Partito di Alternativa Comunista

Rifondazione alla battaglia degli aggettivi

 

di Francesco Ricci

 

L'aggettivo è quella parte del discorso che unita a un sostantivo lo qualifica o lo determina. Ma ciò vale nel campo grammaticale non in quello della politica. In politica gli aggettivi non qualificano né determinano la realtà e servono al più a far passare un imbroglione per un comunista.

 

Da sempre la socialdemocrazia si è connotata per i suoi zig-zag: un po' con i lavoratori, un po' con i padroni. Per essere funzionale al suo ruolo - praticare la collaborazione di classe, cioè convincere i lavoratori a sostenere le politiche dei loro avversari mortali - ha sempre avuto la necessità di cavalcare periodicamente le lotte rivendicative e i movimenti: per riuscire a fungere da cerniera tra esigenze di classe divaricate. Ma la socialdemocrazia che abbiamo conosciuto in altre epoche era una vera socialdemocrazia: aveva cioè la possibilità di accontentare i lavoratori con le briciole cadute dalla tavola del capitalismo. E' quanto succedeva negli anni Trenta o Quaranta, quando poteva contare sul controllo di movimenti di massa che tendevano al rovesciamento del capitalismo: e dunque poteva ricevere - in cambio del controllo controrivoluzionario delle masse - qualche concessione dalla borghesia. E' quanto succedeva negli anni del cosiddetto "boom" economico: quando la borghesia poteva soddisfare rivendicazioni minori per garantire uno sviluppo dei suoi profitti in una situazione di "pace sociale".

Purtroppo - per gli aspiranti socialdemocratici- oggi non vi sono né margini economici né un'ascesa rivoluzionaria tali da indurre la borghesia a fare concessioni. Anzi, la crisi crescente che attraversa il capitalismo mondiale richiede una politica di "rigore" e di contro-riforme. Così se il ruolo della socialdemocrazia resta immutato - incatenare la classe operaia al carro dei governi borghesi - i mezzi che le sono concessi per raggiungere questo scopo sono ben pochi: solo qualche aggettivo. Volendola rappresentare in una immagine, la socialdemocrazia odierna è Fausto Bertinotti costretto ad assistere alla parata militare, con la sola possibilità di strofinare con un dito - di tanto in tanto - la spilletta della pace.

 

Di fronte alla politica di vero e proprio attacco anti-operaio che il nuovo governo Prodi sta preparando (ne parliamo in altri articoli di questo giornale), agli aspiranti socialdemocratici di Rifondazione Comunista restano allora solo gli aggettivi. A ogni misura impopolare del governo Rifondazione impone una parola di accompagnamento. Così i Cpt non vanno più chiusi ma "superati" (e, nel frattempo, allargati). Le manovre finanziarie pesantissime (per i lavoratori) vanno bene purché si dica che vengono fatte in una logica di equità. Le politiche militari dell'imperialismo possono essere votate purché (come spiega il surreale documento approvato dall'ultimo Cpn di Rifondazione - 1) siano definite "in discontinuità" con quelle di Berlusconi. "Cambiare la politica estera dell'Italia" (2) annunciano trionfali i bertinottiani - mentre D'Alema vola dalla Rice a rinsaldare i vincoli con l'imperialismo statunitense.

 

Per rinforzare l'idea - che non entusiasma il corpo militante del Prc - che sia necessario sostenere lealmente le manovre di Padoa Schioppa e le guerre di D'Alema, Rina Gagliardi (che nel campo degli aggettivi ha fatto scuola) compila interi editoriali di Liberazione descrivendo il terribile complotto ordito dalla borghesia per far fuori i comunisti dal governo aprendo le porte al ricambio con i democristiani a disagio nel Polo. Sintesi del suo ragionamento (se si può usare questo termine): per evitare che le politiche anti-operaie del governo siano sostenute da Casini, dobbiamo sostenerle noi e farlo anche dimostrando un certo entusiasmo, per evitare di essere licenziati da Prodi.

Non c'è che dire: il suo posto di vice-qualcosa in parlamento se lo è meritato.

 

Non meno buffi sono i distinguo in cui si producono altri dirigenti del Prc, ciascuno interessato a occupare un qualche ruolo sfruttando l'imbarazzante posizione di Rifondazione. Specializzato in questa parte è Giorgio Cremaschi che incrocia spesso la lama (ma è solo un gioco, nessuno si farà del male) con il direttore di Liberazione, Piero Sansonetti. A giorni alterni, Cremaschi analizza le politiche del governo Prodi e ne sottolinea tutti i... limiti. Ovviamente non con intenzioni di classe, per carità. Solo appunto per aiutare il governo a superare questi limiti: che poi significa aiutare Prodi e la borghesia a superare il loro essere Prodi e la borghesia.

 

Camminano criticando, invece, le aree critiche del Prc. Grassi invita l'imperialismo a dare un "segno di discontinuità" sull'Afghanistan (3). In tal modo differenziandosi criticamente (come è nella sua natura) dal capogruppo Gennaro Migliore (un maestro del pensiero oscuro) che a sua volta invoca "un compromesso alto" sulla guerra afghana: cioè pretende nientemeno che su un pezzo di carta il governo Prodi scriva che le truppe di occupazione italiana continueranno il loro compito animate ora - qui sta la differenza con Berlusconi - "da una vocazione di pace" e da un "multilateralismo cosciente" (4). Infine arriva Giordano a pretendere una "exit strategy" che vale quanto il "superamento" dei Cpt. Che il governo si impegni insomma a dire che si ritirerà anche dall'Afghanistan: prima o poi.

 

Mentre scriviamo non si è ancora tenuta la seduta del parlamento per votare il finanziamento delle missioni militari. Probabilmente si chiuderà con un documento di "orientamento" che regolerà con un certo numero di aggettivi le missioni di rapina del colonialismo italiano, condendo tutto con richiami ripetuti alla "pace"; oppure il governo porrà la fiducia per salvare così le anime ai parlamentari "dissidenti". Abbiamo comunque una certezza: non solo Rifondazione non metterà in crisi il governo sulla questione della guerra (né su quella delle misure finanziarie né su qualsiasi altro tema vi venga in mente) ma anche i parlamentari delle aree critiche - di là da qualche sussulto di coscienza su qualche singola votazione (laddove non sia determinante) - non metteranno mai in discussione questo governo. Lo stesso Cannavò, dirigente di Erre, ha spiegato che la contrarietà alla missione in Afghanistan "deve conciliarsi con l'indisponibilità a provocare la crisi di governo e il ritorno delle destre" (5). Tradotto, signfica che con qualche aggettivo in più o, al limite, con il ricorso al voto di fiducia, il sostegno dei parlamentari "critici" non mancherà.

 

Questo è quello che è rimasto a poche settimane dall'ingresso al governo dei "due assi cartesiani" della politica di Rifondazione: i famosi "no alla guerra e no al liberismo". Il gruppo dirigente ha ormai traslocato nei palazzi del governo. Le sedi dei circoli sono deserte e non si vede più alcuna iniziativa (per cosa manifestare? per gli aggettivi sui testi dei generali Nato?). I militanti del partito si guardano intorno cercando di capire dove sia finito il lavoro enorme che hanno fatto in questi anni per costruire un partito comunista. E' nostro compito dialogare con questi compagni e chiedere loro di reinvestire le energie militanti in un altro processo fondativo di un partito realmente comunista, quello avviato da PC Rol: un processo che già oggi sta raccogliendo le migliori forze di tanti giovani e operai combattivi.

 

(28 giugno 2006)

 

(1) V. odg approvato a larga maggioranza dal Cpn del Prc del 17 giugno; pubblicato su Liberazione del 28 giugno 2006.

(2) Ibidem.

(3) Su Liberazione del 24 giugno 2006.

