Partito di Alternativa Comunista

I marxisti e le elezioni

Alcune considerazioni di metodo in vista delle prossime amministrative

 

Michele Scarlino

 

 

La prossima primavera si terranno le elezioni amministrative parziali, con alcune grandi città ed alcune province (in particolare quella di Vicenza) chiamate al voto. È la prima volta che il nostro neonato partito si trova dinanzi a delle elezioni.
Il PdAC, in linea con la strategia e la tattica del marxismo rivoluzionario, ed in linea con le proprie tesi approvate al congresso costitutivo tenutosi a Rimini in gennaio, ha deciso di partecipare a questa tornata elettorale.
La "questione elettorale" è stata sempre molto dibattuta tra le organizzazioni comuniste. E’ opportuno o meno partecipare alle elezioni? Prima di rispondere a questa legittima domanda, bisogna comprendere quale funzione hanno le elezioni in un regime democratico-borghese come il nostro e qual è il ruolo che la borghesia assegna loro. La questione elettorale, in realtà, non dovrebbe mai essere slegata dalla questione dello Stato (ed in ultima analisi dalla questione del potere, cosa che non toccheremo in questo articolo).

 

Un passo indietro...

 

Le dirigenze burocratiche e revisioniste di Pci prima e del Prc (in sedicesimo) poi, hanno fatto credere, in malafede, alla classe lavoratrice che l’altro mondo possibile, il socialismo, fosse raggiungibile anche tramite mezzi parlamentari, tramite le elezioni. Il Pci, adeguandosi e rientrando nei ranghi del "democraticismo borghese" fece credere ai lavoratori che l’urna potesse cambiare i rapporti di forza tra le classi (cosa mai avvenuta, nemmeno in epoche rivoluzionarie).
Ma come hanno potuto fare questo? Questo è stato possibile grazie ad un certosino lavoro di smantellamento teorico del marxismo portato avanti da quelle dirigenze. Facendo passare tra i lavoratori la definizione borghese di Stato super partes (la stessa per cui oggi Bertinotti ricopre la terza carica dello Stato "neutrale") e sradicando dal proletariato il concetto marxista di Stato.
Cos’è lo Stato borghese per un riformista? Lo Stato è un apparato neutrale ed indipendente della società che ha lo scopo principale di difendere e salvaguardare il cittadino e prendere provvedimenti per il bene della collettività. Questa è la definizione che troviamo nei manuali di diritto.
Cos’è lo Stato borghese per un comunista? Lo Stato è un mezzo di oppressione (tramite il potere politico, giudiziario e militare) di una classe su un’altra. Lo Stato è il garante ed il difensore dei privilegi della classe dominante. Per dirla con Engels: "Lo Stato è, per principio, lo Stato della classe più potente, della classe economicamente e politicamente dominante".
Uno dei più grandi danni causati da quelle dirigenze burocratiche è stato proprio quello di far accettare ai lavoratori la definizione di Stato "neutrale", quindi modificabile anche per via elettorale.
Il PdAC, invece, partecipa alle elezioni rivendicando appieno un concetto proprio del marxismo rivoluzionario: l’irriformabilità dello Stato borghese.
Riaffermare e rivendicare questo basilare assunto non è superfluo. Partendo da qui cambia evidentemente anche la concezione che abbiamo delle elezioni. Esse non sono il momento più "alto di democrazia, ma sono, di contro, uno strumento di oppressione della classe dominante che di tanto in tanto chiama i lavoratori a scegliere quale borghese dovrà massacrarli. Questo vale per tutti i tipi di elezioni: dalle politiche alle comunali. Facciamo un esempio. Alle ultime elezioni politiche la borghesia ha posto ai lavoratori, in realtà, le seguenti domande: "Chi volete che vi scippi il Tfr? Prodi o Berlusconi?", "Chi volete che faccia una finanziaria lacrime e sangue? Prodi o Berlusconi?", "Chi volete che costruisca la base a Vicenza? Prodi o Berlusconi?" e così di seguito. In realtà alle elezioni scegliamo chi attuerà un programma già scritto dalla borghesia…qui sta tutta la democrazia borghese! Quella democrazia che fa scegliere al condannato a morte se morire impiccato o fucilato…
Partendo da questi due assunti basilari, con questi due postulati nel nostro bagaglio teorico, partecipiamo alle elezioni.

 

…e due avanti

 

A questo punto dobbiamo chiederci: perché sarebbe invece un errore non partecipare alle elezioni?
Per noi le elezioni sono un mezzo per propagandare il programma rivoluzionario, un mezzo per avvicinare i lavoratori ed un mezzo per far conoscere il partito. La questione, come ci insegna Lenin, è tattica e non esistono "feticci" di sorta a riguardo. La classe operaia è atomizzata e molti lavoratori, la maggioranza, votano e credono che le elezioni siano un mezzo per migliorare le loro misere condizioni di vita. Il parlamentarismo non è quindi una partita chiusa. Da questa analisi noi dobbiamo partire. Un marxista deve assolutamente propagandare le proprie idee anche su questo campo e non tralasciarlo. Quello che è chiaro per noi non lo è per i lavoratori. Sarebbe un madornale errore, un errore da circolo di intellettuali, rinunciare a presentarsi alle elezioni. Coscienti però che il nostro principale terreno di propaganda sono comunque le lotte che si creano sul territorio, gli scioperi e le agitazioni.
E a chi ci dice che saremo un partito che catalizzerà pochi voti? A loro rispondiamo che il "contare i voti" non è un nostro problema. Il peso elettorale è un problema che tormenta i partiti borghesi, non i partiti comunisti. Quello che conta per noi è sfruttare il momento della campagna elettorale per far conoscere il nostro programma, per avvicinare lavoratori, studenti, precari. Fargli capire che, in definitiva, le loro istanze non potranno essere accolte da un governo borghese che governa per i borghesi alle spalle dei lavoratori. Che i cambiamenti non si ottengono dall’urna ma dalla lotta. E’ questo il senso della nostra decisione di candidarci.
I nostri candidati (ed i nostri eventuali eletti) saranno dei propagandisti del programma rivoluzionario. Un partito che parte da queste considerazioni non avrà paura di propagandare il proprio programma anche sul terreno delle elezioni.

 

Aleksandra Kollontaji

Conferenze sulla liberazione della donna

 

Sabrina Pattarello

 

Aleksandra Kollontaji nasce nel 1872 da una famiglia della nobiltà terriera e a partire dal 1890 milita attivamente nelle organizzazioni antizariste.
Nel 1896 organizza la raccolta di fondi a sostegno dello sciopero degli operai tessili di Pietrogrado e, nel 1917, è la prima donna ad essere eletta nel comitato esecutivo del Soviet di Pietrogrado. Primo membro donna del Comitato Centrale del Partito Bolscevico nel 1917, si pronuncia a favore dell'insurrezione d'ottobre e diviene commissario del popolo all'Assistenza Pubblica nel governo rivoluzionario. Dirigente dell'Opposizione Operaia nel 1920, le sue tesi furono sconfitte nel 1922. La Kollontaji passa alla storia per essere stata la prima donna ambasciatrice, in Norvegia. Il suo allontanamento dall'Urss le permette di non essere liquidata da Stalin, seguendo la sorte comune di tutti gli altri dirigenti bolscevichi del 1917. Muore a Mosca nel 1952.
Di seguito, un breve estratto dalla serie di conferenze da lei tenute all'Università di Sverdlov, dove spiega sistematicamente ad operaie e contadine, membri e simpatizzanti del Partito Bolscevico, i problemi relativi all'oppressione e allo sfruttamento specificamente femminili, prendendo in analisi il periodo che parte dal comunismo primitivo per giungere alla società socialista. Queste conferenze costituiscono un documento prezioso per comprendere come le rivoluzionarie russe affrontarono la liberazione della donna all'epoca, e costituiscono una buona base di partenza per rispondere alle nuove questioni poste dalle attuali lotte del movimento delle donne.

 

12° Conferenza - La dittatura del proletariato: il cambiamento rivoluzionario nella vita quotidiana

 

