

I successivi tre coordinatori dell’organizzazione giovanile di Rifondazione, si sono cibati voracemente di tutto quello che riuscivano a riciclare dall’esperienza di Genova del 2001. Peppe De Cristofaro prima e Nicola Fratoianni poi hanno chiarito definitivamente, se mai ce ne fosse stato bisogno, che ai militanti devi sempre dire di combattere gli stessi metodi burocratici che poi di nascosto usi a tuo piacimento. Se allo stadio Carlini di Genova già c’è qualche giovane rappresentante di Rifondazione a promettere che i circoli Gc confluiranno nel Laboratorio (poi esploso) della Disobbedienza, che bisogno c’è di chiedere il parere o addirittura il voto alla base militante? Casomai la si interpellerà successivamente alla conferenza prossima. E soprattutto a cose fatte.

Stesso metodo di Bertinotti con l’alleanza di governo al sesto congresso. Stesso metodo da trent’anni, stesse conseguenze: premi di carriera per tutti. Per De Cristofaro hanno trovato una sedia da scaldare a Montecitorio. Il posto di segretario regionale pugliese al toscano Fratoianni.

Ultimo discendente di questa stirpe poco gloriosa di giovani burocrati di sinistra, Michele De Palma sta faticosamente guidando le sempreverdi truppe di amici, parenti, conoscenti e cammelli vari in ogni parte d’Italia per la nuova conferenza Gc di questo mese, alla disperata ricerca di un consenso che attualmente stenta a decollare, vista la schiacciante maggioranza di militanti che oggi si rifiuta di aderire in toto alla linea, inesistente e vaga come sempre, dell’esecutivo. Comunque può ancora sperare, non tutto è perduto: mentre scrivo mancano la Calabria, dove all’ultima conferenza giovanile del 2002 stavano facendo votare anche i cinquantenni, e la Sicilia, dove il più spudorato dei giovani burocrati rifondaroli, il palermitano Sergio Boccadutri, stava per far eleggere a Messina un coordinatore provinciale di sua fiducia, talmente sconosciuto da essere stato platealmente e duramente rifiutato anche dagli stessi militanti di maggioranza (che alla fine hanno mandato all’aria la conferenza provinciale lasciando per quattro anni Messina senza coordinamento Gc). Insomma, un ragazzo sveglio e responsabile che si sa fare i conti. Sarà per questo che l’hanno appena eletto addirittura tesoriere nazionale. Giusto per rinnovare la dirigenza con ricambio generazionale. Una ventata di freschezza in più che tanto ricorda l’asfissiante presenza del rampante Folena degli anni ’80.

In ogni caso il documento di De Palma anche se prenderà solo il 30% non si spaventerà certo delle minoranze. Non sono mica un ostacolo insormontabile visto che una di queste, quella di Erre/Sinistra Critica, oggi incrementa consensi tuonando contro la linea di asservimento al governo, mentre ha co-gestito l’esecutivo di questi ultimi quattro anni assieme ai filodisobbedienti senza dire una parola sulle varie fasi dell’ultima svolta di Bertinotti.

Ancora una volta le giovani burocrazie italiane fioriscono nelle fertili distese di concime della sinistra istituzionale. E vista l’esperienza storica di questi ultimi 30 anni, il presente ci riserva un futuro davvero preoccupante. Molto più del passato.

“Cuffarismo consociazionista” e altre storie

Note a margine delle elezioni in Sicilia

 

di Giacomo Di Leo

 

Com’era prevedibile Totò Cuffaro si riconferma governatore della Regione Sicilia, nonostante, quanto a preferenze, abbia preso meno voti della sua coalizione, mentre la Borsellino ha preso più voti dell’Unione. I voti persi (il 7% circa rispetto alle scorse elezioni regionali) da Forza Italia sono, con molta probabilità, andati all’Mpa di Raffaele Lombardo che, col 12,7%, è il secondo partito del Polo, dopo Fi (19,1%), prima dell’Udc (col 12,6%) e della Margherita (Franco Rinaldi, cognato del sindaco Genovese, nella provincia di Messina è stato il più votato in assoluto) e in parte di An. La crisi di Forza Italia si è manifestata anche nell’astensionismo elettorale: circa 350 mila cittadini non sono andati a votare, fenomeno dovuto in buona parte alla mancanza di moneta di scambio (non si è certo trattato di astensionismo rivoluzionario!). Solo una piccola parte di elettori non è andata a votare per manifestare il totale distacco dal sistema politico dominante. Nonostante la crisi del partito di Berlusconi, a conti fatti in Sicilia la Cdl dimostra di essere ancora forte e radicata: tranne che ad Enna, Siracusa e Caltanisetta, la Cdl vince dappertutto.

 

Il voto disgiunto

 

Cuffaro prende meno del Polo (53,089%, pari a 1.374.706 voti), mentre la Cdl nel suo complesso ha riportato il 61,517%, pari a 1.513.531 voti. Ciò significa che 138.825 elettori di centrodestra non hanno votato per Cuffaro. Musumeci (Alleanza Siciliana, una costola di An) ha avuto il 5,273%, pari a 136.545 voti, il triplo della sua lista che ha ottenuto il 2,413% di suffragi, pari a 59.380 voti. La Borsellino ha ottenuto il 41,638%, pari a 1.078.719 voti, mente l’Unione ha si è assestata sul 36,069%, pari a 887.437 voti: la leader del centrosinistra ha avuto 190.742 preferenze in più rispetto ai voti della sua coalizione.

Da questi dati si possono estrapolare alcune considerazioni politiche. Anzitutto, lo scontro interno al centrodestra ha provocato una leggera emorragia di voti, che sono stati privati a Cuffaro e andati perlopiù all’altro candidato del Polo. Una parte di questi voti è stata intercettata dalla Borsellino, che, a nostro avviso, guadagna qualche posizione (rispetto al suo predecessore Orlando) grazie ai voti dei giovani, di associazioni antimafiose, sommati a quelli portati dal “vice” di Cuffaro, il diessino Mirello Crisafulli. Inoltre, la Borsellino, sorella del magistrato ucciso dalla mafia, pur non prospettando un’alternativa di classe, ha fatto vivere nell’immaginario di settori popolari siciliani una generica necessità di alternativa al “cuffarismo” dominante. La leader dell’Unione è stata percepita più come una figura morale che come un personaggio politico. Ma la piccola rimonta della Margherita e dei Ds, avvenuta talvolta con processi di transumanza politica, non ha scalfito il “cuffarismo consociativista”. Complessivamente in Sicilia la Destra gode ancora di buona salute, grazie anche al “valore aggiunto” dell’Mpa di Raffaele Lombardo, erede naturale di Totò Cuffaro, portatore di un’ideologia fortemente demagogica e localista.