(4) Liberazione, 25 giugno 2006.

(5) "Quattro ragioni per dire no alla missione in Afghanistan", pubblicato su Liberazione e reperibile anche sul sito di Erre-Sinistra Critica.

E continuavano a chiamarla sinistra…

 

di Davide Margiotta

 

“Un malato grave non si può guarire con l’Aspirina”: questa la diagnosi impietosa del ministro dell’Economia dell’Unione Tommaso Padoa Schioppa nel corso della Conferenza con gli enti locali del 22 giugno. Il malato grave sono i conti pubblici italiani. Al posto dell’Aspirina il ministro propone una “cura pesante”.

I lavoratori sanno bene che quando si sente parlare con insistenza di risanamento dei conti pubblici si prepara per loro una stangata: da sempre sono le classi diseredate a pagare. Se si facessero pagare le classi possidenti, dicono i liberali, queste si spaventerebbero o si deprimerebbero, mandando in fumo la ripresa economica. L’inganno di questo ragionamento si nasconde nel fatto che i frutti della ripresa economica in ogni caso saranno assaporati sempre dai possidenti stessi. Ogni volta zelanti professori e giornalisti borghesi, con l’aiuto di coscenziosi “rappresentanti” dei lavoratori (che hanno il proprio buon tornaconto per il servizio svolto), avanzano l’idea che bisogna risanare i conti pubblici e aiutare l’impresa, in modo che tutti poi staranno un pò meglio. Un imbroglio confezionato ad arte, non c’è che dire.

Al momento in cui scriviamo questo articolo manca poco più di una settimana al varo della manovra-bis e del Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria). Molto presto conosceremo con precisione le medicine per la cura da cavallo proposta da Padoa Schioppa, ma già da ora è possibile avanzare qualcosa in più di un’ipotesi. Intanto, facciamo un piccolo salto indietro nel tempo, per ricostruire sommariamente i fatti dell’ultimo mese e mezzo.

 

Draghi e cavallini rampanti contro il proletariato

 

Alla fine di maggio il presidente di Confindustria e Ferrari Montezemolo e il governatore di Bankitalia Draghi hanno avanzato le proprie ricette per il rilancio del “sistema Italia”, cioè per il rilancio dei profitti delle aziende italiane nella competizione interimperialista mondiale, che si fa sempre più spinta in un’epoca di crisi (trascurando effimere riprese e ripresine) e di ascesa di nuovi competitori planetari (Cina e India su tutti).

La filastrocca di Confindustria ormai l’hanno imparata anche i più smemorati: privatizzazioni, tagli a spesa sociale e costo del lavoro, “riforma” dei contratti, investimenti pubblici per sostenere le imprese private, precarietà, soluzione dell’emergenza energetica tramite il rilancio del nucleare.

La relazione del governatore di Bankitalia è stata dello stesso tono: ancora precarietà, aumento dell’età pensionabile, centralità del sistema bancario nei processi produttivi, rilancio della concertazione sindacale, necessità della previdenza integrativa, scippo della liquidazione incluso.

Entrambe le relazioni hanno ricevuto il paluso dei principali rappresentanti del centrosinistra.

Prodi si è spinto sino a definire la relazione di Montezemolo “bellissima”, una vera e propria operazione verità, che “'non ha nascosto nessuno dei problemi del paese e ha delineato soluzioni forti: mi trova consapevole delle grandi difficolta' che abbiamo e concorde sulla diagnosi”.

Le stesse parole usate del resto per la relazione di Draghi.

 

Il nuovo patto sociale: lavorare di più, guadagnare di meno

 

Il 9 giugno in un’intervista al Sole24Ore Padoa Schioppa avanza l’idea di un nuovo “patto sociale”. Si tratta di un patto in cui ovviamente una parte ha tutto da guadagnare (la borghesia) e una tutto da perdere (i lavoratori). Quello che le imprese dovrebbero dare è più produttività (!) e investimenti nella ricerca (finanziati dalle tasse dei lavoratori), mentre la parte del patto che spetterebbe ai lavoratori è al solito la moderazione salariale (considerata una necessità anche da Fassino), che il ministro riconosce come un merito dei sindacati da molti anni...e poi ci dicono che siamo noi in malafede!

Il nuovo patto “deve coinvolgere Governo, Parlamento, parti sociali, governi locali”. A rispondere al ministro ci pensa il padrone Bombassei (Vice Presidente di Confindustria per le relazioni industriali e gli affari sociali) in un’intervista  al Sole24Ore del 22 giugno in cui elogia la proposta di un nuovo grande patto e definisce quello del ’93 un grande accordo (quello dell’affossamento di scala mobile e contrattazione aziendale e del via libero alla precarietà sfrenata), anche se “allora c'era la possibilità di scambiarsi qualcosa. Adesso non vedo spazio per grandi scambi, ognuno si deve solo accollare la propria parte di sacrifici, senza attendersi qualcosa in cambio che non sia la ripresa dello sviluppo e quindi dell'occupazione”. Sulla precarietà Bombassei registra ampie convergenze con l’attuale governo: ”Il ministro del Lavoro si è espresso in modo costruttivo, lasciamolo lavorare. Per noi, si sa, la Biagi è indispensabile, anche se certamente migliorabile, soprattutto da completare con un adeguato sistema di ammortizzatori sociali”. Del resto, quello degli ammortizzatori sociali pare come il sistema più sicuro per evitare esplosioni di protesta come quella contro il Cpe in Francia.

Nei piani di Confindustria pare faccia parte del nuovo patto anche l’orario di lavoro: “In Europa si lavora meno che dai nostri concorrenti, gli Stati Uniti, l'Asia, il Giappone. In Italia, anche se l'orario teorico annuale è in linea con la media europea, l'orario effettivo è decisamente più basso, perché il tasso di litigiosità è più alto, perché c'è più assenteismo per malattia e così via. Di qui l'esigenza di avvicinare almeno l'orario reale a quello teorico”. Il punto è: esiste una moderazione salariale più moderata di quella attuale? Un salario medio non è più sufficiente nemmeno a pagare vitto e alloggio!

 

Sul cuneo fiscale

 

Tralasciamo in questa sede la questione del finanziamento dell’operazione cuneo fiscale (stimata in dieci miliardi di euro), questione che lo stesso Padoa Schioppa non nasconde essere strettamente legata alle pensioni. Nella già citata intervista il ministro ricorda infatti come “il gettito del cuneo serve a qualcosa, cioè finanzia spesa pubblica non facile da tagliare. In particolare, una parte non piccola del cuneo finanzia il sistema pensionistico...”.

Occupiamoci invece per un momento dell’entità del beneficio per i lavoratori. Che la riduzione del cuneo fiscale (che è la differenza tra la retribuzione lorda e quella percepita effettivamente in busta paga) debba andare in gran parte alla riduzione dei costi delle imprese, lo ha detto lo stesso Massimo D'Alema durante il convegno dei giovani confindustriali a Santa Margherita. E’ ormai certo che i lavoratori riceveranno al massimo un terzo del taglio. Secondo un calcolo della Cgia di Mestre analizzando la vecchia ipotesi di suddivisione a metà tra lavoratore e impresa dei 5 punti percentuali di riduzione del costo del lavoro, il primo avrebbe beneficiato all’anno di una somma di circa 295 euro, contro i 270 euro per dipendente per l’impresa. Tanto per chiarirci le idee, ora che l’ipotesi quasi certa è che al lavoratore spetterà solo un terzo del taglio, stiamo parlando in media di meno di 15 euro al mese a testa! Per gli enti locali infine si prevede una stretta sulla spesa, in piena continuità col corso berlusconiano di tagli a Comuni e Regioni. Nel complesso si tratterà di una manovra di una decina di miliardi di euro, da ripartire tra tagli e entrate (intervento anti-evasione Iva e rendite finanziarie).