"Nel corso degli ultimi quattro anni, la nostra repubblica operaia ha estirpato le radici stesse del secolare asservimento della donna. Il nostro governo sovietico mobilita le donne per la produzione, e si sforza di riorganizzare le loro vite su basi completamente nuove. (...)
A partire dall'autunno del 1918, abbiamo adottato in tutte le città il principio delle mense pubbliche. Le mense pubbliche e i pasti gratuiti per bambini ed adolescenti hanno soppiantato l'economia familiare. (...)
Le abitazioni comuni, le case collettive che ospitano famiglie e donne sole, da noi sono largamente diffuse. (...) Nella maggior parte di esse c'è una cucina comunitaria. Le pulizie vengono eseguite da addette alle pulizie salariate. In alcune comunità, ci sono una lavanderia centrale, un asilo nido e un giardino d'infanzia. (...) L'economia familiare individuale scomparirà necessariamente nella misura in cui si accrescerà il numero degli alloggi comuni aventi a disposizione unità abitative individuali arredate secondo il gusto di ciascuno. (...)
In questo periodo di transizione dal capitalismo al comunismo, all'epoca quindi della dittatura del proletariato, è stata ingaggiata una lotta violenta ed aspra che vede contrapposte le forme di vita collettive all'economia familiare privata. (...) Le forme di economia collettiva non riusciranno ad imporsi finché la parte della popolazione più direttamente interessata - le nostre lavoratrici - non parteciperà attivamente al cambiamento.
La riduzione del lavoro socialmente improduttivo della donna nell'economia domestica non è che un aspetto della problematica generale, visto che la donna è al pari responsabile dell'educazione e della cura dei figli. (...) Ma, attraverso la sua politica, il governo dei Soviet protegge la funzione sociale della maternità e solleva notevolmente la donna dal fardello dell'educazione dei figli, facendolo ricadere sulla comunità. (...)
La cura e l'educazione delle generazioni future non sono più compiti privati e familiari, d'ora innanzi se ne occuperanno lo Stato e la società. (...) Per poter pienamente godere del rapporto con il suo bambino, la madre deve essere sollevata dai pesi che la maternità comporta.(...) Beninteso, la Repubblica Sovietica non strappa a forza i bambini alle loro madri, come i paesi borghesi affermano nella loro propaganda per descrivere gli orrori del ‘regime bolscevico'. Mentre le donne borghesi scaricano la cura dei figli su forze lavoro salariate, la repubblica dei Soviet vuole arrivare a che ogni madre, operaia o contadina, possa andare al lavoro a cuor leggero, sapendo che il proprio figlio è lasciato in buone mani all'asilo nido, nel giardino d'infanzia o in colonia. (...) In questi ambienti, pedagoghi e medici si prendono cura dei bambini, spesso aiutati dalle madri stesse (negli asili nidi è obbligatoriamente prevista la presenza materna). (...) Nelle città sono a disposizione di operaie e impiegate asili nido e giardini d'infanzia aziendali, o ancora asili nido e giardini d'infanzia di quartiere. (...) La repubblica dei Soviet deve vigilare affinché la forza lavoro della donna non venga assorbita dal lavoro improduttivo, nel mantenimento della casa o nella cura dei figli, ma venga impiegata con giudizio nella produzione di nuove ricchezze sociali. Inoltre, la società deve proteggere gli interessi e la salute di madri e bambini, per permettere alle donne di conciliare maternità e vita professionale. Il governo dei Soviet si sforza anche di procurare rifugi sicuri alle donne che intendono separarsi dal marito e non sanno dove andare con i figli. Non è ai filantropi con la loro carità umiliante, ma allo Stato Operaio che spetta ormai il compito di venire in aiuto alle donne in difficoltà e ai loro figli. Sono i loro compagni di classe che lavorano per l'edificazione del socialismo, gli operai e i contadini, che devono sforzarsi di sollevare le donne dal peso della maternità. Perché la donna che lavora al pari dell'uomo per ristabilire l'economia e che ha partecipato alla guerra civile è in diritto di esigere dalla collettività che essa la prenda in carico nel momento in cui mette al mondo un futuro membro della società. (...)

Nella società borghese, dove l'economia domestica compressa all'interno dello stretto ambito familiare completa il sistema economico capitalista, le donne non hanno alcuna chance. La liberazione della donna può compiersi solo tramite una trasformazione radicale della vita quotidiana. E la vita quotidiana stessa potrà essere modificata unicamente da un rinnovamento profondo dei processi di produzione, edificato sulle basi dell'economia comunista."*

 

*testo tradotto dal libro A. Kollontaji, Conférences sur la libération des femmes

Spagna 1937: l'esito tragico di una rivoluzione

Guerra civile spagnola e politica dei fronti popolari

 

Ruggero Mantovani

 

La rivoluzione che a metà degli anni Trenta si sviluppò in Spagna, se da un lato è riconducibile ad un movimento operaio e contadino che seppe coniugare la lotta al fascismo con la rivoluzione proletaria, dall'altro s'intreccia con la crisi della direzione politica del proletariato internazionale, che vide la burocrazia staliniana passare dal "centrismo burocratico" (consolidatosi attraverso la dissoluzione delle strutture operaie dello Stato rivoluzionario e la repressione dell'opposizione di sinistra in seno alla III Internazionale Comunista), al "riformismo contro-rivoluzionario", espresso con la politica dei "fronti popolari", che tagliò le ali ad una rivoluzione nata nel cuore dell'Europa imperialistica.

 

Il quadro sociale e politico della Spagna e la necessità della rivoluzione proletaria

 

A metà degli anni Trenta la Spagna era, ad eccezione della Catalogna e dei Paesi Baschi, essenzialmente un paese agricolo. La sua economia, caratterizzata dalla proprietà latifondista della terra, destinava ai contadini poveri piccoli appezzamenti da utilizzare per la loro sopravvivenza. Una struttura semi-feudale dell'economia che produceva effetti tragici per il proletariato: analfabetismo, mortalità infantile e un reddito pro capite tra i più bassi d'Europa. Proprio in quegli anni, Trotsky, prevedendo la politica di fronte popolare imposta dallo stalinismo, ammoniva che "la catena del capitalismo minacciava di rompersi di nuovo nel suo anello più debole: è la volta della Spagna. Il movimento rivoluzionario si sviluppa in questo paese con una forza tale da togliere in anticipo alla reazione mondiale la possibilità di credere al ristabilimento dell'ordine nella penisola iberica (...). Attualmente è impossibile una rivoluzione contadina al di fuori della rivoluzione proletaria (...). Ma lungi dal contrapporre la rivoluzione operaia e contadina alla rivoluzione proletaria, le assimiliamo l'una all'altra. È il solo modo di porre la questione come si conviene (...). Non è il potere borghese che si trasforma per ipertrofia in potere operaio e contadino e, successivamente, proletario; no, il potere di una classe non si trasforma nel potere di un'altra classe, lo si deve strappare con le armi in mano. Ma dopo che la classe operaia ha conquistato il potere, i compiti democratici del regime proletario si estendono inevitabilmente sino a divenire compiti socialisti. Il passaggio organico, e per evoluzione, dalla democrazia al socialismo è possibile solo sotto la dittatura del proletariato. Ecco l'idea centrale di Lenin. Gli epigoni hanno snaturato tutto questo, hanno confuso tutto, tutto falsificato e oggi avvelenano con le loro false idee la coscienza del proletariato internazionale"[1].

La struttura dell'economia spagnola incise inevitabilmente sulla stessa composizione delle classi sociali: se da un lato i possidenti si insediarono nelle principali istituzioni sociali, tant'è che i rampolli della borghesia intraprendevano spesso la carriera clericale e militare, dall'altro il movimento operaio e contadino fu egemonizzato dagli anarchici organizzati nella Fai (Federación Anarquista Iberica) che costituiva la direzione politica della più imponente confederazione sindacale: la Cnt ( Confederación nacional del trabajo). Oltre alla Fai, in Spagna si sviluppò il partito socialista (Psoe) che a sua volta aveva la sua centrale sindacale nella Ugt (Unión General de los Trabajadores) con 200.000 iscritti. Il rifiuto di aderire alle "21 condizioni" della III Internazionale produsse la scissione dei comunisti, da cui nacque il Pce. A sinistra, poi, del Pce, nel 1935 nasceva il Poum (Partito Obrero de Unificacion Marxista), frutto di due scissioni dal Pce: quella guidata da Andreu Nin (ex capo dell'Opposizione di sinistra) che aveva rotto con Trotsky, e Maurin che lasciò il Pce, poiché contrario al settarismo del terzo periodo espresso dalla III Internazionale.

 

Gli avvenimenti

 

Nel 1931 le sinistre repubblicane vincevano le elezioni politiche in molte municipalità della Spagna governata dal re Alfonso XIII, determinando la disfatta della monarchia che, costretta dagli eventi, abbandonò il Paese. La nuova struttura repubblicana fece emergere, nel movimento operaio spagnolo, legittime attese di cambiamento: un grande entusiasmo riscosse, ad esempio, la nuova costituzione. Ma come spesso è accaduto nella storia moderna e contemporanea, le costituzioni espresse dalla borghesia liberale sono state la cornice formale e il tratto ordinamentale con cui i gruppi dominanti hanno sistematicamente tentato di mascherare il conflitto di classe.
Al di là dei camuffamenti normativi, i governi della borghesia spagnola espressero, nei primi anni Trenta, misure legislative organicamente antioperaie: si pensi, ad esempio, alle leggi denominate "in difesa della Repubblica", con cui vennero intaccati i principali diritti dei lavoratori, ad iniziare dal diritto di sciopero, definendo, ad esempio, "atti di aggressione" gli scioperi non concordati otto giorni prima con le istituzioni.
Una politica antipopolare che si espresse, nel gennaio 1933, con uno spietato massacro di scioperanti a Casas Viejas messo in atto dalla vecchia Guardia Civil che, avvalendosi della spietata Guardia d'Assalto, di lì a poco divenne il braccio armato della borghesia spagnola. La politica liberticida contro il movimento operaio e contadino costituì il principale motivo del disfacimento del governo repubblicano ma, al contempo, mise ben in evidenza la crisi di direzione dei partiti operai: sconforto e disorientamento favorirono l'ascesa della destra e l'inizio di quello che passò alla storia come il "Biennio Negro".
Nel novembre del 1933 alle elezioni delle Cortes la destra prevalse e Lerroux formò un governo composto da radicali e una confederazione delle destre (Ceda), il cui leader Gil Robles, nella Spagna prefranchista, si ritagliò un ruolo centrale nella mediazione degli interessi, spesso contrapposti, espressi dal latifondismo e dal capitalismo industriale. Ma la vittoria della destra, lungi dall'arrestare le mobilitazioni, coincise con l'avvio di un ciclo di lotte più radicali, di cui i minatori delle Asturie furono i protagonisti. La reazione dell'esercito non si fece attendere: malgrado un'eroica resistenza delle milizie operaie, il governo realizzò spietate repressioni (guidate dalla sanguinosa Legione Straniera con un ruolo centrale del generale Francisco Franco), che lasciò sul campo circa 3.000 proletari morti e migliaia di arrestati. In particolare nel 1934-35 in Spagna si realizzò un fenomeno simile a quello austriaco: una fascistizzazione del Paese in assenza di un formale regime fascista.
La mancanza di una direzione conseguentemente marxista dei partiti operai fece emergere l'inadeguatezza delle burocrazie centriste e riformiste a porre un argine politico all'ascesa liberticida delle destre: paradossalmente, il governo entrò in crisi nel febbraio del 1936, non sotto la pressione della sinistra spagnola, ma a seguito di uno scandalo finanziario che travolse il Ministro Lerroux, imponendo nuove elezioni politiche.
Il 15 gennaio del 1936 i partiti operai (Partito comunista, Poum e Partito Sindacalista), sottoscrissero con i due partiti repubblicani (l'Unione Repubblicana e la Sinistra repubblicana di Azana) un programma comune per le elezioni delle Cortes. I partiti repubblicani, malgrado ridotti a "fantasmi della borghesia" (così li definiva Trotsky), da quella coalizione uscirono profondamente rafforzati. Furono i partiti della borghesia liberale, in definitiva, a stendere il programma del "fronte popolare", un programma tutto arroccato a difesa della proprietà privata e della rendita agraria, che, al di là della promesse di una maggiore razionalizzazione della gestione delle istituzioni pubbliche nel campo delle finanze e delle municipalità, escludeva qualsiasi ipotesi di nazionalizzazione delle terre e del controllo operaio sul capitale industriale.