 

Il Prc lavora bene… per i liberali dell’Unione

 

In una situazione sociale e politica dominata dal clientelismo paternalista del “cuffarismo”, la Margherita e i Ds rimontano di alcuni deputati, superando, ad esempio ad Enna, il centrodestra, provincia questa di Mirello Crisafulli (Ds), braccio sinistro del Cuffarismo. Il Prc, presentatosi senza simbolo e soprattutto in un’alleanza ibrida (Uniti per la Sicilia) con Udeur, Sdi, Verdi, Comunisti italiani, si estingue come partito. Rifondazione Comunista - come aveva già visto bene l’ex sinistra del Prc (Progetto Comunista), oggi Pc Rol - essendosi ormai trasformata in un partito governista è incapace, anche in Sicilia, di costruire un’opposizione sociale a partire dai luoghi di conflitto. Quindi l’estinzione della rappresentanza parlamentare del Prc (da due a zero deputati) è la logica conseguenza di una politica volta semplicemente a ricercare un voto d’opinione in un’ottica di collaborazione di classe (innaturale per i comunisti), che è sfociata appunto in un’alleanza ibrida con Udeur, Sdi, Verdi, Pdci. In ogni caso, Ballistreri e gli eletti centristi di Uniti per la Sicilia ringraziano i post-comunisti alla Bertinotti e alla Diliberto.

Nonostante la sonora sconfitta, il segretario regionale del Prc Rosario Rappa continua a sostenere l’alleanza con l’Unione (che tra l’altro ha fissato insieme al Polo lo sbarramento al 5% per l’accesso all’Assemblea siciliana), promettendo “opposizione vera” contro le destre e al contempo sostenendo la politica consociativa di Crisafulli, Capodicasa e simili, come nel caso di Enna, dove Totò ha lasciato libertà di azione all’amico Vladimiro Crisafulli.

L’estinzione anche parlamentare di Rifondazione in Sicilia apre spazi alla sua sinistra. Progetto Comunista - Rifondare l’Opposizione dei Lavoratori contribuirà a creare l’alternativa a Cuffaro, che non può consistere nell’elencazione di requisiti morali in una logica borghese (Borsellino), ma in una nuova progettualità politica che dia priorità alle lotte sociali (a partire ad esempio dalla Fiat di Termini Imprese, dimenticata da tutti) e ai movimenti, come dovrebbe essere naturale per un partito Comunista. Garantire un’opposizione comunista di classe in Sicilia è impresa difficile ma necessaria, alla quale Pc Rol non si sottrarrà.

Brindisi: la lotta contro il rigassificatore

I profitti del capitalismo sulla pelle degli abitanti

 

di Riccardo Rossi

 

"La storia di ogni società sinora esistita è storia delle lotte di classe". Così scrivevano nel Manifesto del Partito Comunista Marx ed Engels, sottolineando come in una società divisa in classi dagli interessi irriducibili la storia e gli avvenimenti che la caratterizzano possano essere interpretati correttamente solo inquadrandole nell’ottica della lotta di classe. Non sfugge alla regola la lotta che le popolazioni della provincia di Brindisi portano avanti da qualche anno per opporsi all’ulteriore "colonizzazione" del loro territorio.

 

Le cause economiche

 

Il problema dell’approvvigionamento delle materie prime e delle fonti di energia ha acquisito in questi ultimi anni un'importanza crescente. L’emergere di nuove potenze come Cina e India affamate di energia e materie prime necessarie per mantenere i loro altissimi tassi di crescita, ha spinto verso l’alto i prezzi del petrolio, dei metalli non ferrosi quali rame, nichel ed alluminio cosi come quelli del gas naturale.

In Italia si produce solo il 14 % del gas naturale che si utilizza. La restante parte viene importata in particolare dalla Russia e dall’Algeria. Da questi due Paesi arriva, mediante gasdotti, circa l’ottanta per cento del gas importato. E’ facile comprendere come Russia ed Algeria abbiano in questo caso un fortissimo potere contrattuale e siano in grado sia di spuntare prezzi molto alti per il loro gas - i loro contratti di fornitura sono infatti legati al prezzo del petrolio - sia di utilizzare tale potere per condizionare le scelte energetiche del governo italiano. Basti pensare all’incontro che si è tenuto a Mosca il 21 giugno tra Prodi e Putin in cui si è anche affrontato lo spinoso problema delle forniture di gas all’Italia nel tentativo di evitare il ripetersi della crisi dello scorso inverno. Il governo russo ha quindi ottenuto un accordo con il quale il governo italiano si impegna a garantire al russo Gazprom, il monopolista dal quale acquistiamo il gas, di entrare direttamente nella distribuzione del gas naturale in Italia in cambio della partecipazione dell’Eni, con una quota di minoranza, in un giacimento di gas siberiano. In tale contesto si può facilmente comprendere l’esigenza di sfuggire dalla dipendenza delle forniture di gas in regime di monopolio. Ciò può essere ottenuto comprando il gas naturale nelle varie zone del mondo, magari spuntando prezzi più bassi, e trasportandolo in Italia liquefatto mediante le metaniere. Occorre quindi dotarsi di impianti di rigassificazione.

 

Cosa si vuol costruire

 

Per rigassificatore si intende un impianto mediante il quale è possibile portare del gas naturale dallo stato liquido, nel quale è mantenuto in alta pressione alla temperatura di -160 C, allo stato gassoso in modo tale da poter essere distribuito agli utenti finali. In Italia attualmente esiste un solo impianto di rigassificazione situato a Panigaglia . Per colmare questa carenza infrastrutturale sono stati previsti altri sette impianti tra cui quello di Brindisi.