 

Manovra bis

 

E arrivò finalmente la Conferenza unificata con Comuni e Regioni del 22 giugno, nel corso della quale finalmente Padoa Schioppa ha elencato una serie di misure concrete per la manovra bis (cui seguirà ovviamente la Finanziaria autunnale, già annunciata come molto più dura). La cura pesante cui abbiamo accennato è pesantissima. Nel mirino sanità, previdenza, statali ed enti locali. Per quanto riguarda la sanità, l’alternativa è tra i tickets su farmaci, vitto e degenza ospedaliera o un’azione sui livelli essenziali d’assistenza (che sono i servizi e le prestazioni che il Servizio Sanitario Nazionale è tenuto a garantire a tutti i cittadini, gratuitamente o in compartecipazione). Durissimo l’attacco ai pensionati come da noi ampiamente previsto: aumento dell’età pensionabile per le donne e chiusura di finestre per l’ingresso in pensione (cioè si lavorerà più a lungo tutti).

Non meno pesante l’attacco agli statali: moratoria biennale del contratto scaduto dal primo gennaio, blocco del turn over del personale (come per la sanità), azione sugli automatismi salariali (leggi moderazione salariale), riduzione delle classi, aumento dell’orario per i docenti.

 

I lavoratori stanno col centrosinistra?

 

Per dei marxisti è fondamentale stabilire se i lavoratori che lo hanno appoggiato elettoralmente stanno realmente col centrosinistra oppure no.Come è possibile che tanti compagni di base di Rifondazione Comunista (studenti, pensionati, lavoratori), dopo aver lottato per anni contro l’aumento dell’età pensionabile o contro la guerra, siano oggi disposti ad accettare le misure antioperaie di Prodi e il rifinanziamento della missione di guerra in Afghanistan? Per rispondere a questa domanda è necessario comprendere la dinamica tra classe e direzione, tra partito e suo gruppo dirigente. Nell’uno e nell’altro caso non è affatto vero che la direzione corrisponda al volere della propria base. Una direzione di qualsiasi gruppo sociale si forma nel corso di lotte intestine che durano anni, lotte che sono influenzate oltre che dalla personalità e dalla capacità dei combattenti anche dalla situazione oggettiva.

In anni di riflusso del movimento operaio e di sconfitte storiche del proletariato era inevitabile che si affermasse una direzione opportunista e reazionaria anche in quel settore che maggiormente rivendicava, pur in maniera non lineare e contraddittoria, una continuità con la storia del movimento operaio: così il Prc è stato guidato in questi anni non dai rivoluzionari, ma da Fausto Bertinotti.

Una volta creatasi una direzione, questa si innalza invariabilmente al di sopra della sua base, e cambiarla è molto complicato per diverse ragioni (fedeltà dei lavoratori verso i propri rappresentanti riconosciuti, maggiori risorse materiali di cui questa dispone, autorità politica che esercita per il fatto stesso di essere direzione etc.). I lavoratori oggi si ritrovano un governo in cui figurano anche partiti formalmente “di sinistra” (come Ds, Prc e Pdci), che in realtà mettono in atto politiche profondamente filo-padronali, per il semplice fatto che “non c’era una alternativa”.

Il problema di chi, come noi, lavora realmente per una alternativa di società, è quello di guadagnare coloro i cui interessi non sono affatto rappresentati da questo governo, e sono la maggioranza della popolazione, alla comprensione che questi interessi possono essere soddisfatti solo in alternativa alle politiche dell’Unione e dei capitalisti in generale. Per fare questo, il primo passo da fare è cercare di costruire una possibile direzione alternativa. Oggi il momento è oggettivamente favorevole: ciò che ieri era chiaro a pochi (il fatto che l’Unione è in realtà una unione di padroni), comincia a diventare chiaro a qualcuno in più. Privare il proletariato di una forza comunista nel momento del tradimento definitivo di tutti i vecchi partiti dei lavoratori, non significherebbe solo perdere un’occasione storica favorevole, ma sarebbe un crimine odioso nei confronti del proletariato stesso.

Per questo vogliamo lavorare alla rifondazione dell’opposizione dei lavoratori ai governi dei padroni e dei banchieri. Siamo consci che il semplice fatto di costruire un partito coerentemente marxista rivoluzionario non è di per sè sufficiente a guadagnare quei milioni di lavoratori alla causa del comunismo. Ma siamo anche consci che finchè ai più apparirà che non c’è alternativa al capitalismo e ai partiti rinnegati della causa proletaria, questo lavoro su larga scala non potrà neppure cominciare.

In arrivo la stangata di Prodi, favorita dalla concertazione sindacale

 

di Francesco Doro

 

Sono trascorsi più di due mesi dalle elezioni, il governo Prodi procede in coerenza con quanto annunciato nel suo programma. Soprattutto dalle dichiarazioni e dalle interviste sui giornali del Presidente del Consiglio e del ministro dell’economia possiamo dedurre le linee generali di politica economica del governo. Una politica economica centrata sul risanamento finanziario e sul rilancio del capitalismo italiano nei mercati europei e internazionali, una politica che per essere realizzata presuppone “lacrime e sangue” per i lavoratori e le masse popolari.

 

Il risanamento, la stabilità dei conti pubblici

 

Una volta approdato al governo, Padoa-Schioppa ha dato incarico ad una Commissione, presieduta dal professor Riccardo Faini, di fare il punto sui conti pubblici dello Stato. Nel contempo il Presidente del Consiglio tesseva rapporti più stretti, rispetto al governo Berlusconi, con la Commissione Europea a Bruxelles. Il futuro della politica estera italiana ritornava in Europa, alle “radici di Maastricht”, un traguardo che Prodi ha sempre sostenuto con tenacia.

Il 6 giugno 2006 la Commissione Faini concludeva la ricognizione sui conti pubblici “aggiornando il tendenziale deficit - pil 2006 al 4,1%, con possibile peggioramento. A questo deve aggiungersi il rapporto debito - pil 2006 al 108%.

Il Ministro dell'Economia e delle Finanze, Tommaso Padoa-Schioppa, ricevuto il rapporto della Commissione Faini dava inizio ad una campagna stampa per il rientro di “disavanzo e debito entro i parametri europei”. La campagna inizia con la dichiarazione che la situazione economico finanziaria dell’Italia è “peggiore di quella degli anni ’90” e pertanto della necessità di un intervento finanziario nell’immediato, la manovra bis. Il richiamo agli anni novanta è una doccia fredda per quei lavoratori che quegli anni hanno vissuto. Sono gli anni di Amato, della stangata da quasi 100 mila miliardi, l’abolizione retroattiva del recupero del fiscal drag, il famigerato accordo governo – sindacati – confindustria  del luglio 1992 che determinava l’abolizione definitiva della scala mobile, il blocco della contrattazione aziendale, a seguire l’accordo del 23 luglio 1993 che apriva ufficialmente la fase concertativa: il sindacato si faceva carico degli “interessi generali” e delle “compatibilità di sistema”. Gli aumenti salariali dal ’93 in poi dovranno mantenersi nel quadro “dell’inflazione programmata dal governo”, sempre al di sotto di quella reale, infine nel ‘95 la riforma Dini sulle pensioni. A seguire, dopo la breve parentesi del primo Berlusconi, quindi gli anni del primo governo Prodi, anni di risanamento finanziario per far entrare l’Italia nell’euro, il susseguirsi di manovre bis e finanziarie di centinaia di migliaia di miliardi dal ’96 al ’98, leggi di precarizzazione del lavoro (Pacchetto Treu) e contro gli immigrati (Turco-Napolitano), ecc.ecc, un solco su cui si inserì il secondo governo Berlusconi. Sono stati tredici anni di perdita del potere d’acquisto dei salari, dei diritti, delle tutele nei luoghi di lavoro e nella società.