 

Il fronte popolare e il golpe franchista

 

Nel febbraio del 1936, la coalizione espressa dal Fronte Popolare ebbe la meglio sulla destra, anche grazie alla posizione assunta dagli anarchici organizzati nella Fai, i quali, benché avvezzi al boicottaggio elettorale, pur non partecipando alle elezioni, diedero indicazione di voto per le sinistre spagnole, permettendo, di conseguenza, la vittoria del Fronte Popolare. All'indomani delle elezioni, si formò un esecutivo composto da radicali e repubblicani con l'appoggio esterno dei partiti del movimento operaio: Casares Quiroga fu eletto primo ministro e Azana (leader della sinistra repubblicana) divenne Presidente della Repubblica subentrando ad Alcala Zamora.
La burocrazia staliniana, dal canto suo, incoraggiò la politica di "fronte popolare" sia in Spagna e sia in Francia, tentando di teorizzare un fantomatico, quanto incomprensibile, "fronte unico di allargamento proletario". Ma, al di là della fuorviante concezione staliniana sul fronte unico e le pericolose illusioni coltivate dai partiti della sinistra spagnola, il movimento operaio riavviò un ciclo di lotte più radicali arrivando a liberare manu militari i prigionieri delle Asturie: in particolare, i contadini, non vedendo né annunciata né tanto meno realizzata una riforma agraria contro il latifondismo, occuparono le terre, dimostrando che solo il proletariato organizzato poteva risolvere i problemi che assillavano le classi subalterne spagnole. Un protagonismo del movimento operaio e contadino a cui la borghesia guardò da subito con grande preoccupazione, al punto di sostenere il golpe preparato, tra l'altro pubblicamente, da un gruppo di generali con a capo Francisco Franco: un golpe che si avvalse della complicità del fascismo italiano, tedesco, oltre che della Chiesa cattolica, ossessionata dal viscerale anticlericalismo che caratterizzava il movimento operaio spagnolo.
Il putsch venne realizzato con sanguinosi massacri in particolari ad opera dei mercenari assoldati tra le truppe marocchine (i terribili "moros"), che si vendicarono crudelmente delle violenze subite durante la dominazione coloniale: una politica, quella coloniale, tra l'altro, mai messa in discussione dal governo di "fronte popolare".
Il 17 luglio del 1936 Francisco Franco realizzava il golpe, ma, tra il 19 ed il 20 dello stesso mese, in molte località della Spagna le avanguardie operaie e contadine decisero di passare alle armi: a Barcellona, Guadalajara, Toleda Cuenca nascevano organismi di autogoverno operaio e contadino (i consigli), con vere e proprie milizie armate. Organismi di potere proletario che si contrapponevano al democraticismo borghese del governo espresso dal "fronte popolare", il quale, sperando di trovare un accordo con i generali, minimizzava il golpe rifiutando di consegnare le armi alle milizie operaie, le uniche che, con azioni di guerriglia, avevano (malgrado le enormi perdite di vite umane) dimostrato di poter vincere la reazione golpista.
Ma le direzioni delle organizzazioni operaie - Poum e Fai comprese - erano, seppur in forme differenti, bloccate dal rapporto con il governo: una dipendenza politica dalla borghesia liberale che rese impossibile una direzione autonoma del movimento operaio; l'unica che avrebbe permesso di vincere la reazione golpista e realizzare una rivoluzione che avrebbe sconvolto l'Europa imperialista e la stessa burocrazia staliniana.
L'opportunismo espresso dalle direzioni dei partiti operai vide Trotsky, in controtendenza a tutte le direzioni del movimento operaio internazionale, attaccare duramente le "illusioni" sul governo di fronte popolare, ricordando come l'esempio più alto di Fronte Popolare si ebbe con la rivoluzione di febbraio del 1917 ..." e come all'alleanza con il partito cadetto i bolscevichi contrapposero "un vero e proprio governo operaio e contadino"; ed ammoniva a porre "la borghesia fuori dal Fonte Popolare (Lettera al Partito socialista rivoluzionario, Belgio, luglio 1936).
La collaborazione di classe con la borghesia rappresentò, in definitiva, un gravissimo errore: la borghesia liberale, legata al capitalismo industriale, aveva, nelle specifica condizione della Spagna, necessità di costruire un proprio Stato, simile a quello dei Paesi capitalistici più avanzati; ma, trovandosi a fronteggiare sia la reazione dei latifondisti (ben rappresentati dal generale Franco), sia il movimento operaio (che con le sue lotte radicali metteva a rischio l'organizzazione capitalistica dell'economia), ritenne di inglobare la direzione del movimento di massa, assegnando, non a caso, l'esecutivo a Caballero, storico rappresentante della sinistra del Psoe, che, malgrado le sue ambiguità (sul finire degli anni Venti era stato consigliere del dittatore Primo de Rivera), aveva lealmente solidarizzato con gli insorti delle Asturie, pagando la sua scelta, come d'altronde decine di migliaia di proletari, con il carcere.

 

La comune di Barcellona

 

Un secondo momento significativo della guerra civile spagnola è senz'altro quello compreso tra settembre 1936 e maggio 1937: dalla formazione alla caduta del governo Caballero. L'Urss, dopo non poche esitazioni, inviava in Spagna armi per combattere Franco. In verità, la burocrazia mandava meno armi di quanto realmente ne servissero e con una discutibile efficacia: non è un caso che i vecchi fucili che implodevano dopo qualche sparo erano destinati alle milizie non controllate dagli stalinisti. La situazione, nel 1937, mostrava ancora una grande potenzialità per la guerra rivoluzionaria in Spagna: i militanti internazionalisti che giunsero da tutto il mondo, oltre ad imbracciare i fucili, spesso inutilizzabili, avviarono una propaganda politica tra i proletari "in camicia nera": il risultato fu straordinario oltre a conquistare Guadalajara, moltissime di quelle "camicie nere" si arresero senza sparare neppure un colpo di fucile.
Ma, in controtendenza ai sentimenti di molti militanti internazionalisti e delle milizie operaie, il secondo esecutivo del governo di "fronte popolare", sostenuto da repubblicani, comunisti, anarchici e Poum (quest'ultimo ne fu escluso nel dicembre 1936), prese misure che lo fecero entrare in rotta di collisione con il movimento di massa: negazione delle collettivizzazioni nate dalle insurrezioni popolari, rifiuto di concessioni alle rivendicazioni anticoloniali del proletariato marocchino, trasformazione- in combutta con i vertici del Cremlino e del Pce - delle milizie operaie in un esercito a disciplina borghese. D'altra parte l'influenza dello stalinismo spagnolo era obbiettivamente amplificata dal peso internazionale dell'Urss, ma anche dall'apporto di molti militanti che provenivano da tutto il mondo per combattere nelle Brigate internazionali.
In queste condizioni lo scontro nello schieramento antifranchista fu inevitabile. Nella primavera del 1937 il governo di "fronte popolare" mostrò chiaramente la sua natura di classe: Negrin, socialista di destra sostenuto e voluto dagli stalinisti (succeduto a Caballero), sostituì, ai confini della Catalogna, le guardie anarchiche con militari fedeli al governo, causando inevitabilmente scontri armati; nei confronti di Cnt-Fai e Poum avviava una campagna diffamatoria che, in linea alla peggior invettiva staliniana, definì queste organizzazioni "la quinta colonna del fascismo", mettendo, tra l'altro, al bando i loro organi di stampa e radiotelefonici; dichiarò illegale l'uso delle armi, ovviamente per i dissidenti del "fronte popolare", dando vita ad una sanguinosa repressione delle milizie operaie.
L'evento più significativo del 1937 è sicuramente quello che passerà alla storia come la "rivolta di Barcellona": la legittima resistenza dei consigli operai armati, che fin dal luglio 1936 occuparono e fecero funzionare la centrale elettrica, contro i continui tentativi di allontanarli con l'uso della forza da parte della polizia del governo di fronte popolare (Asaltos), in cui erano presenti ufficiali staliniani. Malgrado un'eroica resistenza e le barricate erette in tutta la città, con la Cnt-Fai e il Poum incapaci di una reale direzione delle lotte, gli operai in rivolta contro il governo furono repressi duramente nel sangue. Dopo la mattanza a Barcellona iniziò una dura repressione staliniana.
Gli anarchici Berneri e Barbieri furono uccisi e grazie a Negrin iniziò la caccia agli anarchici non governativi e ai "trotskisti". I principali dirigenti del Poum vennero arrestati: Andreu Nin scomparse in un carcere clandestino staliniano; altri dirigenti furono condannati a morte per alto tradimento; il Gruppo bolscevico-leninista legato a Trotsky venne polverizzato con l'accusa di aver assassinato un agente della Gpu. A quel punto l'avanzata franchista fu inarrestabile: nel giugno 1937 cadde Bilbao, nel febbraio 1938 l'Aragona, nel 1939 fu la disfatta per Barcellona. Nel marzo del 1939 il colonnello Casado e il generale Miaja, i socialisti di destra Besteiro e Welceslao e l'anarchico Cipriano Mera, realizzarono una giunta che escluse i comunisti, tentando di trattare con Franco una resa. Ma il 31 Marzo 1939 Franco, ormai vittorioso, non accettò nessun compromesso con ciò che rimaneva del fronte popolare e diede l'avvio al regime fascista spagnolo.