Con l’istanza del 9 novembre 2001 la British Gas Italia spa, ora British Lng, chiese al Ministero delle Attività Produttive l’autorizzazione alla costruzione e all’esercizio nell’area di Capo Bianco del porto di Brindisi di un terminale di rigassificazione di Gas Naturale Liquefatto della capacità di 4 miliardi di metri cubi annui, espandibile fino a 8 miliardi. Per procedere alla realizzazione dell’impianto sono necessarie opere di dragaggio per l’ormeggio e la manovra delle metaniere, la colmata di una superficie marina complessiva di 140.000 mq mediante materiale di dragaggio e terreno per 980.000 metri cubi. L’impianto inoltre prevede tra le varie opere la realizzazione di un nuovo molo da dedicare esclusivamente all’attracco delle metaniere da 140.000 metri cubi, e un impianto di stoccaggio costituito da due serbatoi fuori terra di 160.000 metri cubi ciascuno. L’istruttoria si è svolta nelle conferenze dei servizi tenute durante il 2002 nel corso delle quali le amministrazioni interessate diedero parere favorevole. Si arriva quindi al decreto del 21 gennaio 2003 emanato dal ministero delle Attività produttive di concerto con quello dell’Ambiente e tutela del territorio con il quale venne concessa l’autorizzazione.

Un’opera caratterizzata da un notevole impatto ambientale che viene ad aggiungersi alle altre già esistenti. A Brindisi infatti sono in funzione tre centrali termoelettriche alimentate a carbone che producono circa 5000 Mw (il dieci per cento dell’intero fabbisogno energetico italiano) e un impianto petrolchimico. In virtù di tali impianti il governo ha dichiarato Brindisi “area ad alto rischio ambientale” e risulta incomprensibile come in tale situazione si possa insistere con impianti in grado di incrementare il rischio di incidenti.

 

La lotta degli abitanti

 

Le popolazioni della provincia di Brindisi si sono quindi mobilitate costituendosi in comitati ed associazioni per opporsi alla costruzione di questo nuovo impianto, per sfuggire al ricatto occupazionale che ha spinto il territorio ad accettare impianti ed industrie che hanno portato a uno sviluppo contradditorio . Mentre per la fase di costruzione di questi impianti sono previsti tra i mille e i duemila lavoratori a regime ne bastano poche decine per condurre tali impianti, si parla di circa 40 per il rigassificatore.

Al termine della costruzione rimangono sul campo migliaia di licenziati, un territorio devastato e tantissimi malati di tumore sia tra i lavoratori che tra i residenti, come testimoniato dal recente registro tumori ionico-salentino. I dati di tale registro mostrano come a Brindisi vi sia un eccesso di tumori del polmone, della vescica, della pleura (effetto dell'amianto) e delle leucemie rispetto alle medie nazionali. Elementi che quindi confermano un’origine ambientale e lavorativa.

La forza di questi movimenti e le imponenti manifestazioni che si sono realizzate, partecipate da oltre 5000 persone, hanno portato anche il Consiglio Comunale presieduto dal sindaco Menniti (centrodestra) e quello provinciale presieduto dal presidente Errico (centrosinistra) a opporsi alla realizzazione del rigassificatore. Ma la necessità della borghesia italiana di avere fonti energetiche al minor costo e l’insaziabile fame di profitti delle imprese che devono costruire e gestire tali impianti portano a negare quei principi di “democrazia” e “autogoverno delle comunità locali” che in regime capitalistico e sotto la dittatura della borghesia vengono solo proclamati ma sempre calpestati. Necessità della borghesia che portano a mistificare le ragioni delle popolazioni in lotta facendole apparire di volta in volta "nemiche del progresso" o in preda a "rigurgiti radicali" che impedirebbero il “sano” sviluppo e benessere.

Lotte di classe si diceva all’inizio; e compito di un partito comunista e della sua avanguardia è portare la consapevolezza nelle masse in lotta della natura di classe della società in cui viviamo, conquistare nuovi militanti affinché l’obiettivo di tutte le lotte non si fermi al singolo punto (rigassificatore, Tav o contratto di primo impiego per citarne alcune ) ma diventi politico e ponga all’ordine del giorno il superamento del capitalismo e della barbarie a cui esso ci condanna.

 

I motivi dell’opposizione al nucleare in Basilicata

 

di Claudio Mastrogiulio

 

Si è tenuto recentemente, in Basilicata, un convegno antinucleare in cui si è discusso sulle prospettive del “progetto Ferrandina” e delle analisi ambientali e politiche legate ad esso, ed al quale abbiamo partecipato attivamente. Per capire, in breve, di cosa si tratta e spiegare la nostra contrarietà analizzerò il progetto che Emilio Panarella, un fisico nativo proprio di Ferrandina, ha in mente. Tutto si basa sull’utilizzo di deuterio e trizio, mentre il primo è completamente innocuo, lo stesso non può dirsi del trizio, infatti quest’ultimo è un gas radioattivo che impiega, per essere eliminato del tutto ben 246 anni, la cui pericolosità consiste nella circostanza che si lega all’ossigeno ed entra ovunque, nel corpo umano e negli alimenti. L’assorbimento nel tratto gastro-intestinale è immediato e completo; totale è l’intossicazione del corpo tramite il sangue. La pelle, inoltre, non è una barriera sufficiente in quanto se su di essa viene a depositarsi trizio, si ha contaminazione transcutanea con una rilevanza molto importante.

 

Le falsità delle istituzioni lucane

 

Una grande bugia che è stata propinata ai lucani da Panarella e dalle istituzioni regionali che hanno approvato il progetto promettendo finanziamenti e mettendo a disposizione del fisico un’area su cui costruire la centrale nucleare, è quella secondo cui la fusione non provochi scorie. Al contrario con la fusione termonucleare la scoria è prodotta dallo stesso reattore; l’unica differenza che esiste con le scorie dei reattori attuali è che, mentre queste durano migliaia di anni, quelle da fusione hanno una vita media di centinaia di anni. Come se non bastasse, un’ulteriore falsità è stata detta sul progetto di Panarella, non corrisponde infatti alla realtà quanto detto dalle istituzioni regionali, secondo cui reattori a fusione nucleare impedirebbero l’uso a fini militari del nucleare. Ciò è falso poiché il trizio è fondamentale per la bomba ad idrogeno e gli impianti a fusione termonucleare sono in gran parte coperti da segreto militare. Infatti uno degli scopi principali di questo progetto non è la produzione di energia per fini civili, ma la simulazione di micro-esplosioni di bombe ad idrogeno per poi perfezionarle. Quello che sperimenterebbe lo “scienziato pazzo” Panarella in Basilicata sarebbe, concludendo, una continua micro-esplosione di deuterio-trizio, cioè il principio della bomba H. Ma le lacune tecniche di questo progetto non finiscono qui: infatti il cosiddetto plasma focus, cioè lo strumento attraverso il quale Panarella ha dichiarato di poter raggiungere la fusione, è una tecnica che è stata abbandonata già dagli anni ‘70.

