Partito di Alternativa Comunista

Cose dell'altro mondo

Cose dell’altro mondo

 

a cura di Valerio Torre

 

La presa di Mogadiscio

Il 5 giugno, dopo quattro mesi di aspri combattimenti, le milizie agli ordini dell’Unione delle Corti islamiche hanno espugnato Mogadiscio, la capitale della Somalia, ricacciando i “signori della guerra”, e cioè l’Alleanza per la restaurazione della pace e contro il terrorismo - organizzazione lautamente finanziata dagli Usa nell’ambito delle politiche di “guerra al terrorismo” in salsa nordamericana - nella città di Johwar, un centinaio di chilometri più a nord. Tuttavia, dopo soli nove giorni, anche quest’ultima roccaforte è stata conquistata ed ora le milizie islamiche, dopo aver preso anche la città di Baladwyne, vicina al confine con l’Etiopia, controllano il territorio somalo pressoché interamente, ad eccezione di Baidoa sede dell’ennesimo governo federale di transizione, il quattordicesimo dalla caduta, nel 1991, di Siad Barre.

Gli Stati Uniti si trovano adesso di fronte all’alternativa di riconoscere comunque un soggetto che ha acquisito autorevolezza politica e sociale ed avviare quindi una trattativa per porre fine ad una lunga epoca di violenze, oppure continuare a combatterlo lasciando il paese abbandonato a se stesso e privo di un governo.

In realtà, a partire dall’11 settembre 2001, gli Usa hanno sempre considerato la Somalia come una possibile base per Al Qaeda e per questo hanno adottato severe misure antiterrorismo concepite nella centrale installata nella vicina Gibuti e gestita dai militari. Eppure, questi timori sono apparsi infondati, dal momento che non vi sono elementi certi per considerare il territorio somalo come un covo di terroristi.

L’amministrazione americana, prigioniera com’è della sua ossessiva ed ideologica politica antiterrorismo, ha visto nel movimento islamista il nemico da combattere: e lo ha fatto mettendo su e foraggiando un’alleanza fra i signori della guerra, che però sono stati sconfitti dalle corti islamiche non solo sul piano militare, ma addirittura politico. Quello islamico, infatti, è l’unico movimento politico somalo ad avere un chiaro progetto per la ricostruzione del paese e ad aver acquisito legittimità e consenso popolare fornendo servizi sociali efficienti ed affidabili, nonché un minimo di sicurezza e giustizia alla popolazione. Ed il riscontro di questo insediamento sociale lo si è avuto quando le milizie islamiche sono state salutate dalla folla festante al loro ingresso a Johwar: un clima che è stato coronato dall’accordo che le Corti hanno concluso con i clan della città.

E mentre questa nuova situazione tiene gli Usa con il fiato sospeso, quel che resta del parlamento somalo ha chiesto alla comunità internazionale l’invio di una forza d’interposizione che però i nuovi padroni di Mogadiscio hanno già fermamente respinto. Intanto, imponenti manifestazioni antiamericane attraversano questa città con slogan tanto espliciti quanto significativi del clima in cui la popolazione è stata gettata per anni: “Bush criminale di guerra ed assassino!” e “Andate all'inferno voi e la vostra democrazia!”.

È evidente che il movimento islamico, col crescente sostegno della popolazione, tende a ritagliarsi uno spazio politico sempre maggiore nello scenario somalo.

 

La morte di Al Zarqawi

Il 7 giugno scorso, nel corso di un raid aereo statunitense, Abu Mussab al Zarqawi, il giordano considerato il capo di al Qaeda in Irak, è stato ucciso insieme a sette dei suoi uomini. La sua morte viene naturalmente sbandierata come un successo significativo nella lotta al terrorismo da parte dei governi statunitense e britannico. Ma la sua rapida sostituzione ai vertici dell’organizzazione qaedista con Abu Hamza al Muhajer fa comprendere che quest’ultima è ben lungi dall’essere vinta o indebolita. D’altronde, da tempo si rincorrevano le voci circa una sorta di sua “decadenza” dalla guida della guerriglia irakena a causa di quelli che venivano definiti errori politici: al Zarqawi era stato messo in discussione per la sua concezione dell’insurrezione jihadista, che doveva avere fra i suoi obiettivi anche la popolazione sciita rea di appoggiare l’invasione occidentale. Negli ultimi tempi, personaggi di primo piano di al Qaeda hanno sempre più apertamente definito le stragi di sciiti come “propaganda negativa” alla resistenza.

In questo senso può essere definito casuale il ritrovamento di filmati che mostrano un al Zarqawi impacciato nell’uso di un’arma da fuoco che gli si inceppa tra le mani senza riuscire a sbloccarla tanto da dover fare ricorso ad un miliziano? È casuale che i volantini che inneggiavano al “martirio” del leader venivano distribuiti fra la popolazione solo 24 ore dopo l’uccisione, quando è noto che la situazione irakena non consente una così rapida diffusione di materiale di propaganda? È casuale che il primo video in cui si cantano le sue lodi è stato girato in epoca in cui era vivo e vegeto e che sulla sua testa pendesse una taglia di 25 milioni di dollari?

Girano voci sempre più ricorrenti che la “soffiata” necessaria ad individuarlo sia stata fornita agli americani dai servizi segreti giordani, che però l’avrebbero ricevuta in Iraq da non meglio specificate “fonti”. Certo è che al Zarqawi potrebbe tornare utile più da morto che da vivo all’organizzazione cui apparteneva.

 

Cile: la rivolta dei “pinguini”

Per oltre un mese gli studenti delle scuole secondarie cilene, denominati “pinguini” a causa delle loro uniformi scolastiche, hanno portato vittoriosamente avanti una lotta contro il governo Bachelet: nella sola Santiago 600.000 studenti - appoggiati dai loro professori - hanno paralizzato per giorni l’intero sistema scolastico nazionale rivendicando la gratuità dei trasporti scolastici, la gratuità dei test d’ingresso all’università, la ridefinizione della Giornata scolastica completa (Jec), la revoca della Loce (Ley Orgánica Constitucional Educativa, la legge con cui la dittatura Pinochet impose in ambito scolastico il modello economico introdotto nel paese: cioè la privatizzazione della scuola).

Dopo imponenti manifestazioni che hanno attraversato le strade del Cile, il governo ha dovuto avanzare delle proposte, accogliendo in parte le richieste degli studenti in lotta sui primi due punti; mentre le differenze permangono in ordine agli altri due. In ogni caso, nonostante la trattativa in corso, le organizzazioni giovanili in lotta mostrano di non riporre alcuna fiducia nel governo “progressista” di Bachelet. Insomma, la rivolta dei pinguini continua!

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