Il Ministro dell'Economia e delle Finanze, Tommaso Padoa-Schioppa, ha illustrato gli intendimenti del governo alla Commissione Europea, i cui tecnocrati hanno accolto “favorevolmente l’impegno del nuovo governo ad agire con decisione” per il rientro del deficit e debito pubblico. Padoa-Schioppa ricevuto il sostegno europeo ha dichiarato che la manovra bis si farà probabilmente insieme alla presentazione del Dpef (dove tra l’altro viene determinata l’inflazione programmata). Le cifre rese pubbliche parlano di una manovra bis di circa 10-11 miliardi di euro, a cui seguirà una finanziaria di 30-35 miliardi di euro, 45 miliardi di euro in tutto per quest’anno. Si tratta di una politica di lacrime e sangue per i lavoratori e le masse popolari, una stangata. La manovra bis arriverà insieme al Dpef probabilmente il 7 luglio, una manovra strutturale con tagli ai settori chiave della spesa pubblica: pubblico impiego, sanità, enti locali e pensioni. Particolarmente preso di mira è il pubblico impiego: rinvio di due anni del rinnovo del contratto scaduto il primo gennaio ’06, una moratoria come nel 1992; blocco del turn over nella scuola  e stretta sulle nuove assunzioni per enti locali e sanità. Settori in cui, per effetto del Pacchetto Treu combinato a blocco del turn over e assunzioni, ben il 30% dei lavoratori sono a termine, in varie forme superano i 500 mila precari. Solo nei Comuni 40 mila co.co.pro. non potranno essere rinnovati per effetto della finanziaria Tremonti. L’affondo sul pubblico impiego e l’invio della polizia contro i precari licenziati da Atesia chiariscono le intenzioni del governo rispetto alla abolizione delle leggi precarizzanti Pacchetto Treu e Legge 30 (Biagi), ma anche la Bossi-Fini e i famigerati Cpt.

 

Il cuneo fiscale e il rilancio economico

 

Il presidente confindustriale, Luca Cordero di Montezemolo, dopo aver apprezzato e definito ineludibile il risanamento dei conti pubblici attraverso “scelte coraggiose, nel senso dei tagli alla spesa pubblica”, ha aggiunto necessario per il rilancio economico il taglio del cuneo fiscale “generalizzato” per tutte le imprese e l’abolizione dell’Irap (il contributo delle imprese per la sanità). Romano Prodi nell’incontro avuto il 15 giugno con Montezemolo ha confermato l’impegno espresso in campagna elettorale di abbattere il costo del lavoro per le imprese attraverso il taglio del 5% del cuneo fiscale con la prossima finanziaria. Il cuneo fiscale (la differenza tra il costo del lavoro pagato dall’impresa per salario e contributi sociali, e il salario netto per ciascun dipendente) comprende i contributi pensionistici, contributi sociali per la disoccupazione, gli assegni familiari, la cassa integrazione ordinaria, l’indennità economica di malattia e di maternità, l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro. Il 5% del cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti corrisponde a circa 10 miliardi di euro, dicono calcoli confindustriali, l’entità della manovra bis. Il sistema pensionistico pubblico, sempre più ridotto al sistema contributivo per effetto della legge Dini del ’95, con il taglio del cuneo fiscale verrebbe gravemente pregiudicato. A tale azione distruttrice si aggiunge la riduzione del 6-7% dei coifficenti di trasformazione (rapporto tra pensione e ultima retribuzione) prevista dalla riforma Dini del ’95 in base all’allungamento dell’aspettativa di vita e l’innalzamento dell’età pensionabile dal 2008. Tutto converge verso l’anticipo della riforma previdenziale complementare (i fondi pensione) come dichiarato dal ministro del lavoro Damiano. Lo scippo del Tfr/Tfs ha un’evidente accelerazione. I sindacati concertativi, gli apparati burocratici sindacali, sono oggettivamente cointeressati a quest’esito.

 

L’incontro sindacati-governo

 

L’incontro tenutosi a Palazzo Chigi lunedì 12 giugno, tra Romano Prodi, il ministro Padoa-Schioppa, i ministri Letta e Bersani da un lato e i tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil dall’altro, mentre nella piazza antistante la Cub-Rdb protestava per non essere stata convocata, si è risolto in un lasciapassare per la manovra bis da parte dei massimi dirigenti delle tre Confedazioni e nella valorizzazione della “svolta metodologica” messa in atto dal governo Prodi, e cioè della concertazione. Una condizione ideale per il presidente confindustriale Montezemolo che all’assemblea di Assolombarda del 19 giugno rilancia sulla manovra finanziaria bis, sui tagli alla spesa e cuneo fiscale, sull’abolizione dell’Irap. In più chiede al sindacato di decidersi ad accettare una nuova logica “meno conflittuale e più collaborativa”, perché, aggiunge, la concertazione avviata dal governo deve premiare l’impresa, per il bene dell’Italia dei padroni. Pertanto ritornando sul documento di Confindustria del 22 settembre 2005 chiede: flessibilità negli orari e nelle retribuzioni di fatto, adattamento della forza lavoro al rapido mutamento dei mercati e tecnologie, senza perdere tempo con le Rsu . La Cgil, sindacato più rappresentativo per numero di iscritti, si presenta davanti al governo e al padronato come sindacato responsabile, capace di farsi carico dei problemi complessivi del paese, basti vedere tutti i contratti firmati negli ultimi mesi (dal contratto delle telecomunicazioni a quello dei metalmeccanici, da quello del pubblico impiego fino al contratto dei chimici) che non garantiscono il potere d’acquisto dei salari, i diritti e le tutele. Proprio in riferimento a tale pratica sindacale si spiega il risultato delle elezioni del 16 giugno per il rinnovo della Rsu della Fiat Mirafiori (fabbrica in cui al referendum sul contratto dei metalmeccanici -vedi n° 2 del giornale- votarono per il No quasi il 50% di lavoratori). I risultati vedono Fim, Fiom e Uilm in calo di consensi a favore del sindacato giallo Fismic che cresce di 6 punti ed arriva al 19,9% e di quello di destra Ugl che aumenta del 3% attestandosi al 9,8%, e dall’altro al sindacato di base Cobas che passa dal 3,7 al 5,5% crescendo di un significativo 1,8%. La Fiom perdere il 4,5% di consensi attestandosi al 23,6%, la Uilm perde il 2,9 % e si attesta al 14,3%, la Fim scende del 3% ma rimane primo sindacato al 27,5%. Significativo il dato che la Fiom perde tra gli operai e recupera tra gli impiegati, è evidente il legame con il posizionamento della Fiom rispetto sia al contratto contestato dai lavoratori sia l’apertura della Cgil rispetto al governo Prodi.

 

La necessaria opposizione sindacale e politica

 

A fronte della politica economica del governo e dell’offensiva confindustriale è necessaria una risposta sindacale e politica adeguata alla fase. In questo senso l’Assemblea Nazionale, tenutasi il 12 giugno a Roma, della Rete 28 aprile in Cgil è stata un’occasione mancata. Il documento preparatorio, la relazione di Cremaschi e il testo conclusivo (fatto proprio dall’assemblea, ma non votato), non danno nessuna indicazione ne sul piano dell’analisi, ne su quello programmatico e tanto meno sul terreno organizzativo. Come Sinistra Classista della Rete 28 aprile abbiamo presentato in quella sede il documento “Ricostruiamo su basi di classe la sinistra sindacale in Cgil” come contributo di analisi, di proposta programmatica e organizzativa, ma anche  rispetto alla necessità di costruire un largo fronte di lotta contro il governo e il padronato.