 

Conclusioni

 

L'esperienza spagnola non è stata il frutto di errori contingenti e imprevedibili. Al contrario, essa è la rappresentazione autentica della linea politica seguita dal Comintern, riproposta in Francia e qualche anno dopo - nello spirito di Yalta - durante la resistenza, in Italia e in Grecia. In tutte queste esperienze si svilupparono straordinari movimenti di massa, dimostrando che solo la lotta rivoluzionaria per il socialismo avrebbe sconfitto la reazione. Il fronte popolare spagnolo è stato, da questo versante, il prodotto politico più aberrante della linea controrivoluzionaria della burocrazia moscovita: non solo per la particolare crudeltà con cui venne repressa la rivoluzione, ma soprattutto perchè quella rivoluzione avrebbe incendiato l'Europa occidentale, riattualizzando la necessità della rivoluzione in Europa come preludio della rivoluzione mondiale.
La tragedia spagnola ha messo ben in evidenza che malgrado gli eroici tentativi del proletariato, mancò una direzione rivoluzionaria: mancò un partito autenticamente marxista capace di mantenere la barra dell'autonomia dalla borghesia e risolvere il dualismo di potere (governo di fronte popolare da un lato e consigli operai e contadini dall'altro) nella prospettiva di assegnare tutto il potere ai soviet. Il tentativo sistematico da parte stalinista e riformista, di eliminare nella memoria storica del proletariato la disastrosa tattica dei fronti popolari in tutti i Paesi dove è stata perseguita, conferma ancora una volta che il compromesso di classe fra gli "agenti della borghesia" nel movimento operaio, di ieri e di oggi, e la borghesia liberale ha costantemente generato grandi sconfitte per la classe operaia internazionale e che in assenza di una prospettiva socialista il proletariato rimarrà costretto nelle catene della barberie del capitalismo.

 



[1] L. Trotsky, La rivoluzione spagnola e i compiti dei comunisti, in Lev Trotsky, Scritti 1929-1936, Milano, Mondadori, 1970.

1977: le uova rotte nel paniere

A trent'anni dalla protesta che ha segnato la fine di un ciclo di lotte

 

Fabiana Stefanoni

 

 

Febbraio 1977: l'università di Roma è occupata dall'inizio del mese, sull'onda di una protesta studentesca che ha avuto inizio il 24 dicembre a Palermo, con l'occupazione della facoltà di lettere. Il casus belli è la "circolare Malfatti", che vieta agli studenti di sostenere più esami sulla stessa materia: un primo passo verso lo smantellamento delle conquiste ottenute dagli studenti nel Sessantotto, con la controriforma complessiva dell'ordinamento universitario. Il ministro democristiano della Pubblica istruzione del governo Andreotti, infatti, intende reintrodurre restrizioni nella compilazione dei piani di studio, abolire gli esami d'appello mensili, introdurre due livelli di laurea, aumentare le tasse. In altre parole: si intende compiere un passo indietro rispetto alle conquiste strappate dalla piazza, approfittando del relativo arretramento delle lotte operaie.

 

La protesta dilaga

 

La goccia che fa traboccare il vaso, il 1° febbraio, è l'incursione armata, da parte di un gruppo di fascisti del Fuan (l'organizzazione studentesca dell'Msi), nell'aula universitaria in cui è in corso un'assemblea contro la riforma Malfatti: due studenti vengono feriti, uno gravemente, colpito da un proiettile alla nuca. Viene proclamata immediatamente l'occupazione della facoltà: la protesta si propaga alle università di Torino, Pisa, Cagliari, Sassari, Bologna, Milano, Padova. Per il giorno dopo è indetta una manifestazione antifascista: 50 mila studenti manifestano contro i fascisti e contro la Malfatti. Si verifica anche una sparatoria, dopo una delle provocazioni - molto frequenti nelle manifestazioni di quegli anni - di poliziotti in borghese con licenza di uccidere: due agenti in borghese cominciano a sparare, prima con la pistola. Rispondono alla provocazione, come spesso in quegli anni, due esponenti dell'Autonomia, che sparano a loro volta. Risultato: gli agenti imbracciano il mitra e sparano a raffica sulla folla.
È una scena che si ripete qualche mese dopo, il 12 maggio, quando Giorgiana Masi, simpatizzante di Lotta continua, partecipa a un sit-in organizzato dai Radicali a piazza Navona in occasione dell'anniversario del referendum sul divorzio: la polizia carica, i manifestanti fuggono e Giorgiana viene ammazzata da un poliziotto in borghese che spara, coperto dagli altri poliziotti. Nessun partito, nemmeno il Pci, emette un comunicato di condanna.
Ma ritorniamo a febbraio: in tutta Italia si moltiplicano le manifestazioni studentesche, le occupazioni, a Roma le attività didattiche sono bloccate per 11 giorni. Gli occupanti rivendicano il salario generalizzato per chi ha più di 18 anni, la diminuzione delle ore di lavoro nelle fabbriche e l'aumento di quelle di studio per gli studenti lavoratori: il tentativo è quello di saldare le lotte studentesche a quelle operaie. Centinaia di migliaia di studenti in tutta Italia esprimono la loro solidarietà al movimento studentesco romano.

 

E il Pci che fa?

 

"Ci troviamo di fronte a gruppi squadristici armati che tentano di innescare una nuova fase della strategia della tensione. Il raid dei fascisti del Msi all'università e la violenza dei provocatori cosiddetti autonomi sono due volti della stessa realtà: gli uni e gli altri puntano sulla violenza e sul terrorismo": sono le parole del responsabile dei problemi dello Stato per il Pci, Pecchioli. Sono le stesse espressioni che utilizzerà Berlinguer: tutti, studenti e autonomi, bollati come "fascisti", "squadristi", "untorelli". Come ha di recente ricordato Cossiga, allora ministro degli Interni, responsabile della pesante repressione del movimento con tanto di blindati nelle piazze, "Berlinguer pose come condizione (...) che io rimanessi al Viminale (...). Dal Pci non vennero mai critiche alla linea dura" (Corriere della sera, 25/1/2007).
La posizione del Pci emergerà chiaramente dopo la celeberrima "cacciata di Lama" dall'università di Roma: di fronte alle proteste verbali degli studenti, che lanciano slogan contro la "politica dei sacrifici" voluta della sinistra sindacale e istituzionale, il servizio d'ordine del sindacato carica pesantemente gli studenti. Quando poi viene negato agli studenti un intervento dal palco, si scatenano gli scontri. Lama, che era arrivato con l'intenzione di convincere gli studenti a rinunciare alle proteste ("Gli operai nel '43 hanno salvato le fabbriche dai tedeschi, voi adesso dovete salvare le università perché sono le vostre fabbriche"), è costretto a interrompere il comizio e a scappare.
L'Unità, organo del Pci, definirà senza mezzi termini "impresa squadristica" la protesta studentesca. Berlinguer, alla prima uscita pubblica dopo i fatti di Roma, dichiarerà: "Occorre non lasciare spazio ad azioni di tipo teppistico o squadristico, azioni che non a caso richiamano il 1919".

 

Una scelta di campo

 

Perché fare di tutta l'erba un fascio? Perché condannare tutto il movimento, prendendo a pretesto il feticismo della violenza di alcuni gruppi (minoritari) dell'estrema sinistra? La risposta sta nel contesto politico e sociale di quegli anni. Dopo la metà degli anni Settanta, l'Italia è nel mezzo di una recessione economica che non solo aggrava le condizioni della popolazione studentesca (destinata alla disoccupazione) ma che induce la borghesia italiana a intraprendere un processo inverso a quello portato avanti negli anni successivi al Sessantotto: se allora una serie di concessioni alla classe operaia si era resa necessaria per tentare di controllare le masse, ora è tempo, per il padronato italiano, di "riprendersi quel che è stato tolto". Contando sul fatto che la protesta operaia, anche grazie alle direzioni sindacali e al Pci, è in parte rientrata nei ranghi, si tratta di cominciare a smantellare, con una serie di controriforme, quanto era stato concesso agli operai. Per fare questo, indispensabile è l'appoggio dei sindacati e del partito che ha maggiore influenza nella classe operaia italiana, appunto il Pci.
Confederazioni e Partito comunista rispondono all'appello del padronato. Il 20 giugno 1976 si svolgono le elezioni: la Dc ottiene il 38,7% dei voti, il Pci ben il 34,4%, il Psi il 9,6% (Dp prende solo l'1,5% dei voti, dopo una campagna basata sulla parola d'ordine al ribasso del "governo delle sinistre"). La prospettiva che si apre, già delineata nel 1973, è quella del "compromesso storico", cioè di un governo basato sull'alleanza dei democristiani e dei comunisti del Pci, a coronamento di trent'anni di ambiguità del Pci stesso sul terreno della collaborazione di classe. Ma i tempi non sono ancora maturi, per il Pci è ancora periodo di esami, dovrà dare garanzie di credibilità al padronato italiano: nasce quindi il governo Andreotti, monocolore Dc, con l'astensione del Pci (detto per questo "governo delle astensioni"). Cossiga è ministro dell'interno, Ingrao presidente della Camera (dallo scranno non mancherà di esprimere nel corso di tutto l'anno la sua solidarietà alle forze dell'ordine, responsabili in quegli anni della morte di decine di giovani, studenti e operai).
Anche le Confederazioni sindacali fanno la loro parte: si comincia con il ritiro dello sciopero generale del 12 dicembre 1976 contro le prime misure antipopolari del governo, poi si passerà, il 26 gennaio del 1977, a un accordo che abolisce 7 festività corrispondenti a 56 ore di lavoro in più per i lavoratori e modifica il funzionamento della scala mobile. La Cgil cerca di convincere gli operai che per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori è necessario incrementare i profitti: di qui, la litania dei "sacrifici", della pretestuosa lotta al consumismo, che ha in Berlinguer uno dei suoi alfieri e che è funzionale a tener buoni e zitti i lavoratori.
I giochi sembrano fatti, sennonché arriva, a rompere le uova nel paniere della concertazione, la protesta degli studenti. Il paniere è ricco e ghiotto, per questo la reazione è così dura: tutti fascisti, squadristi, teppisti. Eppure, la mattina dopo la cacciata di Lama, l'assemblea degli studenti romani approva un documento inequivocabile, che chiede il "ritiro del progetto di riforma Malfatti e di quello del Pci sull'Università; lo sciopero generale nazionale contro il governo per aprire un fronte di lotta nuovo e di massa sull'occupazione. Il movimento sa che questi obiettivi significano il rifiuto della politica dei sacrifici, della logica delle compatibilità capitalistiche rispetto alla crisi". È proprio il timore di una saldatura col movimento operaio - che spaventa molto più delle P38 degli Autonomi, utili invece a giustificare la repressione - che induce il Pci a toni tanto pesanti. Toni che non si ammorbidiranno nemmeno dopo l'assassinio a freddo l'11 marzo a Bologna, di uno dei portavoce del movimento studentesco bolognese, Francesco Lorusso (a sparare, con l'intenzione di uccidere, è un carabiniere che resterà impunito); nemmeno dopo gli arresti "sommari" di 46 militanti del movimento (che indurranno alcuni intellettuali francesi, tra cui Sartre, a scrivere un appello contro la repressione dello Stato, anche per il silenzio assordante dell'intellettualità codarda di casa nostra); nemmeno di fronte ai divieti di manifestare imposti dal ministro dell'interno; nemmeno di fronte all'uso e abuso della famigerata legge Reale, con il fermo di polizia, l'assenza di limiti alla carcerazione preventiva, l'ampliamento della possibilità di utilizzare le armi da fuoco per le forze dell'ordine.
Il Pci, in alleanza di ferro con la borghesia italiana, è riuscito nel suo intento di reprimere la mobilitazione. Ma è anche responsabilità politica della sinistra extraparlamentare di quegli anni, appiattita su posizioni movimentiste o anarcoidi, la dispersione delle migliori potenzialità del movimento. Mancava un partito rivoluzionario in grado di guadagnare, con un programma transitorio, le masse a una prospettiva socialista (purtroppo nemmeno i trotskisti furono in grado di costruirlo[1]). La conseguenza è stata che il '77 ha segnato l'epilogo di un ciclo di lotte iniziate alla fine degli anni Sessanta, inaugurando la "stagione del riflusso" e delle controriforme: ultimo importante momento è la manifestazione dei metalmeccanici del 2 dicembre 1977 a Roma, con la presenza di 250 mila manifestanti.