 

Gli interessi dietro il progetto nucleare

 

Quello che dirò tra poco dimostrerà il clientelismo e la falsa apoliticità dei personaggi che lavorano a questo progetto. Infatti il professore nativo di Ferrandina ha nominato come suoi collaboratori dei personaggi quantomeno discutibili, tra i quali figurano: Michel De Peretti, che è un ingegnere della Ecole Poitechnique Femminile, una scuola privata che si occupa prevalentemente di stages di studenti. La società diretta da De Peretti menziona, e qui si manifesta il clientelismo, una società di Panarella (ALFT). L’altro “tecnico” è una figura dalla storia politica e professionale quantomeno inquietante, infatti Vincent Page (è questo il nome del secondo tecnico) non è né un fisico né un ingegnere, ma è un esponente politico di un partito della destra americana, il Partito della Costituzione, del quale è Direttore della Comunicazione per lo Stato del Texas. E’, inoltre, Deputato Distrettuale dei Cavalieri di Colombo, una potente organizzazione religiosa americana. I capisaldi del Partito della Costituzione dovrebbero far rabbrividire qualunque giunta, specie se al suo interno, come in Basilicata, figurano delle componenti che si dichiarano di “sinistra”: no alle tasse, no ai fondi a favore della lotta all’Aids, no al controllo sulle armi da fuoco, no al Welfare State, no all’aborto, no alla contraccezione, sì all’unificazione dello Stato con la Chiesa in una sorta di ricostituzione dello Stato teocratico. Vincent Page ha inoltre dichiarato, e questo pregiudica completamente la sua già labile credibilità, di occuparsi, a tempo perso, del reattore che sarà costruito per il 2009.

 

L’ipocrisia del centrosinistra e la nostra posizione

 

In conclusione ritengo sia giusto affermare che la nostra posizione nettamente antinuclearista venga maggiormente giustificata da queste notizie, ed è per questo motivo che, in Basilicata soprattutto, c’è bisogno di un impegno forte e deciso contro il nucleare, da considerarsi nient’altro che un’appendice dell’infame sistema capitalistico, ed un modo attraverso il quale lo Stato borghese esaudisce le richieste delle lobbies dell’atomo, troppo importanti e funzionali per il mantenimento in vita del predetto infame sistema. Ma come viene affrontato il problema del nucleare dalle forze politiche lucane? Per quel che riguarda il centrodestra, questo non percorre le stesse linee programmatiche dei propri vertici; ad esempio, Forza Italia per spirito di opposizione si fa portavoce di presunte istanze antinucleariste soltanto nella prospettiva di mettere in cattiva luce l’operato della giunta regionale di centrosinistra per poi raccattare qualche voto in più; questo atteggiamento non può essere credibile poichè non riteniamo degno della fiducia di chi abbia la capacità di rielaborare criticamente ciò che succede chi fa parte della coalizione del piduista Berlusconi che sul nucleare ha sempre avuto una posizione apertamente favorevole. Per quel che riguarda il centrosinistra, le linee programmatiche delle personalità politiche lucane sono molto simili a quelle nazionali, è infatti imperante un’ipocrisia irritante; un esempio su tutti è quello dell’attuale sottosegretario allo sviluppo economico (ed ex presidente regionale nel periodo in cui venne siglato l’accordo tra Panarella e la Regione Basilicata) Bubbico, il quale ha dichiarato proprio al convegno antinucleare di Nova Siri la sua netta posizione contro il nucleare, spiegando che il progetto di Panarella è stato posto all’attenzione delle istituzioni regionali solamente per “educazione” e non per una reale condivisione del progetto. Ora le questioni sono due: o l’ex presidente regionale ha detto questo solo per difendersi dalle critiche, oppure non ha ben chiaro il significato della parola educazione. Per far capire meglio la questione proporrò un esempio molto efficace: se infatti chicchessia offrisse al popolo che io rappresento del pane avvelenato oppure del lavoro che successivamente potrebbe essere la causa di un cancro o di una leucemia io, per rispetto e dedizione nei confronti del mio popolo rimanderei subito al mittente l’offerta senza badare ad una presunta educazione che sa tanto di tacita condivisione del progetto.

L’unico modo per uscire dalla barbarie del nucleare è quello di attuare iniziative che esplichino in maniera precisa cosa vuol dire dal punto di vista della salute pubblica e dell’ambiente la riabilitazione del nucleare, mettendo in evidenza la falsa neutralità dal punto di vista politico della scienza e l’impossibilità di conciliare i diritti basilari della gente, come quello alla vita, con quelli delle aziende multinazionali e delle lobbies dell’atomo. 

 

 

 


 

 

 

Chi ha vinto le elezioni a Roma

…e chi beneficerà delle politiche veltroniane per altri cinque anni

 

di Leonardo Spinedi

 

Le scorse elezioni comunale del 28 e 29 maggio si sono concluse con una netta riconferma del sindaco di Roma Veltroni sia pur nel quadro di una scarsa partecipazione al voto da parte da parte degli elettori. Per il centrosinistra è stata l’occasione per liberare fiumi di retorica circa il “modello romano” quale laboratorio politico progressista da esportare e rendere patrimonio politico del governo nazionale.

Si tratta in effetti di una teoria che ha un suo fondamento, sia pur lontano dai termini ingannevoli e propagandistici in cui la questione viene posta dalla nomenklatura governativa: Roma è in effetti il terreno politico principale su cui si gioca la partita della costruzione del partito democratico (e dunque di una rappresentanza unitaria ed organica a tutti gli effetti della grande borghesia ) di cui Veltroni è uno dei principali fautori; e soprattutto, la politica veltroniana ha portato a compimento con successo e senza intoppi l’operazione politica che è alla base dell’esperienza del governo Prodi: l’assorbimento della fetta più ampia possibile di sinistra sociale e politica nel governo e nelle sue politiche antipopolari, nel tentativo (fin’ora riuscito) di prendere – come si suol dire – due piccioni con una fava: assicursi cioè da un lato, lo smantellamento di qualunque opposizione politica in grado di canalizzare il dissenso sociale, e dall’altro garantirsi un efficientissima squadra di “pompieri” pronti a gettare acqua sul fuoco del malcontento e delle proteste popolari promettendo “trasparenza”, “partecipazione” ed altre amenità del genere.