Un percorso iniziato con l’assemblea nazionale del 13 maggio a Roma organizzata dallo Slai Cobas, a cui abbiamo aderito. Assemblea conclusasi con l’impegno di organizzare una manifestazione nazionale in autunno contro le manovre economiche del governo sulla base di una piattaforma unitaria e condivisa per della difesa del salario, lotta alla precarizzazione, democrazia sindacale.

La Cub Rdb ha organizzato una partecipata assemblea nazionale dei lavoratori precari, dove è stata presentata  una proposta di legge per la stabilizzazione dei lavoratori con contratto atipico del pubblico impiego, ed indetto uno sciopero generale dei precari per il 6 di ottobre.

Infine sul terreno della lotta contro la precarietà, per l’abrogazione della legge 30, della Bossi-Fini e della riforma Moratti è stato presentato il documento “Stop alla precarietà. Ora” firmato da diverse personalità, tra cui Cremaschi della Rete 28 aprile, Rinaldini segretario della Fiom-Cgil, Panini segretario della Flc-Cgil, Podda segretario della Fp-Cgil, in cui si annuncia un percorso di mobilitazioni che sfocerà in una manifestazione per i primi di novembre a Roma.

Significativa anche la riuscita dello sciopero e della manifestazione del 15 giugno a Roma dei lavoratori delle pulizie organizzata dalla Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs-Uil, con oltre 30 mila partecipanti. Un settore dove il 76% dei lavoratori è precario e con condizioni di lavoro pessime.

Tutte queste iniziative indicano la gravità della situazione dei lavoratori precari e la disponibilità di questi alla lotta.

Le manifestazioni nazionali in preparazione per l’autunno promosse da un’insieme di realtà di movimento e organizzazioni sindacali di base, di categorie importanti della Cgil, dalla Rete 28 aprile in Cgil, la raccolta unitaria delle firme per il ripristino della Scala Mobile, necessitano per essere veramente efficaci di un punto di unificazione: una vera, grande e forte manifestazione nazionale, uno sciopero generale contro le politiche economiche del governo e l’attacco padronale. Solo con un  percorso che ponga al centro una piattaforma unificante di tutta la classe lavoratrice e subalterna si può dare una prima e vera risposta operaia alla crisi capitalistica.

Il governo Prodi nel solco dell’imperialismo

Via le truppe d’occupazione, ritiro immediato dall’Iraq e Dall’Afghanistan

 

di Antonino Marceca

 

Il primo mese di operato del governo Prodi indica le linee generali su cui verrà articolata la sua politica economica ed estera. In questo intervento centriamo l’attenzione sulla politica estera, in particolare per quanto attiene la spinosa questione del rifinanziamento delle missioni militari all’estero, e con esse, della guerra dispiegata in Iraq e Afghanistan.

 

La ridislocazione delle truppe

 

Il ritiro italiano dall’Iraq sarà completato “entro l’autunno”, annuncia il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, dopo aver incontrato il 7 giugno il primo ministro iracheno Nuri al Maliki. Dieci giorni dopo, il 16 giugno, terminato l’incontro a Washington con il segretario di stato Usa, Condoleezza Rice, dichiara che rimarranno nel paese occupato una trentina di ufficiali militari nell’ambito di una struttura Nato.

“L’Italia non intende abbandonare l’Iraq” - ha precisato il titolare della Farnesina - semmai ha intenzione di concludere “un vero e proprio accordo di cooperazione” con l’Iraq e “gettare le basi per rafforzare la presenza politica, economica e umanitaria dell’Italia”: a questo scopo è stata invitata una delegazione del governo iracheno che nei prossimi mesi sarà a Roma per firmare l’intesa. L’obiettivo del governo Prodi è di salvaguardare gli interessi imperialistici dell’Italia in territorio iracheno, dai pozzi petroliferi dell’Eni alle imprese di ricostruzione, ma con modalità differenti rispetto al precedente governo Berlusconi: mediante cioè un maggior coinvolgimento degli organismi multilaterali “Onu, Nato e Ue”, precisa D’Alema. Sul territorio, come a Nassiriya, potrebbero rimanere le strutture miste militari-civili quali i Prt (Provincial reconstruction team). È il modello Afghanistan, dove la cooperazione e le Ong accompagnano lo sfondamento militare.

Per il ridispiegamento di truppe e mezzi, dall’Iraq all’Afghanistan, tornerà utile, pur con altri tempi e modi, il modello spagnolo. Il socialista spagnolo Zapatero, infatti, nel momento stesso in cui portava via le truppe dall’Iraq accresceva il numero di quelle in Afghanistan. Il segretario generale della Nato Jaap de Hoop Scheffer, dopo aver incontrato il 9 giugno il Presidente del Consiglio, Romano Prodi, e il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, in un’intervista al Corriere della Sera ha sollecitato l’Italia a rafforzare la sua presenza in Afghanistan con più truppe, aerei (cacciabombardieri Amx) e forze speciali nell’ambito della missione Onu-Nato. Forze necessarie per l’offensiva militare (Operation Mountain Thrust) iniziata il 15 giugno, la maggiore dal 2001, nelle province meridionali e orientali di Kandahar, Helmand, Uruzgan e Zabul, dove la resistenza islamista afgana in questi mesi si è riorganizzata e rafforzata. Il segretario Nato ha aggiunto, venendo incontro ai desiderata per l’Iraq del governo Prodi, “non dimentichiamo che la Nato, fin dall’inizio, opera sotto un mandato specifico dell’Onu”. L’Italia è impegnata in Afghanistan nell’ambito della missione Isaf-Nato con circa 1.300 militari, di cui 900 nella capitale Kabul e 400 a Herat, nella parte occidentale del Paese, dove ha la guida del Provincial reconstruction team (Prt). Romano Prodi ha confermato al segretario generale della Nato, come riferisce L’Unità del 10 giugno 2006, il “pieno impegno dell’Italia in Afghanistan”. Entro il 30 giugno il governo Prodi porterà in parlamento il rifinanziamento delle missioni militari all’estero, tra cui la missione in Afghanistan; la sinistra socialdemocratica e stalinista di governo (Prc-Se, Pdci, Verdi e sinistra Ds), al di là dei distinguo, non farà mancare il suo sostegno. Perché, come ha dichiarato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napoletano, quelle in cui sono impegnati i soldati italiani sono “missioni militari, ma non di guerra, per adempiere ai propri doveri di partecipazione alle organizzazioni internazionali che, come recita l’articolo 11 della Costituzione repubblicana, sono impegnate ad assicurare la pace e la giustizia fra le Nazioni”. Intanto, sempre sotto l’egida dell’Onu, Ue e Nato, il governo Prodi si dice pronto ad ulteriori “missioni umanitarie” in Africa, a cominciare dal Sudan.

Da sempre l’imperialismo ha giustificato le sue imprese militari con la pace, la giustizia, la civilizzazione, la democrazia, la libertà, ecc. Queste giustificazioni non sono mancate nemmeno negli ultimi decenni di guerra, dalla Jugoslavia all’Iraq. La copertura dell’Onu, un covo di briganti per utilizzare la definizione di Lenin a proposito della Società delle Nazioni, è sempre avvenuta una volta ricomposti gli interessi tra le diverse nazioni imperialiste.

 

Il contesto regionale

 

Per comprendere la natura della guerra in Afghanistan, al di là delle mistificazioni, è necessario dare uno sguardo alla carta geografica dell’Asia: l’Afghanistan, sopra l’India e quindi il Pakistan, si trova sulla strada che gli oleodotti e gasdotti, provenienti dai ricchissimi giacimenti delle ex repubbliche sovietiche del Caspio, devono percorrere per raggiungere il Mar Arabico. L’Iran blocca ogni passaggio a sudovest e, dall’altra parte, vi è la Cina con il suo crescente bisogno energetico. Il passaggio ad ovest verso il mediterraneo è stato realizzato nel 2005 con la realizzazione dell’oleodotto Bakù-Tbilisi-Ceyan, per la cui costruzione British Petroleum (BP) ha costituito un consorzio formato, tra gli altri, dalla statunitense Unocal e dalla Turkish Petroleum Inc. Quest’opera segna il consolidamento del blocco tra Usa, Turchia, Azerbaigian e Georgia nell’area.