 

 

Il '77 nei racconti di oggi

 

In occasione del trentesimo anniversario di quell'anno, sono stati pubblicati alcuni libri. Quello che ha goduto di maggior pubblicità - esposto in bella vista nelle vetrine delle librerie - è 1977. L'ultima foto di famiglia, di Lucia Annunziata (Enaudi): una ricostruzione sommaria dei fatti di quell'anno da una dei tanti protagonisti. Il filo della ricostruzione si regge attorno a una tesi impressionista: il '77 uccise simbolicamente, con la cacciata di Lama, il padre comunista (tesi mutuata da un romanzo, noioso, uscito pochi mesi prima: Piove all'insù, di Luca Rastello, Bollati Boringhieri). Non vale la pena di leggerlo, nemmeno per curiosità. Oltre a questo ricordiamo - accanto alla ripubblicazione di un libro di Marco Grispigni già uscito nel 1997, edito dalla manifestolibri - Ali di Piombo, di Concetto Vecchio (Bur) e Rose e pistole, di Stefano Cappellini (Sperling & Kupfer). Il primo, che ha il pregio di ripercorrere il 1977 seguendo le vite dei protagonisti con piglio da romanzo e di essere abbastanza attendibile nella ricostruzione dei fatti, si basa tuttavia su una chiave di lettura priva di alcun valore storico (oltre che aberrante dal punto di vista politico): il 1977 sarebbe stato un anno che conosce un'esplosione generalizzata di violenze (furti, omicidi, risse, sparatorie) di cui l'ideologia politica dei vari gruppi è solo un'espressione pretestuosa. Il secondo, invece, se riporta alcuni documenti interessanti (a partire da alcuni testi prodotti dalle assemblee studentesche) allo stesso tempo riporta i fatti e le vicende sempre dal punto di vista del vincitore: sono quasi sempre i manifestanti a sparare per primi, costringendo i poliziotti a rispondere al fuoco...
Ciò che più disgusta, di questo revival letterario, è che sarà il mandante degli omicidi di piazza di quegli anni a presentare alcuni di questi libri nei salotti letterari. Lui, Cossiga, che dichiara oggi con orgoglio di aver mandato "i blindati a travolgere i cancelli dell'università di Roma e rioccuparla dopo la cacciata di Lama; poi inviando a Bologna, dopo la morte di Lorusso, i blindati dei carabinieri con le mitragliatrici"[2].

 



[1] Il trotskismo in quegli anni in Italia era rappresentato dai Gcr di Maitan e Turigliatto (sezione italiana del cosiddetto Segretariato Unificato della Quarta Internazionale di Mandel). I Gcr, ancora indeboliti dall'esplosione dell'organizzazione avvenuta dopo il Sessantotto da cui nacquero tutte le organizzazioni dell'estrema sinistra, si accodavano alle posizioni movimentiste, ritenendo superflua la costruzione di un partito trotskista.

[2] Intervista al Corriere della sera, 25 gennaio 2007. Nella stessa, Cossiga afferma, rispondendo al giornalista che gli chiede se pensa di aver "soffiato" sul fuoco del '77: "La miglior risposta la potrebbe dare Fausto Bertinotti. Quell'anno lo incontrai a Torino. Parlammo a lungo. Tornato a casa, disse alla moglie: questo è il ministro dell'Interno più democratico che potessimo avere".

 

Francia, presidenziali del 2007

Quale programma per i rivoluzionari

 

Raoul (*)

 

 

Lutte Ouvrière e la sua ricerca della rivoluzione...

 

Questa sera abbiamo cercato ancora una volta, disperatamente, il programma e gli obiettivi che Lutte Ouvrière (Lo)[1] si prefigge in questa campagna elettorale per le elezioni presidenziali. Ma non abbiamo trovato nulla! Nulla! Arlette Laguiller[2] stessa ha del resto appena confermato questo vuoto politico siderale, intervistata su France 3 (canale Tv nazionale) giovedì 15 febbraio. Per riprendere il commento del giornalista: "ho avuto ben da cercare sul sito di Lo e di Arlette Laguiller, ma non ho trovato nessun programma."
Quindi, i soli elementi su cui basarsi sono i discorsi della Laguiller alle assemblee pubbliche di Lo (reperibili sul sito www.arlette-laguiller.org). Nessun programma d'azione e ancor meno di lotta.
Le elezioni possono essere una tribuna che consente al partito rivoluzionario di costruirsi, di propagandare il proprio programma e i suoi obiettivi. Ma per fare ciò occorre essere pedagogici per convincere e spiegare: indicando un ponte tra le rivendicazioni immediate dei lavoratori e la prospettiva del socialismo.
Tutto ciò implica però, come minimo, una comprensione della realtà della lotta di classe in Francia. Lotta di classe marcata dal rifiuto del Tce (Trattato costituzionale europeo), dalla rivolta delle banlieues e dalle mobilitazioni contro il Cpe (Contratto di primo impiego); un insieme di lotte di classe che hanno fatto indietreggiare (parzialmente) il governo. Si tratta di avvenimenti imprescindibili per comprendere la situazione politica in Francia: portano il segno della combattività della classe operaia e dei suoi alleati.
Al contempo, questi fatti permettono di mettere il dito nella piaga. Dopo aver dichiarato che la vittoria del No alla costituzione europea è stato possibile grazie ai voti dell'estrema destra; dopo aver condannato la rivolta (e la gioventù) delle banlieues; Lo si rifiuta di costruire un ponte tra le rivendicazioni immediate dei lavoratori e la prospettiva del socialismo. Lutte Ouvrière [che significa Lotta Operaia, ndt] rifiuta insomma di essere uno strumento per le lotte operaie...
La Laguiller afferma: "Una candidata che combatte contro il sistema non ha che una sola possibilità di essere eletta: essere trasportata da una lotta sociale potentissima, dall'azione collettiva di milioni di sfruttati. Ma, anche laddove fossi eletta in simili circostanze eccezionali, io non potrei fare nulla senza che l'azione della classe operaia si estendesse ben al di là delle elezioni. Noi non siamo in una situazione del genere oggi. Ma io mi candido per indicare al mondo del lavoro questa prospettiva, la sola che può sfondare il muro del denaro e di tutti coloro che lo difendono."
Certo, ci sono dei ritmi da rispettare ma se continua ad aspettare il momento "ideale" della "grande serata rivoluzionaria" [espressione della Laguiller che si riferisce alla sera prima dell'alba rivoluzionaria, ndt], Lo finisce per correre dietro a una chimera. E peraltro non a una sola chimera!
Il socialismo non si costruirà per incanto e non basta dichiarare che "Senza sottomettere a un controllo coloro che possiedono e dirigono a loro profitto tutta l'economia, non si può impedire i licenziamenti." Bisogna anche rendere questa prospettiva comprensibile per i lavoratori, e dunque bisogna spiegare come potremo raggiungere un obiettivo simile, per quali vie, con quali mezzi.
Per fare ciò è necessario sottolineare un elemento centrale per la lotta di classe in Francia e in Europa: la mondializzazione capitalista. Perché l'Unione Europea e le sue direttive sono il quadro in cui si materializzano gli attacchi contro i lavoratori. La politica completamente pro-capitalistica condotta dall'Ue rappresenta, nei fatti, la concretizzazione dei bisogni e delle contraddizioni del capitalismo nell'era dell'imperialismo. Ed è al servizio di queste politiche che si sono messi tutti i rappresentanti - di sinistra o di destra - della borghesia francese.
In questo senso, la vittoria del No alla costituzione europea costituisce prima di tutto un rifiuto dell'Europa capitalista da parte della classe operaia; e questa vittoria ha aperto la strada alle successive mobilitazioni contro il Cpe. Eludere queste questioni significa eludere la prospettiva concreta del socialismo e la necessità di costruire un'Internazionale. Non si possono avere risposte "autarchiche" alle delocalizzazioni, alle politiche razziste; non si può avere un controllo sui conti e le finanze delle aziende multinazionali se non si controllano i flussi finanziari mondiali. Senza una politica e un'organizzazione internazionalista, le giuste esigenze che pone Lo risultano stonate... e girano a vuoto! Ora, su questo punto - determinante per i lavoratori, i giovani e i militanti - Lutte Ouvrière non propone assolutamente nulla.