In questo quadro va letto il risultato assai deludente del Prc (al quarto municipio dopo la nostra scissione, perde anche un consigliere) e quello praticamente ridicolo della lista Arcobaleno, aggregazione elettorale alleata di Veltroni e promossa da Action e alcuni centri sociali romani che si è fermata allo 0,6% (poco più di Iniziativa Comunista); è l’ennesima conferma che la subordinazione ai liberali ed ai poteri forti rappresenta un fattore di stallo e di passivizzazione e non di crescita del consenso a sinistra.

 

Chi vince e chi perde

 

La rappresentatività dei poteri forti romani da parte della giunta riconfermata è stata tanto più evidente nel periodo di campagna elettorale, in cui si è palesata l’enorme disparità delle forze in campo: palazzinari, immobiliaristi, grandi proprietari e costruttori si sono disinteressati della proposta del centrodestra perché totalmente soddisfatti dell’operato di Veltroni e decisi ad investire (nel senso letterale) sul suo secondo mandato. Ne hanno tutte le ragioni, ce ne possiamo facilmente render conto dando un’occhiata al Piano Regolatore appena approvato: 70 miioni di nuovi metri cubi di cemento, dislocati principalmente in periferia, legalizzando edificazioni selvagge a scapito del verde pubblico. E’ il caso della zona della Borghesiana, dove in barba al decreto ministeriale che obbliga i comuni a garantire un minimo di 9 mq di verde per abitante, attorno via di Rocca Cencia si decide di edificare un nuovo quartiere di oltre 2000 persone ed un enorme polo industriale-artigianale, senza contare l'altro mostro previsto nelle immediate vicinanze, il deposito Graniti della ferrovia - completamente progettato in superficie - il tutto nell’unica area verde della zona; o ancora come nel caso del parco di Tor Marancia, di fatto ceduto ai palazzinari per buttarci sopra 10 milioni di metri cubi di cemento, o ancora come lo scempio del Programma di Recupero Urbano al IV municipio, che annulla il verde pubblico per lasciar spazio alla costruzione di centri sportivi privati, abitazioni di lusso e centri commerciali (è appena terminata la costruzione di Ikea nella zone di Vigne Nuove).

E’ abbastanza chiaro, persino da questi pochissimi dati, chi esce davvero sconfitto dalle ultime elezioni: gli abitanti delle periferie più degradate e in generale i lavoratori e i settori sociali subalterni della città, che pagano a caro prezzo della mancanza di una forte opposizione di massa a queste politiche.

 

Lavoro e questione sociale

 

Anche dal punto di vista delle politiche sociali si può ben affermare che il “modello romano” sia tenuto in grossa considerazione da Prodi e dal suo esecutivo.

Roma è la capitale della precarietà, il cui livello è superiore di dieci volte alla media nazionale; è la città di Atesia, delle grandi agenzie di lavoro interinale, è la città che pur contando un numero enorme di contratti ultraprecari e di misure di iperflessibilità  (collaborazione a progetto, apprendistato, obbligo di apertura di partita iva) mantiene un livello di disoccupazione in linea con l’elevata media nazionale, ed un numero di morti sul lavoro tra i più alti del paese. A questo aggiungiamo la vergognosa questione delle cooperative sociali, che sulla pelle delle persone bisognose di assistenza vengono in realtà utilizzate come copertura per creare rapporti di lavoro di ipersfruttamento su cui si reggono i loro bilanci (si veda anche il caso del fallimento della cooperativa Arca di Noè, che per cercare di evitare il fallimento ha gentilmente chiesto ai propri lavoratori un versamento di 10.800 euro ciascuno, pena il licenziamento).

Una situazione perfettamente in linea con la ricetta propinata dal governo nazionale: abbassamento del costo del lavoro e conseguente peggioramento delle condizioni di vita (?) dei lavoratori, in nome del profitto di imprese e aziende; c’è la crisi economica, e a pagarla devono essere i lavoratori. Ecco la scuola di pensiero Prodi-Veltroni.

 

Unificare le lotte, costruire l’opposizione

 

Tuttavia, in questi anni non sono certo mancate le lotte, dai precari ai disoccupati, dagli ambientalisti ai centri sociali, Roma può davvero diventare un laboratorio di costruzione di un’opposizione politica e sociale ai governi dei padroni; a partire dall’unificazione nella lotta delle innumerevoli vertenze lavorative (Alitalia, Atesia, Peroni ecc…), nella diffusione della consapevolezza che solo l’unità e l’indipendenza politica dei lavoratori dalla borghesia può strappare risultati, sia pur parziali.

E’ un impegno che prendiamo come Pc-Rol, nella consapevolezza dei nostri limiti ma anche delle nostre potenzialità, che svilupperemo nel vivo delle lotte che, siamo certi, non mancheranno e contribuiremo a costruire.

Cose dell’altro mondo

 

a cura di Valerio Torre

 

La presa di Mogadiscio

Il 5 giugno, dopo quattro mesi di aspri combattimenti, le milizie agli ordini dell’Unione delle Corti islamiche hanno espugnato Mogadiscio, la capitale della Somalia, ricacciando i “signori della guerra”, e cioè l’Alleanza per la restaurazione della pace e contro il terrorismo - organizzazione lautamente finanziata dagli Usa nell’ambito delle politiche di “guerra al terrorismo” in salsa nordamericana - nella città di Johwar, un centinaio di chilometri più a nord. Tuttavia, dopo soli nove giorni, anche quest’ultima roccaforte è stata conquistata ed ora le milizie islamiche, dopo aver preso anche la città di Baladwyne, vicina al confine con l’Etiopia, controllano il territorio somalo pressoché interamente, ad eccezione di Baidoa sede dell’ennesimo governo federale di transizione, il quattordicesimo dalla caduta, nel 1991, di Siad Barre.