Le repubbliche ex sovietiche a nord dell’Afghanistan avevano concesso nel 2001 le basi agli USA per attaccare l’Afghanistan, con il beneplacito di Mosca, previa garanzia di un loro smantellamento finite le operazioni militari. Ma così non è stato. La Russia pertanto si è ritrovata accerchiata dagli USA. Nel giugno del 2001 fu formalizzato lo SCO (Shanghai Cooperation Organization) che annovera tra i suoi membri ordinari Cina, Russia, Kazakhstan, Kyrgystan, Tajikistan e Uzbekistan e da circa un anno tra gli osservatori India, Mongolia, Pakistan e Iran. Lo SCO è parte integrante della risposta che Russia e Cina stanno portando rispetto all’intervento Usa nell’area: un anno fa la richiesta agli Usa di levare le basi militari in Asia centrale, qualche mese dopo l’Uzbekistan sfrattava quelle sul suo territorio.

L’occupazione dell’Afghanistan e dell’Iraq, il ridimensionamento dell’Iran e della Siria avrebbe permesso agli Usa, se non ci fosse stata la forte resistenza irachena, di controllare una delle regioni centrali del pianeta. Pertanto motivi di ordine geostrategico e di controllo energetico stanno alla base delle guerre di questi ultimi anni, riflesso dell’acutizzarsi della crisi economica capitalistica internazionale e con essa dei conflitti interimperialistici. In un contesto mondiale che vede da un lato la costruzione accidentata dell’Ue, il riorganizzarsi della Russia e l’emergere delle potenze di Cina e India.

 

Veniamo all’Afghanistan

 

Dopo la “rivoluzione d’aprile” del 1978, in cui il Partito del popolo (Khalq) prese il potere con un colpo di stato sostenuto dall’esercito e dall’Urss, il paese asiatico ha vissuto quasi un trentennio di conflitti: truppe sovietiche e governative contro la guerriglia islamista mujaheddin sostenute dagli Usa negli anni 1979-1989; conflitti tra signori della guerra mujaheddin tagiki, uzbeki, hazari, pashtun tra il 1989-1996; islamisti taliban (pashtun) al governo sostenuti da Usa, Pakistan e Arabia Saudita contro i signori della guerra dell’Alleanza del Nord (tagiki, uzbeki, hazari) sostenuti da Russia, India, Iran, Tajikistan e Uzbekistan tra il 1996 e il 2001. Il regime islamista del mullah Omar si lega sempre più allo sceicco saudita Osama Bin Laden, alla sua organizzazione Al-Qaeda, facendo propria la prospettiva strategica della rigenerazione islamista del mondo islamico, una rotta che lo mette in collisione con l’occidente imperialista. I contrasti crescenti tra il regime del mullah Omar e gli Usa, gli attentati di Al-Qaeda contro le ambasciate Usa in Kenya e Tanzania, porteranno dopo l’11 settembre 2001 all’attacco militare statunitense e al rovesciamento del regime dei talebani il 13 novembre 2001, grazie anche all’apporto bellico dell’Alleanza del Nord. Gli accordi di Bonn, in Germania, del 5 dicembre 2001 tracciano il futuro dell’Afghanistan. A capo del governo provvisorio è messo Hamid Karzai, ex consigliere della compagnia petrolifera americana Unocal. Karzai, con l’aperto sostegno statunitense, viene eletto presidente nell’ottobre 2004. La sua autorità si dispiega, grazie a migliaia di soldati del contingente Isaf-Nato, appena nella capitale Kabul. Nel resto del paese il potere rimane nelle mani dei signori della guerra e dei mullah talebani. I signori della guerra dell’Alleanza del Nord controllano anche il parlamento eletto nel settembre 2005 dopo elezioni parlamentari truffaldine. Nelle regioni centrali e meridionali del paese, regioni pashtun, gli islamisti talebani hanno negli ultimi anni ripreso il controllo. L’unica attività economica del paese è la produzione di oppio (oltre i due terzi del prodotto interno lordo), controllata dai ministri di Karzai, dai deputati signori della guerra e dai mullah talebani. Il paese è ridotto alla disperazione e alla fame, i diritti umani elementari continuano ad essere calpestati, la condizione delle donne non è migliorata. La ricostruzione post-bellica è un business da 15 miliardi di dollari solo per gli appalti delle multinazionali occidentali (soprattutto, ma non solo, statunitensi). La popolazione non è più disposta ad accettare le truppe straniere neanche a Kabul, dove una rivolta scoppiata a fine maggio 2006, dopo l’ennesimo incidente provocato da mezzi pesanti statunitensi, ha visto la popolazione delle periferie della città scendere in piazza e dirigersi verso il parlamento, l’ambasciata Usa e la televisione di Stato al grido di “morte all’America” e “morte a Karzai”. I manifestanti armati di sassi ed armi leggere strappate alla polizia sono stati fermati solo con l’intervento dei blindati delle truppe Nato, delle mitragliatrici dei marines, degli elicotteri militari Usa, dell’esercito afgano. Ma mentre Kabul brucia, nel Sud del paese continua la guerra con battaglie campali, bombardamenti aerei, stragi di civili, attentati suicidi, in un clima di crescente insofferenza popolare verso le truppe di occupazione.

 

Ritiro immediato, totale e senza condizioni

 

La grande stampa borghese, la Repubblica ed Il Corriere della Sera, a fine maggio e in queste prime settimane di giugno, hanno dato inizio alla campagna stampa contro il ritiro dell’Italia dalla guerra in corso in Afghanistan. Mentre la Repubblica ha iniziato paventando, in caso di ritiro, il caos (tutti contro tutti, mischia furibonda, sterminio per fame, fine della speranza per le ragazze, ecc.), Il Corriere della Sera ha posto soprattutto l’accento sulla differente natura della guerra in Afghanistan rispetto a quella in Iraq. La guerra in Afghanistan, sostiene il quotidiano, ha legittimità internazionale in quanto sono stati e sono coinvolti gli organismi internazionali (Onu, Ue, Nato); inoltre in questa guerra l’Italia è a fianco degli alleati europei (Germania, Francia, Spagna). Il ritiro si configurerebbe come frattura strategica, coinvolgerebbe anche la Nato, e con essa gli Usa. Romano Prodi, appena formalizzata la compagine governativa, si è impegnato a ricollocare l’Italia nel quadro dell’Ue in stretta alleanza con Francia, Spagna e Germania, facendosi interprete di quella parte dell’imperialismo italiano che vede nella strutturazione, anche militare, del polo imperialistico europeo il proprio terreno di rilancio. Proprio per questo il governo Prodi non può permettersi di sganciarsi dagli alleati europei.

Non c’è ombra di dubbio che il governo Prodi, con il seguito di centinaia di ministri e sottosegretari, giustificherà l’aggressione imperialista, il rifinanziamento delle missioni all’estero e la permanenza in territorio afgano con questi argomenti. Lo stesso adattamento già mostrano i partiti della sinistra di governo, a cominciare dal Prc-Se che si accontenta di un atto di indirizzo.