 

La Lcr: anticapitalista o riformista?

 

Il programma della Lcr (Lega Comunista Rivoluzionaria)[3] esordisce sulle mobilitazioni (Cpe, rivolta delle banlieues, ecc.) e afferma: "Noi dobbiamo costruire un movimento unitario capace di affrontare direttamente il padronato e di rimettere in causa l'insieme delle politiche liberali." (v. www.besancenot2007.org)[4]. La Lcr propone dunque delle misure "sotto forma di un piano d'urgenza per rispondere agli bisogni immediati"; delle rivendicazioni che, in generale, sono corrette. Tuttavia, se la condanna dell'Europa liberale è presente, questo programma non pone chiaramente la necessaria rottura con l'Europa di Maastricht, con l'ordine capitalistico europeo.
Il programma della Lcr rimane congelato in un anticapitalismo di facciata in quanto non è legato ad alcuna prospettiva di società. Nessuna parola sul socialismo. Del resto, questa parola (una parolaccia per la Lcr?) non compare mai nel suo programma. Ma soddisfare i bisogni sociali di tutti e di tutte non si può fare senza una rottura con il capitalismo, per il socialismo. Così come Lo, anche la Lcr non indica alcun ponte tra le rivendicazioni immediate dei lavoratori e - per citare il suo programma - la necessaria e urgente "soddisfazione dei nostri bisogni sociali fondamentali." Per quale via potremo raggiungere questo obiettivo? Mistero! Quale prospettiva di società difende la Lcr? Si ha un bel porsi questa domanda!
In ogni caso, è chiaro che la prospettiva di "un'Europa sociale" difesa dalla Lcr ha fatto una vittima: il socialismo. Le misure riformiste - nel senso classico del termine - proposte dalla Lcr non possono essere imposte ai capitalisti e alla borghesia, nemmeno attraverso una mobilitazione massiccia. Perché, per parafrasare Lenin, ciò che i lavoratori guadagnano con uno sciopero, la borghesia fa in modo di riprenderselo con gli interessi. La mobilitazione è necessaria e può essere vincente... nell'immediato. Ma senza la presa del potere politico da parte dei lavoratori e l'espulsione della borghesia dal potere, non ci sarà alcuna soddisfazione dei bisogni sociali fondamentali. L'anticapitalismo non è un fine in sé e ancor meno un progetto di società.
Effettivamente, "la vera questione è di sapere come imporre simili scelte sociali che rimettono in discussione il potere padronale, la proprietà privata dei mezzi di produzione." Per fare ciò, oggi noi abbiamo bisogno di un partito che difenda la prospettiva del socialismo nelle lotte, e nelle urne, se serve. Una "forza anticapitalistica" non basta a rovesciare il capitalismo, senza un progetto di società, senza un metodo per l'azione nella prospettiva della presa del potere da parte del proletariato. Una "forza anticapitalistica" non potrà fermare gli attacchi del capitalismo predatore contro i lavoratori e i giovani, senza spiegare, quotidianamente, che un'altra società - socialista - è possibile.
Bisogna lanciarsi all'assalto del cielo! (per parafrasare ancora Lenin). Ebbene sì, perché no?
A cosa serve altrimenti un movimento, un fronte anticapitalista per il socialismo, capace di raggruppare i lavoratori, i giovani e i militanti? Perché altrimenti una struttura che raggruppi largamente - e senza settarismi - tutti coloro che sono disposti a lanciarsi all'assalto del cielo?
Le elezioni sono uno specchio deformato della lotta di classe. E' per questo che - quando decidono di parteciparvi - i rivoluzionari devono porre degli obiettivi chiari, precisi e subordinati a una prospettiva di società. Ma non solo. Bisogna anche presentare il socialismo come una prospettiva concreta per i lavoratori; ciò che implica un metodo transitorio, una pedagogia per costruire un ponte tra le rivendicazioni immediate dei lavoratori e la rivoluzione socialista.

 

Serve un'altra prospettiva

 

Ora, a nostro avviso Lutte Ouvrière non risponderà alle attese e alle speranze dei lavoratori predicando il socialismo in maniera astratta, senza legarlo alla realtà della lotta di classe in Francia e in Europa. Non basta neanche denunciare il capitalismo e i suoi lacché di sinistra o di destra, bisogna anche contrapporre a loro un programma d'azione odierno per il socialismo.
Quanto alla Lcr, di rinuncia in rinuncia, tende ormai a diventare un partito "anticapitalista" senza una prospettiva di società. Tende insomma a diventare un partito riformista più o meno radicale, nel senso classico del termine. Senza più la prospettiva della dittatura del proletariato e dunque senza più presa del potere da parte dei lavoratori. Il che significa che la democrazia operaia, il potere dei produttori, non potrà mai imporsi.
Esiste tuttavia una differenza fondamentale tra queste due organizzazioni. Lo non nutre alcuna illusione verso il Partito Socialista e giustamente gira le spalle tanto alla destra quanto alla sinistra. Perché "non si può, di alternanza in alternanza, lasciare all'elettorato popolare solo la libertà di cambiare soltanto gruppi dirigenti che perseguono la medesima politica." E, soprattutto, Arlette Laguiller afferma: "chiunque sarà il presidente, il grande padronato conserverà la sua potenza economica e, dunque, i mezzi per imporre la sua politica."
Ma è estremamente dannoso che, sull'essenziale, Lo non proponga nulla in termini di un programma transitorio d'azione per la prospettiva socialista, neppure in termini di prospettiva organizzativa e di lotta: su tutto ciò è il vuoto siderale.
Ancora una volta (una volta di troppo?) la Lcr e Lo rischiano di deludere i lavoratori e i giovani.

 

(*) dirigente del Groupe Socialiste Internationaliste, sezione francese della Lega Internazionale dei Lavoratori (Lit)

 

 

(traduzione e note di Francesco Ricci)



Note del traduttore

[1] Lutte Ouvrière è la principale forza dell'estrema sinistra francese, si richiama al trotskismo. In termini elettorali ha raggiunto circa il 6% dei voti in alcune elezioni. Al suo interno è attiva una Frazione di sinistra (L'Etincelle) con cui dialoghiamo e che ha inviato un osservatore al congresso fondativo del PdAC.

[2] Arlette Laguiller è la portavoce di Lo, più volte candidata alle presidenziali (5,7% dei voti nel 2002).

[3] La Ligue Communiste Révolutionnaire è l'altra consistente organizzazione francese che si richiama in qualche modo al trotskismo. E' la sezione del cosiddetto Segretariato Unificato della Quarta Internazionale, la cui sezione in Italia è Erre-Sinistra Critica.

[4] Olivier Besancenot è il candidato della Lcr alle prossime presidenziali (nel 2002 ha preso il 4,2%).

 

Somalia: l'imperialismo e le sue guerre

Un'analisi sulla recente offensiva militare

 

Alberto Madoglio

 

Come già ricordato in un articolo apparso sul nostro sito web alla fine di gennaio, le forze militari fedeli al governo somalo, grazie soprattutto all'appoggio dell'esercito dell'Etiopia, hanno riconquistato dopo qualche mese la capitale del Paese, Mogadiscio, e tutte le principali città dalle quali erano state cacciate l'estate scorsa dall'offensiva delle Corti Islamiche.
Il precipitare degli eventi negli ultimi dodici mesi nel Paese del Corno d'Africa è il frutto di una situazione di anarchia e guerra civile che si è venuta a creare in Somalia dall'inizio degli anni '90.
La cacciata del dittatore Siad Barre è stata, con l'apporto dell'imperialismo italiano, l'inizio di una guerra in cui nessuna delle fazioni impegnate nella lotta è riuscita ad imporsi in maniera netta sulle altre; si è solo prolungata una situazione di guerra "a bassa intensità", che ha spinto il Paese in un caos senza fine.

 

Il ruolo dell'Onu...

 

La stessa missione di "pacificazione" dell'Onu (Restore Hope) del 1992 non ha fatto altro che peggiorare il quadro. I Caschi Blu americani e italiani si sono macchiati di orrendi crimini nei confronti della popolazione civile, non riuscendo allo stesso tempo a normalizzare la situazione sul campo. Al contrario, dopo essere stati duramente battuti in diverse battaglie dalle milizie dei vari signori della guerra, sono stati costretti ad una vergognosa ritirata (nulla a che vedere con lo sbarco ripreso in diretta qualche anno prima dalle truppe della Cnn).
Da allora la situazione non ha fatto altro che peggiorare. I tentativi di creare un governo di unità nazionale sono sempre falliti. L'ultimo tentativo fatto nel 2004 con la creazione della conferenza per la pace e la riconciliazione non ha avuto nessun risultato, tanto che questo consesso è stato costretto a lasciare il Paese, e a riunirsi in un Hotel di Nairobi, in Kenya! Al contempo la Somalia ha cessato, di fatto, di esistere come entità statale. Due regioni, Somaliland e Putland, si sono dichiarate indipendenti, mentre nel resto del Paese erano i vari signori della guerra a farla da padrone. Non stupisce quindi che l'apparire di una forza politico-militare che si proponeva di riportare la pace nel Paese, abbia avuto largo sostegno dalla popolazione stremata da una guerra civile senza fine, e che in poco tempo sia riuscita a conquistare il controllo di tutta la nazione.