Gli Stati Uniti si trovano adesso di fronte all’alternativa di riconoscere comunque un soggetto che ha acquisito autorevolezza politica e sociale ed avviare quindi una trattativa per porre fine ad una lunga epoca di violenze, oppure continuare a combatterlo lasciando il paese abbandonato a se stesso e privo di un governo.

In realtà, a partire dall’11 settembre 2001, gli Usa hanno sempre considerato la Somalia come una possibile base per Al Qaeda e per questo hanno adottato severe misure antiterrorismo concepite nella centrale installata nella vicina Gibuti e gestita dai militari. Eppure, questi timori sono apparsi infondati, dal momento che non vi sono elementi certi per considerare il territorio somalo come un covo di terroristi.

L’amministrazione americana, prigioniera com’è della sua ossessiva ed ideologica politica antiterrorismo, ha visto nel movimento islamista il nemico da combattere: e lo ha fatto mettendo su e foraggiando un’alleanza fra i signori della guerra, che però sono stati sconfitti dalle corti islamiche non solo sul piano militare, ma addirittura politico. Quello islamico, infatti, è l’unico movimento politico somalo ad avere un chiaro progetto per la ricostruzione del paese e ad aver acquisito legittimità e consenso popolare fornendo servizi sociali efficienti ed affidabili, nonché un minimo di sicurezza e giustizia alla popolazione. Ed il riscontro di questo insediamento sociale lo si è avuto quando le milizie islamiche sono state salutate dalla folla festante al loro ingresso a Johwar: un clima che è stato coronato dall’accordo che le Corti hanno concluso con i clan della città.

E mentre questa nuova situazione tiene gli Usa con il fiato sospeso, quel che resta del parlamento somalo ha chiesto alla comunità internazionale l’invio di una forza d’interposizione che però i nuovi padroni di Mogadiscio hanno già fermamente respinto. Intanto, imponenti manifestazioni antiamericane attraversano questa città con slogan tanto espliciti quanto significativi del clima in cui la popolazione è stata gettata per anni: “Bush criminale di guerra ed assassino!” e “Andate all'inferno voi e la vostra democrazia!”.

È evidente che il movimento islamico, col crescente sostegno della popolazione, tende a ritagliarsi uno spazio politico sempre maggiore nello scenario somalo.

 

La morte di Al Zarqawi

Il 7 giugno scorso, nel corso di un raid aereo statunitense, Abu Mussab al Zarqawi, il giordano considerato il capo di al Qaeda in Irak, è stato ucciso insieme a sette dei suoi uomini. La sua morte viene naturalmente sbandierata come un successo significativo nella lotta al terrorismo da parte dei governi statunitense e britannico. Ma la sua rapida sostituzione ai vertici dell’organizzazione qaedista con Abu Hamza al Muhajer fa comprendere che quest’ultima è ben lungi dall’essere vinta o indebolita. D’altronde, da tempo si rincorrevano le voci circa una sorta di sua “decadenza” dalla guida della guerriglia irakena a causa di quelli che venivano definiti errori politici: al Zarqawi era stato messo in discussione per la sua concezione dell’insurrezione jihadista, che doveva avere fra i suoi obiettivi anche la popolazione sciita rea di appoggiare l’invasione occidentale. Negli ultimi tempi, personaggi di primo piano di al Qaeda hanno sempre più apertamente definito le stragi di sciiti come “propaganda negativa” alla resistenza.

In questo senso può essere definito casuale il ritrovamento di filmati che mostrano un al Zarqawi impacciato nell’uso di un’arma da fuoco che gli si inceppa tra le mani senza riuscire a sbloccarla tanto da dover fare ricorso ad un miliziano? È casuale che i volantini che inneggiavano al “martirio” del leader venivano distribuiti fra la popolazione solo 24 ore dopo l’uccisione, quando è noto che la situazione irakena non consente una così rapida diffusione di materiale di propaganda? È casuale che il primo video in cui si cantano le sue lodi è stato girato in epoca in cui era vivo e vegeto e che sulla sua testa pendesse una taglia di 25 milioni di dollari?

Girano voci sempre più ricorrenti che la “soffiata” necessaria ad individuarlo sia stata fornita agli americani dai servizi segreti giordani, che però l’avrebbero ricevuta in Iraq da non meglio specificate “fonti”. Certo è che al Zarqawi potrebbe tornare utile più da morto che da vivo all’organizzazione cui apparteneva.

 

Cile: la rivolta dei “pinguini”

Per oltre un mese gli studenti delle scuole secondarie cilene, denominati “pinguini” a causa delle loro uniformi scolastiche, hanno portato vittoriosamente avanti una lotta contro il governo Bachelet: nella sola Santiago 600.000 studenti - appoggiati dai loro professori - hanno paralizzato per giorni l’intero sistema scolastico nazionale rivendicando la gratuità dei trasporti scolastici, la gratuità dei test d’ingresso all’università, la ridefinizione della Giornata scolastica completa (Jec), la revoca della Loce (Ley Orgánica Constitucional Educativa, la legge con cui la dittatura Pinochet impose in ambito scolastico il modello economico introdotto nel paese: cioè la privatizzazione della scuola).

Dopo imponenti manifestazioni che hanno attraversato le strade del Cile, il governo ha dovuto avanzare delle proposte, accogliendo in parte le richieste degli studenti in lotta sui primi due punti; mentre le differenze permangono in ordine agli altri due. In ogni caso, nonostante la trattativa in corso, le organizzazioni giovanili in lotta mostrano di non riporre alcuna fiducia nel governo “progressista” di Bachelet. Insomma, la rivolta dei pinguini continua!

La Otra Campaña di Marcos

 

di Enrica Franco

 

A luglio si voterà in Messico per designare il nuovo Presidente: il candidato al momento più accreditato pare il seguace dell’attuale presidente Fox, Calderon, anche se potrebbero ottenere un buon risultato anche i candidati del Pri (il partito conservatore che prima della vittoria del partito di Fox, il Pan, governava da ben 71 anni) e del partito socialdemocratico Prd.

L’Ezln non appoggia alcun candidato ufficiale e da mesi porta avanti una massiccia campagna per l’astensionismo, denominata “l’Altra Campagna”, in cui il subcomandante si è autoproclamato “Candidato Zero”.