Da parte nostra, ribadiamo la nostra opposizione alla guerra d’aggressione coloniale, rivendichiamo il ritiro immediato, totale e completo di tutte le truppe e mezzi dall’Iraq, dall’Afghanistan e da tutti i paesi in cui è coinvolto l’imperialismo italiano. Esprimiamo il nostro sostegno alla resistenza popolare afgana, pur rilevando come questa sia diretta da forze islamiste reazionarie, auspicando la sconfitta dell’imperialismo e del colonialismo. Nel contempo, riteniamo necessaria, per la liberazione reale dei lavoratori e delle masse popolari afgane, un’altra direzione, marxista rivoluzionaria, della resistenza. Essendo coscienti che l’origine del caos, la fame, le guerre tribali e religiose sono da addebitarsi principalmente all’imperialismo e, in subordine ad esso, alla classe dominante feudale e borghese del paese dipendente.

La necessità di un partito comunista autenticamente rivoluzionario

Per la trasformazione in senso rivoluzionario e socialista della società

 

di Valerio Torre

 

Sul quadro politico che il risultato elettorale del 9 e 10 aprile ci ha consegnato abbiamo già avuto modo di soffermarci diffusamente[1]. L’esito del voto indica chiaramente che la vittoria di misura dell’Unione - con la traballante maggioranza al Senato che ne è derivata - non è stato il frutto di una campagna elettorale sbagliata, bensì la conseguenza politica dell’identità dell’alleanza di centrosinistra e della sua funzione di rappresentanza dei poteri forti in genere (Confindustria, le grandi banche) che già da tempo avevano scaricato Berlusconi cambiando cavallo e puntando apertamente sull’Unione: in altri termini, quest’ultima (integrata da Rifondazione Comunista) è apparsa agli occhi degli elettori - al di là della volontà collettiva di mandare a casa il governo di centrodestra - un utile gestore degli interessi della grande borghesia imprenditoriale. L’effimera vittoria di Prodi non ha sconfitto politicamente, ma solo elettoralmente Berlusconi: il quale, anzi, ha visto confermato il proprio radicamento reale nel Paese persino nella Puglia governata da Nichi Vendola e nel Piemonte attraversato dalle lotte contro la Tav in Val di Susa. Ed ha prodotto soltanto la sostituzione dei liberali reazionari con un’alleanza di liberali “progressisti” in funzione di rappresentanza della Confindustria.

 

Le amministrative e il referendum

 

L’esito politico del voto di aprile è stato poi sottoposto a nuova verifica nei successivi due mesi con il test delle amministrative di maggio e la competizione referendaria costituzionale di giugno.

Indubbiamente, la sconfitta elettorale di Berlusconi in queste due ultime tornate elettorali è stata molto più netta. Ma da qui a sostenere che “la favola è finita” e che “il vento del ‘94 ha smesso di soffiare”[2] ce ne corre.

È noto che nelle elezioni amministrative gli interessi in gioco cambiano rispetto alle politiche, nelle quali l’effetto di polarizzazione dovuto all’appartenenza “ideologica” ad un partito o ad uno schieramento è molto più evidente: nelle competizioni in cui si debbono eleggere sindaci o presidenti di province contano molto di più fattori meno “politici” e maggiormente legati all’azione dei partiti sul territorio. Nel turno del 28 e 29 maggio, poi, l’arma che Berlusconi ha utilizzato a piene mani durante la campagna elettorale d’aprile (l’abolizione dell’Ici, la chiamata a raccolta contro “i comunisti” che vogliono solo imporre tasse, ecc.) era ampiamente spuntata. Inoltre, le giunte locali di centrodestra hanno nel corso degli anni dovuto amministrare una crisi economica determinata non solo dalla più generale recessione, ma addirittura dai tagli imposti dal “governo amico”: sicché la loro azione politica è stata bocciata dall’elettorato.

Il test referendario del 25 e 26 giugno, invece, aveva una valenza più “politica”. Ma, anche qui, Berlusconi è stato sconfitto. La riforma costituzionale approvata dalla maggioranza parlamentare della Casa delle libertà - che costituiva in tutta evidenza una cambiale da pagare per conservare l’appoggio della Lega Nord di Bossi - portava un pesante attacco alle misure minime, uniformi su tutto il territorio nazionale, di assistenza: l’elettorato, anche quello di centrodestra, ha chiaramente percepito che la devolution sarebbe stata dannosa per i suoi stessi interessi e l’ha sonoramente respinta.

Si può dire allora che il berlusconismo è morto e sepolto? Niente affatto: Berlusconi rappresenta la faccia “patologica” della borghesia capitalistica italiana, oggi oscurata da quella “fisiologica” incarnata da Prodi che oggi viene vista più funzionale al perseguimento degli interessi dei poteri forti che l’hanno sospinta al governo del Paese. L’insediamento reale del berlusconismo è ancora evidentissimo al nord dell’Italia, laddove gli interessi della piccola e media imprenditoria confliggono vistosamente con quelli del grande capitale; ed attraversa sempre le ampie fasce di sottoproletariato e, in alcuni casi - laddove cioè è forte il richiamo al “ventre” della società - attecchisce addirittura in seno alla classe lavoratrice.

Nel momento in cui le politiche del governo “riformatore” dispiegheranno tutto il loro potenziale di attacco alle classi subalterne, che saranno chiamate a pagare il conto della crisi capitalistica per risollevare le sorti di quelle dominanti, potranno rimettersi in moto processi tali da determinare l’inversione di una tendenza che ha tutta l’aria di essere assolutamente provvisoria.

 

La nascita del governo Prodi. Il ruolo del Prc

 

Già la semplice lettura del programma dell’Unione ne avrebbe chiarito la natura antipopolare ed antioperaia. La distribuzione delle cariche istituzionali e dei ministeri hanno reso evidente la natura di classe del governo nel quadro della nuova stagione concertativa con Cgil, Cisl, Uil e Confindustria. L’affidamento del ministero dell’economia al tecnocrate Padoa Schioppa e l’annuncio della prossima manovra finanziaria che si preannuncia di “lacrime e sangue” confermano come già dai primi passi il governo Prodi scaricherà la crisi sui lavoratori e sulle masse popolari promuovendo una politica finalizzata al rilancio del capitalismo italiano sui mercati internazionali.

Ed infatti, dopo la prima verifica sullo stato dei conti pubblici, Padoa Schioppa ha senza mezzi termini definito l’economia italiana come un malato ad uno stadio terminale che non è possibile curare con l’aspirina. La crudezza dell’espressione non necessita di alcuna interpretazione: la manovra correttiva non sarà affatto indolore per le masse popolari!

Dal canto suo, il Prc si è rapidamente acconciato a ricoprire un ruolo estremamente marginale all’interno della compagine governativa, pagando così dazio per aver consentito a Fausto Bertinotti di soddisfare le proprie ambizioni personali attraverso il ruolo di Presidente della Camera. Occorre, però, precisare che la subalternità di Rifondazione Comunista non sta nel numero o nel peso dei ministeri conseguiti (uno, quello della Solidarietà sociale), quanto piuttosto nelle mansioni che ha accettato dal primo momento di rivestire: vale a dire quelle di copertura a sinistra delle dinamiche di massa che potrebbero svilupparsi in conseguenza dell’applicazione delle politiche antioperaie del governo Prodi.

Sin dai primi giorni di vita del nuovo governo, il Prc si è diligentemente calato in quel ruolo evitando accuratamente di assumere iniziative o prendere posizioni che potessero revocare in dubbio quel profilo moderato e tranquillizzante che il gruppo dirigente - Bertinotti in testa - ha già da tempo (attraverso un sempre più invadente revisionismo teorico ed ideologico) imposto al partito. E così si sono susseguiti vari episodi che hanno visto Rifondazione rassicurare chi aveva scommesso sulla sua affidabilità (dalla capitolazione sulla Tav nella Val di Susa fino al voltafaccia sul rifinanziamento della missione militare in Afghanistan).