 

...e quello degli Usa

 

Tuttavia la nuova situazione creatasi non era priva di contraddizioni. L'aver in qualche modo normalizzato la vita quotidiana delle persone, garantendo una certa "normalità" nella vita di tutti i giorni, prima infestata di sequestri, omicidi, violenze settarie tra i componenti dei vari clan su cui si basa la società somala, ha avuto come contraltare l'instaurazione di un governo fondamentalista islamico basato sulla sharia. Alla lunga questo tentativo di riportare la pace nel Paese era destinato al fallimento, anche senza l'intervento di forze straniere.
Ovviamente questa nuova situazione non poteva che trovare l'opposizione dell'imperialismo internazionale, ed in particolare di quello Usa, che negli ultimi anni ha fatto della battaglia contro il fondamentalismo la sua ragione di vita.
Stavolta, a differenza che in Iraq e Afghanistan, gli Stati Uniti non sono intervenuti in prima persona, ma si sono serviti di quello che sta diventando il loro miglior alleato in un'area strategica per i loro interessi, l'Etiopia. Washington non poteva aprire direttamente un nuovo fronte di guerra oltre ai due citati, non solo per problemi di opportunità politica (è ancora presente il ricordo della sconfitta subita nei primi anni novanta, al tempo della prima invasione) ma soprattutto per l'impossibilità di disporre di truppe sufficienti. Così ha deciso di "appaltare" questo lavoro al governo etiope guidato da Meles Zenawi.
Quello che era già da tempo il più forte esercito dell'area, una volta finanziato dagli Usa non ha faticato molto a sconfiggere le raffazzonate truppe delle Corti Islamiche e a installare a Mogadiscio il governo fantoccio riconosciuto dalla comunità internazionale. Come in Iraq, tuttavia, la gestione del dopo guerra risulta più complicata del previsto. In varie città del Paese, in particolare nella capitale, quasi quotidianamente vi sono attacchi contro le truppe straniere e i simboli del nuovo governo (nei giorni scorsi colpi di mortaio hanno raggiunto la sede del governo, Villa Somalia).
Le truppe occupanti, poi, col passare del tempo manifestano la loro vera natura, reprimendo nel sangue ogni manifestazione popolare di dissenso contro il nuovo corso somalo. Al di là della propaganda, quindi, anche in questo caso non si tratta di un intervento per la difesa della democrazia e della libertà, ma di una vera azione di guerra condotta, stavolta per interposta persona, dall'imperialismo per tutelare i propri interessi.
Il premier etiope non può essere rappresentato come un campione dei diritti civili e della pace. Quasi dieci anni fa ha scatenato una guerra con l'Eritrea per il controllo di importanti sbocchi sul mare, causando decine di migliaia di morti. Le elezioni politiche del 2005 hanno visto sistematiche intimidazioni contro gli esponenti dell'opposizione al regime. Oggi il Paese è governato col pugno di ferro, viene costretta al silenzio ogni voce critica del Paese (in particolare il movimento degli insegnanti sta subendo una fortissima repressione).
L'unico merito di questo governo è di essere, per il momento, il più sicuro alleato degli Usa in una zona in cui vi è la presenza di "stati canaglia" come il Sudan, e dove i vecchi alleati di Washington, Egitto e Arabia Saudita, non sembrano essere più in grado di garantire il loro ruolo di gendarmi. Anche in quest'occasione la posizione dell'Europa non si differenzia nella sostanza da quella americana. Le critiche italiane all'azione contro le Corti Islamiche hanno avuto come causa il timore di non vedere tutelati i propri interessi economici.

 

Quale prospettiva?

 

La fretta con cui Prodi e D'Alema si sono fatti promotori di una conferenza di pace, si spiega col fatto che l'Italia, che ha già progetti industriali per svariati milioni di euro in Etiopia, vuole vedere riconosciuto il proprio ruolo di potenza regionale in quella che una volta era una sua colonia, e vuole poter partecipare all'ennesima rapina che si sta preparando ai danni del Paese.
In questa situazione il compito di noi comunisti è quello di schierarci senza tentennamenti contro le politiche imperialiste, anche quando queste sono portate avanti in maniera "indiretta". Allo stesso tempo dobbiamo essere consapevoli che nessuna soluzione basata su una fantomatica indipendenza nazionale, che nessuna via che vagheggi su di un ipotetico sviluppo pacifico economico, è oggi possibile in Africa.
Una lotta basata sulla strategia della rivoluzione permanente, in cui le rivendicazioni democratiche siano indissolubilmente legate ad una lotta per l'egemonia politica e sociale del proletariato, è oggi la sola via possibile. Così come deve essere chiaro che il miglior aiuto alle masse somale, etiopi ed eritree potrà venire da un processo di grande mobilitazione radicale di massa che veda protagonisti i due proletariati più forti nel continente africano, quello nigeriano e quello sud africano.

Portogallo

Il referendum sull'aborto

 

Flor Neves*

 

L'11 febbraio in Portogallo si è tenuto un referendum sulla Depenalizzazione della Interruzione Volontaria di Gravidanza. È stata la seconda volta che nel Paese si è tenuto un referendum su questo tema, visto che l'aborto in Portogallo continuava a essere un crimine, con l'eccezione dei casi in cui la gravidanza costituisse un pericolo di morte o di pericolo grave per la salute fisica e psichica della donna, in caso di malformazione congenita o danno incurabile del feto o in caso di stupro. La legge in vigore prevede la criminalizzazione della donna per l'interruzione volontaria di gravidanza, prevedendo l'inchiesta poliziesca, l'indagine da parte del pubblico ministero e la condanna della donna per questa pratica (fra il 1998 e il 2003 si sono avute 30 mila condanne): la pena può arrivare fino a tre anni di prigione. In Europa l'interruzione volontaria di gravidanza continua ad essere illegale solo in Polonia, Malta e Irlanda, mentre nella maggior parte dei Paesi d'Europa, come in Italia, questa pratica è "legalizzata".
Se il primo referendum (1998) diede la vittoria al No alla depenalizzazione (50,91% per il No e 49,09 per il Sì), il referendum dello scorso 11 febbraio ha dato una vittoria piena al Sì, con il 59% di voti per il Sì (2.238.053 voti) su un 41% di No (1.539.078 voti). Il referendum è stato caratterizzato da un'alta astensione (56%), benché inferiore all'astensione del 1998.
La vittoria del Sì nel referendum ha costituito un'importante conquista democratica per le donne e per la classe lavoratrice portoghese, cioè i settori che più subivano la repressione dell'aborto. Per questo vediamo in questo risultato un'importante vittoria.

Tuttavia, se questo referendum ha costituito una vittoria per le donne e i lavoratori del Paese, esso ha anche rinforzato relativamente il governo borghese in carica, che ha fatto campagna per il Sì. Di fatto il governo di José Socrates (Partito socialista) ha tentato fin dall'inizio con questo referendum di sviare l'attenzione dei lavoratori dalla dura offensiva che sta conducendo contro i loro diritti: indennità di maternità, sanità e scuola, pensioni e salari ecc. Dopo i mesi di ottobre e novembre, il governo ha dovuto fronteggiare manifestazioni con migliaia di persone, come non se ne vedevano da alcuni anni, e diversi scioperi, dal settore della funzione pubblica a quello della metropolitana di Lisbona: con il referendum il governo è riuscito a deviare, per quasi due mesi, l'attenzione dai grandi temi di attualità politica delle lotte contro il governo al tema del referendum.
Quindi Socrates (così come Zapatero in Spagna) ha utilizzato il referendum per rafforzare la sua politica neoliberale, concedendo una parziale legalizzazione dell'aborto così da coprire con una veste di "sinistra" la sua reale politica di destra. È riuscito così a far vincere la posizione che difendeva, ottenendo con questa stessa posizione di smontare coscientemente l'ascesa delle lotte contro le sue politiche antipopolari, canalizzando l'energia di massa verso l'attività per il Sì al referendum. In tutto ciò, ha avuto come alleati il Partito comunista portoghese e il Bloco de Esquerda (Blocco di sinistra), che hanno fatto campagna per il Sì senza differenziarsi dal governo e hanno infatti tenuto un basso profilo nella campagna nel nome del non rompere l'unità del fronte del Sì.
In realtà la battaglia non tocca solo il tema dell'aborto in sé. È necessario che sia il Servizio sanitario nazionale a garantire l'interruzione volontaria di gravidanza, altrimenti di fatto non cambia nulla. È necessaria una politica di accesso gratuito e facilitato ai metodi contraccettivi, una campagna di pianificazione famigliare e lo sviluppo dei corsi di educazione sessuale nelle scuole. In relazione a tutto ciò il governo si è mostrato ambiguo, mentre si tratta di una lotta fondamentale perché le donne e la classe lavoratrice in generale possano realmente beneficiare della vittoria del Sì al referendum.
È quindi la lotta contro le politiche del governo che deve continuare: nelle scuole, nei luoghi di lavoro, per costruire un'alternativa combattiva che possa essere il germe delle prossime lotte contro il governo, lotte che prima o poi sorgeranno in opposizione alle norme dell'Unione Europea e al Patto di Stabilità e Crescita, che implicano nuovi e duri attacchi contro i lavoratori.
Noi continueremo a stare in queste lotte per costruire un'alternativa rivoluzionaria.

 

*Dirigente dei giovani di Ruptura-Fer, sezione portoghese della Lit

                                     

 

Il Libano nella morsa dell’imperialismo

Gli sviluppi recenti della situazione mediorientale

 

Davide Margiotta

 

Durante l’offensiva israeliana della scorsa estate il governo centrale di Fu’ad Siniora ha abbandonato il sud del Libano al proprio destino, facendo ricadere il peso della resistenza principalmente su Hezbollah, confidando che questo avrebbe portato alla sua distruzione. In realtà, la resistenza otteneva un’inaspettata vittoria popolare, rafforzando enormemente il Partito di Dio dello sceicco Nasrallah.