 

Organizzazione dell’Altra Campagna

 

Nel gennaio di quest’anno gli zapatisti hanno avviato la loro campagna sottoscrivendo la “Sesta Dichiarazione”, un documento in cui spiegano il loro progetto politico e invitano tutti i gruppi della sinistra extra-parlamentari ad unirsi a loro.

In sintesi nella Dichiarazione ribadiscono la ferma volontà ad abbandonare la lotta armata, spiegano la nuova ricerca della via pacifica per modificare il sistema capitalista senza prendere il potere e lanciano la richiesta di una modifica della Costituzione messicana a favore dei più deboli.

Il loro progetto per le attuali elezioni presidenziali è di organizzare una carovana che percorra tutto il Paese e che incontri la popolazione. Gli incontri serviranno a conoscere i problemi della gente e, soprattutto, ad ingrossare le file della carovana e dei seguaci di Marcos.

 

La poco democratica ricerca di consenso

 

L’Altra Campagna è subito partita abbastanza bene, aggregando vari gruppi e cani sciolti: dalle organizzazioni umanitarie agli anarchici, dai trotskisti agli stalinisti, tutti si sono uniti di fatto sotto la bandiera dell’Ezln. Le varie assemblee finora sono state sempre presiedute da zapatisti, nei manifesti pubblicitari c’è unicamente l’immagine del subcomandante e ogni incontro si conclude sempre con l’intervento di Marcos!

Questa modalità d’aggregazione è ben poco democratica, di fatto è stato chiesto ai vari gruppi messicani di unirsi all’Ezln, che organizza le riunioni per dare la possibilità al loro leader di rispondere ai vari sfoghi dei partecipanti, senza però lanciare alcuna proposta concreta, se non quella di unirsi all’Altra Campagna.

 

La risposta del governo da anni è sempre la stessa: repressione

 

Dopo l’accordo di cessate il fuoco sottoscritto non troppo tempo fa tra Esercito Zapatista e governo diversi villaggi del Chiapas furono brutalmente attaccati dalle forze dell’ordine, nonostante questo Marcos dichiarò che l’Ezln avrebbe proseguito la tregua unilateralmente.

Ora, in piena campagna elettorale, il villaggio di Atenco è stato attaccato in seguito ad una sommossa popolare: le case sono state perquisite, i giovani picchiati e le donne violentate. La visita di Marcos non si è fatta attendere, dopo tanta cieca violenza da parte del governo il Delegato Zero ha pensato bene di predicare anche lì la calma e la non violenza.

Gli abitanti del villaggio avevano invece fieramente affrontato la polizia armati di machete in seguito allo sgombero forzato di un gruppo di contadini dal mercato di un villaggio vicino. Dopo questa rivolta tutto il Messico si è sollevato con enormi manifestazioni popolari e puntualmente l’Ezln ha cercato di calmare gli animi approfittando dell’occasione anche per aumentare considerevolmente le file degli aderenti all’Altra Campagna.

 

L’effetto disinnescante dell’Altra Campagna

 

Il Messico, come altri Paesi dell’America Latina, è una polveriera pronta ad esplodere. Il presidente Fox ha totalmente deluso le aspettative popolari rivelandosi uguale ai suoi predecessori conservatori e le rivolte popolari si susseguono senza tregua e in maniera ben poco pacifica. I partiti della sinistra parlamentare che governano a livello locale si rivelano anche più repressivi di quelli governativi, l’intervento della polizia ad Atenco è stato infatti richieso proprio da un esponente locale del Prd.

In tutta questa situazione Marcos e l’Ezln riscontrano un grande successo in quanto rappresentano la più importante direzione politica alternativa, la loro responsabilità sulle prospettive del popolo messicano è dunque pesantissima. Dopo aver firmato il cessate il fuoco in Chiapas e aver esposto quei villaggi ad una repressione brutale, Marcos ha deciso di spostare il suo interesse sull’intero territorio nazionale. La politica pacifista e arrendevole degli zapatisti rischia di creare seri danni al Paese e di gettare la popolazione nello sconforto. La repressione della polizia è cieca e brutale e alimentare l’illusione che le manifestazioni pacifiche, con relative richieste di modifiche della Costituzione, possano realmente modificare il sistema è criminale.

 

L’altra prospettiva: il potere popolare

 

Spontaneamente il popolo messicano spesso si difende in armi di fronte alla dura repressione della polizia. Quello che manca è una direzione, una prospettiva, un partito che indichi la possibilità della liberazione dal capitalismo attraverso l’autogoverno del popolo.

I giovani messicani che fieramente combattono contro la polizia pongono tutte le loro speranze nel subcomandante Marcos, che vorrebbero somigliasse di più al grande Che Guevara. Marcos però non perde occasione per ribadire la sua netta lontananza dal Che: lui non vuole fare alcuna rivoluzione, non vuole prendere il potere e non vuole più utilizzare alcun metodo violento.

Nonostante il forte seguito che il subcomandante riscontra in tutto il mondo, sulla scia soprattutto della sua vecchia immagine armata di fucile, noi speriamo che venga presto sostituito da una direzione coerentemente marxista, che non predichi l’arrendevolezza ma la fierezza del popolo in armi pronto a prendere in mano il proprio destino.

Pc Rol è impegnato in un confronto con altre organizzazioni trotskiste per la rifondaziona dell’Internazionale: in particolare con la Lit-Ci (Lega Internazionale dei Lavoratori-Quarta Internazionale) e con la Ft-Ci (Frazione Trotskista-Quarta Internazionale). In questo quadro pubblichiamo un articolo di un dirigente della sezione argentina della Ft-Ci (Pts).