In particolare, il compromesso al ribasso raggiunto su quest’ultimo provvedimento, se da un lato ha ulteriormente consentito al Pdci di scavalcare a sinistra i bertinottiani denunciando l’ambiguità e l’insufficienza dell’accordo raggiunto nella riunione dei capigruppo dell’Unione del 27 giugno (un accordo basato su un decreto che prevede il rifinanziamento della missione con un modesto aumento dell’impiego di mezzi militari contro un maggiore impegno economico per la cooperazione; ed una mozione che prevede la creazione di un pletorico quanto inutile osservatorio parlamentare per la verifica dello svolgimento della missione), dall’altro ha prodotto uno psicodramma collettivo del loro gruppo dirigente.

 

l’ipotesi neocentrista

 

In realtà, sin dalla vittoria dell’Unione, è stata ventilata l’ipotesi di quella che impropriamente è stata denominata “grande coalizione” alla tedesca: e cioè l’eventualità che il Prc possa essere emarginato tanto da essere sostituito da pezzi di Casa delle Libertà in libera uscita dopo la sconfitta berlusconiana. Questa ipotesi sarebbe dovuta servire a rendere più stabile ed omogenea la maggioranza prodiana al Senato proprio allo scopo di consentirle l’adozione di provvedimenti (in tema di politica estera ed economica) indigesti a Rifondazione.

Lo scenario della “sostituzione” è stato alimentato dall’offerta dell’Udc di dare il proprio voto favorevole proprio sul provvedimento di rifinanziamento della missione in Afghanistan. Tuttavia, esso è del tutto irrealistico, e per svariate ragioni.

Innanzitutto, ragioni numeriche. La rappresentanza parlamentare dell’Udc è di gran lunga inferiore a quella del Prc, per cui la “sostituzione” paradossalmente penalizzerebbe Prodi invece di rafforzarlo.

In secondo luogo, ragioni “politiche”. Prima di dismettere gli abiti di segretario del partito in favore dell’incolore Franco Giordano, Fausto Bertinotti ha messo in atto con lungimiranza una colossale opera di “ripulitura” in chiave revisionista dell’impianto teorico di Rifondazione: il disegno era, appunto, quello dell’ingresso non solo nella maggioranza (come nel ‘96), ma esattamente nel governo, con tanto di ministri e sottosegretari.

Per conseguire questo risultato, Bertinotti ha dovuto superare - e sempre a pieni voti, come le cronache giornalistiche dei quotidiani legati ai poteri forti hanno riportato - ripetute “prove d’esame” imposte dalla borghesia capitalistica italiana perché il partito venisse finalmente considerato “affidabile” e maturo per governare. Naturalmente, poiché la borghesia non regala mai nulla, c’era un motivo perché il Prc venisse cooptato all’interno di una maggioranza di governo e, come ripetutamente detto, stava nel ruolo che gli veniva offerto: un ruolo di contenimento delle spinte e delle dinamiche di massa in funzione di pacificatore sociale. Ed il lavoro di ripulitura ideologica Bertinotti lo ha compiuto in pieno accordo con Romano Prodi, che se n’è fatto garante con i poteri forti. Insomma, l’asse Prodi-Bertinotti si presenta fin troppo ben collaudato perché quello scenario possa nell’immediato realizzarsi.

Eppure, a partire da una serie di articoli[3] sul quotidiano Liberazione, quello scenario non solo è stato evocato, quanto addirittura immediatamente ritenuto praticabile. Il neoeletto segretario del Prc, Franco Giordano, in un’intervista[4] ha addirittura paventato l’ipotesi di un complotto ai danni del suo partito nientemeno che ordito da … Montezemolo, Ruini e Bush!

La bolla del complotto, ironicamente liquidata dagli stessi quotidiani della borghesia[5] come assolutamente impraticabile, si è sgonfiata da sola durante l’éspace d’un matin. In realtà, questo … scenario apocalittico contro cui Giordano ha vigorosamente protestato (!) presentandolo come un’ipotesi di indebita interferenza negli affari dell’Unione aveva un duplice scopo: da un lato, di configurarsi, piuttosto, come una rinnovata dichiarazione di fedeltà del Prc allo stesso Prodi; dall’altro, come la necessità di ricompattare il partito a fronte delle - pervero, modeste - spinte centrifughe delle minoranze più o meno critiche.

Tuttavia, a dispetto dei contorsionismi praticati da Giordano e dai fantasmi che egli ha fatto aleggiare (senza che, per la verità, nessuno degli alleati si sia preoccupato più di tanto, mentre i poteri forti hanno continuato a dormire sonni tranquilli, nient’affatto intimoriti dalla voce grossa del segretario comunista!), l’ipotesi “neocentrista” di sostituzione del Prc con l’Udc è rapidamente tramontata: la qual cosa non sta certo ad escludere che il partito di Follini “presti” i suoi voti a Prodi per ritagliarsi uno spazio di cui, dopo la sconfitta elettorale del Polo, è rimasto privo.

 

La necessità di un partito autenticamente rivoluzionario

 

Con l’ingresso nel governo Prodi, il governo della settima potenza imperialista mondiale, si è definitivamente concluso il percorso politico del Prc. La deriva governista che tutti i suoi gruppi dirigenti hanno coltivato in questi ultimi quindici anni e l’approdo a pieno titolo in un governo fortemente voluto da Confindustria e dalle grandi banche ha determinato il passaggio di campo di Rifondazione dalla parte della borghesia italiana, la sua dislocazione definitiva sul versante degli interessi del capitalismo.

La chiusura di questo ciclo storico determina di per sé che quello spazio politico occupato abusivamente per anni da un gruppo dirigente riformista oggi finalmente si è liberato. Ed in questo spazio politico è necessario che operi - sul terreno della lotta di classe, delle piazze, dei movimenti, delle dinamiche di massa, delle spinte di rottura - un soggetto politico nuovo, un partito comunista autenticamente rivoluzionario che si ponga innanzitutto il compito di salvaguardare un’opposizione comunista e di classe in Italia: un partito cioè di militanti, un partito d’avanguardia partecipe di ogni lotta, piccola e grande, che sappia intervenire nelle mobilitazioni sulla base di un programma transitorio, indicando pazientemente il legame tra ogni piccola rivendicazione dei lavoratori e dei giovani e la necessità di una trasformazione rivoluzionaria e socialista della società. Un partito, insomma, che miri a costruire ciò che realmente è mancato in tutti questi decenni: non le lotte ma una prospettiva di sviluppo rivoluzionario delle lotte e che per questo costruisca se stesso come direzione rivoluzionaria di quelle lotte. Che si ponga quindi - edificando i necessari rapporti di forza - l’obiettivo del potere dei lavoratori e per i lavoratori. Un partito, infine, internazionalista, cioè partecipe della rifondazione dell’Internazionale rivoluzionaria, cioè dell’Internazionale basata su un programma transitorio per il rovesciamento del capitalismo in ogni Paese.

Questo è il compito che Progetto Comunista - Rifondare l’Opposizione dei Lavoratori si è posto: a partire dalla formalizzazione della scissione dal Prc, di cui ha costituito per anni la corrente di sinistra, e lanciando quindi il percorso costituente a partire dalla grande assemblea dello scorso 22 aprile a Roma, fino al congresso fondativo del prossimo gennaio con cui si chiuderà la prima fase di questo percorso.



[1] Marceca, “L’esito del voto”, articolo del 14/4/2006 in www.progettocomunista.org; Torre, “Tra Prodi e Berlusconi vince la borghesia”, Progetto Comunista n. 3, giugno 2006.

[2] Dominijanni, il Manifesto, 27 giugno 2006.

[3] Gagliardi, Liberazione, 20 e 22 giugno 2006;

[4] Il Corriere della Sera, 22 giugno 2006.

[5] Il Sole 24 Ore, 22 giugno 2006; Il Corriere della Sera, 22 giugno 2006.

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