 

Argentina: a tre anni di governo Kirchner

 

di Christian Castello*

 

La situazione argentina si presenta apparentemente molto lontana dei tempi del “que se vayan todos” delle giornate del 19 e 20 dicembre del 2001. Benché ora minacciata dalle turbolenze che attraversano l’economia mondiale, l’economia argentina si trova oggi nel suo quarto anno consecutivo di crescita a livelli vicini al 9% annuale ed il governo di Kirchner ha completato il suo terzo anno di governo sull’onda di alti livelli di popolarità nei sondaggi. Ma benché Kirchner mantenga una retorica critica rispetto alle “politiche neoliberali degli anni ’90”, lo schema economico vigente ne perpetua le linee essenziali. Dopo la svalutazione del peso (che ha portato la parità di cambio a tre pesos per dollaro), i salari hanno subito una brusca caduta dalla quale non si sono ripresi: si calcola che il “costo del lavoro” stia al 30% sotto i livelli di dicembre di 2001[1]. La disoccupazione si mantiene a livelli vicini al 14%, mentre i lavoratori “in nero” rappresentano il 40% del totale. La caduta del salario, insieme al ribasso dei costi interni dovuti alla svalutazione ed all’aumento dei prezzi delle materie prime che l’Argentina esporta sul mercato internazionale (come la soia), è quello che sta dietro i “superprofitti” capitalisti che si sono registrati in questi anni. Secondo un giornale locale: “il 2005 ha procurato forti guadagni alla maggioranza delle società senza distinzione di settori”[2]. Ed il debito esterno, nonostante la rinegoziazione coi creditori privati e la cancellazione in contanti del debito mantenuto col Fmi (10 miliardi di $), si mantiene su livelli molto alti (all’incirca 140 miliardi di $).

Tuttavia, la ricomposizione del regime politico è debole. Il governo, che è ricorso simultaneamente alla cooptazione di parte importante degli organismi per i diritti umani e dei movimenti dei piqueteros (i cui membri sono oggi funzionari governativi), per governare è costretto ad appoggiarsi sempre di più sullo screditato apparato di governatori ed intendenti del Partido Justicialista e della sua fedele burocrazia sindacale. Da parte sua, l’opposizione borghese, che è molto indebolita, sta tentando di insediare come candidato presidente Roberto Lavagna, l’ex Ministro dell’Economia dei governi Duhalde e dello stesso Kirchner.

 

Il movimento operaio e la sinistra

 

Per superare la crisi aperta nel 2001, la classe dominante ha fatto affidamento sull’handicap che ha significato il mancato intervento di settori fondamentali della classe lavoratrice, con l’eccezione del movimento di occupazione delle fabbriche, il cui emblema era rappresentato dalla ceramica Zanon e dalla tessile Brukman. La maggioranza delle correnti di sinistra ha sottovalutato questo fattore ed ha scommesso tutto sulla costruzione di movimenti di disoccupati sotto forma di sostenitori “collaterali”, organizzati a partire dall’amministrazione di piani e di aiuti statali, opponendosi a mettere in piedi un movimento unico delle organizzazioni combattive dei disoccupati con libertà di tendenze al suo interno ed a costruire un programma che mettendo nel centro la lotta per il “lavoro per tutti” permettesse l’unità tra occupati e disoccupati. Intanto, dal Pts, mentre svolgevamo un ruolo molto famoso nel movimento delle fabbriche occupate, abbiamo avanzato una scommessa strategica per la classe operaia. Oggi la classe operaia ha ricomposto le sue file sotto l’egida del recupero economico, con la creazione di 3 milioni di nuovi posti di lavoro, dei quali molti nell’industria, benché in molti casi si tratti di lavori mal pagati e precari. In quanto agli scioperi, nel 2005 ci sono stati 819 conflitti, una media mensile di 99 prove di forza, mentre in tutto il 2004 ci furono solo 249 casi. È stata la cifra più alta dal 1990. Quest’anno, tuttavia, il governo è riuscito ad evitare un’ondata di conflitti generalizzati rinnovando i salari negli accordi collettivi di lavoro, grazie alla collaborazione dei dirigenti della Cgt che hanno accettato il “tetto” salariale del 19%. A dispetto di questo si sono succedute un’importante quantità di lotte contro le “terziarizzazioni” ed altre forme di precarizzazione del lavoro, come parte di una tendenza internazionale a mettere in discussione queste forme di supersfruttamento operaio. Esiste inoltre un processo di organizzazione operaia in diverse fabbriche che non avevano in precedenza una rappresentazione sindacale, come l’elezione di delegati in opposizione alle direzioni burocratiche in distinte corporazioni. La maggiore debolezza dei settori combattivi è la sua assenza di coordinamento. Le diverse correnti che influenzano i settori antiburocratici si sono rifiutate di promuovere un Incontro Nazionale dei Lavoratori che permetta di circondare di solidarietà ogni lotta e sviluppare un polo alternativo ai burocrati sindacali dalla Cgt e della Cta, nonostante i reiterati appelli fatti in questo senso dagli operai della Zanon, che è al quarto anno di una gestione operaia di successo.

Nella sinistra esiste oggi un forte dibattito a fronte della politica di settori come il Movimento Socialista dei Lavoratori “Alternativa Socialista”[3] di promuovere la formazione di un fronte fino ad un partito comune con ex funzionari e deputati del Pj durante il governo di Menem, come Mario Cafiero, che è stato portato come candidato a senatore alle ultime elezioni legislative. Una politica che è espressione locale della tendenza a formare “partiti ampi senza delimitazione strategica tra riformisti e rivoluzionari”, tendenza che è promossa da distinte correnti opportuniste a livello mondiale. Il Po, da parte sua, dopo avere puntato tutte le sue forze sullo sviluppo di un supposto “soggetto piquetero”, si trova senza rotta strategica. Contro ogni variante di collaborazione di classe, dal Pts, con la rotta strategica di mettere in piede un partito rivoluzionario della classe lavoratrice, stiamo esponendo alle diverse correnti di sinistra l’urgenza di formare un Fronte Classista e della Sinistra Socialista, per appoggiare e coordinare le lotte; per contrastare le persecuzioni del governo, dei burocrati e dei tiratori contro i lottatori e la sinistra; e per costruire una chiara alternativa di indipendenza politica dei lavoratori davanti al governo di Kirchner, il Pj e tutte le varianti padronali. È questo, crediamo, il miglior modo di prepararci per le future crisi e di guadagnare i lavoratori ad una prospettiva classista e rivoluzionaria quando essi giungeranno all’apice della loro esperienza col governo Kirchner.

 

* Dirigente nazionale del Pts - Partido de los Trabajadores Socialistas



[1] Clarín, 20/6/2006.

[2] Página/12, 2/4/2006.

[3] Il Mst si trova diviso in due frazioni, “Alternativa Socialista” e “Il Socialista”, che costituiscono nei fatti due partiti separati che mantengono in comune solo il nome dell'organizzazione.

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