Proprio l’evidente complicità di Siniora con l’imperialismo occidentale ha portato in novembre alle dimissioni dal governo dei ministri sciiti (che a questo punto non ha più legittimità formale, visto che la Costituzione prevede la necessaria presenza al governo di sciiti, sunniti e cristiani), cui seguiva il ministro greco-ortodosso Yaacub Sarraf.

Nonostante le dimissioni di ben sei ministri dell’Esecutivo, Siniora ha fatto approvare da ciò che restava del suo governo il testo della bozza dell’Onu sul tribunale internazionale che dovrebbe giudicare l’omicidio di Hariri, l’ex premier assassinato due anni fa. Inutile dire che tale sentenza è stata già scritta, visto che da subito Stati Uniti e Israele hanno accusato del delitto la Siria. Siniora ha scelto la prova di forza anteponendo l’approvazione della bozza al negoziato per la formazione di un governo di unità nazionale, provocando la rottura completa con Hezbollah. Da allora, ogni giorno migliaia di manifestanti e militanti di Hezbollah si radunano in Piazza dei Martiri, chiedendo le dimissioni di Siniora e la costituzione di un nuovo governo di unità nazionale.
Pochi giorni dopo la rottura veniva assassinato il ministro dell’Industria Pierre Gemayel, del partito cristiano maronita. Ancora una volta la Siria veniva additata come colpevole, nonostante la condanna dell’accaduto da parte di Damasco.

 

Nella morsa dell’Imperialismo

 

I Paesi imperialisti conoscono molti metodi per convincere i Paesi dipendenti a sottostare alla propria volontà, e una delle armi migliori in loro possesso è quella finanziaria.

La Conferenza dei Paesi Donatori, svoltasi a Parigi a gennaio, è servita allo scopo.

Complessivamente sono stati raccolti per il Libano poco meno di otto miliardi di dollari. Tra i maggiori “azionisti” figurano Banca Mondiale e Banca europea per gli investimenti, Stati Uniti e Francia. Presente anche l’Arabia Saudita, che ha garantito oltre un miliardo di dollari. Un investimento in chiave anti-iraniana, che grazie alla fine del dominio della minoranza sunnita in Iraq e alla propria crescente influenza in Palestina (Hamas) e Libano (Hezbollah), si candida prepotentemente al ruolo di potenza regionale, in diretta concorrenza proprio con l’Arabia Saudita.

L’Italia, rappresentata da Massimo D’Alema, si è impegnata per 120 milioni di euro, oltre al contributo di una consistente forza militare, che alla fine dell’anno sarà costata ai lavoratori del nostro Paese oltre 600 milioni di euro. Ovviamente nessun bravo capitalista presta qualcosa senza essere certo di ottenere guadagni superiori in seguito. Gli Stati Uniti hanno prontamente fatto sapere tramite David Welch, assistente del Dipartimento di Stato per il Medio Oriente, che se il Libano vorrà una continuità nei prestiti internazionali dovrà allentare i rapporti diplomatici con Siria e Iran, aprire un negoziato “aperto e senza pregiudiziali” con Israele, disarmare Hezbollah e i suoi alleati, avvalendosi anche dell’appoggio di Unifil e garantire a Israele la totale neutralità libanese in caso di un conflitto con Damasco.

Fmi e Banca Mondiale, gli organismi finanziari dell’imperialismo internazionale, in cui siedono in carne ed ossa i rappresentanti dei Paesi imperialisti, hanno imposto al Libano una serie di misure liberiste come condizione per ricevere il prestito. Siniora si impegnava così in vista della conferenza per un forte aumento dell’Iva sui generi alimentari di prima necessità, una serie di privatizzazioni (tra cui le telecomunicazioni), e tagli durissimi all’assistenza sociale ai profughi (che al termine del conflitto con Israele erano oltre un milione su una popolazione di tre milioni e mezzo).

La risposta del popolo libanese non si è fatta attendere. Il 23 gennaio un gigantesco sciopero generale indetto dall’opposizione parlamentare guidata da Hezbollah e dall’Unione generale dei sindacati in opposizione al piano economico ha paralizzato il Paese, con scontri e barricate erette dai manifestanti. La reazione dei militanti dei partiti governativi ha causato cinque morti e oltre cento feriti, ma la dimostrazione popolare è stata enorme.

Hezbollah, che quando era al governo ha appoggiato le medesime politiche che ora dice di contestare, ha ribadito la propria richiesta di nuove elezioni e di un governo di unità nazionale.

 

Verso la guerra civile

 

Israele non ha lesinato provocazioni durante questi mesi, al fine di legittimare un intervento diretto delle forze Unifil contro Hezbollah e gli altri gruppi della resistenza libanese.

È recente la notizia di scontri al confine. Soldati dell’esercito libanese hanno aperto il fuoco contro forze israeliane che avevano superato la linea di sicurezza.

Il senatore Sergio De Gregorio, presidente della Commissione Difesa del Senato, non ha perso occasione per alzare il tiro sulla presenza italiana in Libano. Secondo De Gregorio, in vista anche di un’alleanza della resistenza libanese con l’onnipresente Al Qaeda, le truppe italiane devono essere adeguatamente armate in vista della possibilità di uno scontro militare. La tensione sale costantemente in Libano, i nuovi attentati alla vigilia della commemorazione per la morte dell’ex premier Hariri, aumentano la sensazione di essere di fronte all’imminente esplosione di una nuova guerra civile.

Gli organizzatori della manifestazione, le forze filoimperialiste, hanno diffuso un comunicato in cui si chiede che “la comunità internazionale imponga sanzioni contro la Siria” e che “i confini siro-libanesi vengano pattugliati da forze internazionali”, come avviene lungo il confine con Israele.

In Libano si gioca una partita fondamentale per l’imperialismo mondiale, specie ora che le riserve di greggio cominciano a scarseggiare. Una nuova sconfitta, dopo il disastro in Iraq e in Afghanistan, darebbe nuovo impulso alle lotte dei popoli oppressi, cosa che in Medio Oriente potrebbe significare un’enorme sollevazione antimperialista (pur se, almeno nella fase iniziale, certamente a direzione religiosa).

 

Una direzione che manca

 

Attualmente Hezbollah rappresenta la maggiore forza di opposizione al fantoccio Siniora, tuttavia la sua direzione mai come in questo momento si è dimostrata insufficiente per la sconfitta dell’imperialismo e la vittoria delle masse libanesi. Tutta la sua politica si riduce alla richiesta di un nuovo governo di unità nazionale. Eppure lo straordinario sciopero di gennaio ha mostrato ben altre potenzialità per il Libano: il proletariato è stanco di pagare e di sopportare le continue vessazioni dei vari clan della borghesia, internazionale e indigena. Purtroppo oggi manca una direzione comunista e rivoluzionaria capace di guidarlo verso la sua emancipazione. La questione libanese potrà essere risolta soltanto nel quadro di una Federazione Socialista del Medio Oriente. Solo un governo dei lavoratori e per i lavoratori potrà ovviare alla crisi storica in Libano e in Medio Oriente.

Lotte e mobilitazioni

 

Rubrica a cura di Michele Rizzi

 

 

Cecina (Li)

Dal Cecina Social forum apprendiamo che è in atto una forte vertenza del Comitato verità acque chiare perché "sia fatta chiarezza e vengano acquisiti dati certi sulle ultime novità dell'avvelenamento dell'acqua da cromo esavalente. È inutile continuare a nascondersi dietro un dito, sono anni che se ne discute, è quasi un secolo che Solvay inquina mare, terra, acqua e aria: non è più tempo di aspettare: pretendiamo che vengano trovate soluzioni e realizzati progetti che tutelino innanzitutto la nostra salute e l'ambiente in cui viviamo!".

 

Bologna

I lavoratori Hera dell'impianto d'incenerimento di Coriano (RN) ci segnalano la quasi impossibilità di auto-organizzazione operaia nella grande azienda di servizi emiliana. Infatti pare essere cambiato poco dal 26 agosto dell'anno scorso, quando sono stati costretti a svolgere un'assemblea sindacale nell'area antistante l'impianto, come documentato dalla stampa locale, perché l'azienda si rifiuta di riconoscere il costituito sindacato Cobas Hera (aderente alla Confederazione Cobas), nonostante abbiano aderito a questa nuova struttura il 40% dei dipendenti dell'impianto. Il tutto passa attraverso un piano che punta a favorire ancor più la privatizzazione dei servizi ed il conseguente attacco ai lavoratori del settore.

 

Mantova

E' grande la preoccupazione per la gravissima situazione occupazionale che si è venuta a creare presso gli stabilimenti della Pompea di Asola e Medole, dove circa 200 lavoratori rischiano di perdere il posto di lavoro. Nella conferenza del comparto della calza, tenutasi qualche settimana fa, il padronato evidenziava la possibilità di un rilancio del settore, creando attese nella salvaguardia dei posti di lavoro. Dopo qualche giorno, i lavoratori hanno capito che il rilancio sarebbe passato ancora una volta attraverso una ristrutturazione aziendale, i cui costi sarebbero stati pagati da loro. Ovviamente, anche qui, la grande maggioranza delle imprese del comparto massimizzano il profitto continuando a delocalizzare in paesi dove il costo del lavoro e i diritti sono al lumicino, lasciando lavoratori e famiglie tra precarietà e disoccupazione.

 

Italia: morti sul lavoro

Un pò di contabilità: tre morti al giorno, quasi 1100 morti in un anno. Solo negli ultimi vent'anni sono 22 mila i morti. Questo è il numero di operai uccisi dal capitalismo in Italia per il profitto dei padroni. Sono questi quelli che chiamano incidenti. Se c'è chi pensa che ci sia stato un solo padrone condannato dalla magistratura borghese all'ergastolo o a qualche pena detentiva, si sbaglia. Infatti, i dati ci dicono che il padronato ha pagato, tra l'altro raramente, solo una multa amministrativa, mentre la produzione industriale in Italia nel 2007 ha segnato un aumento di quasi il 2 % rispetto all'anno precedente.

 

Lecce

Dopo alcuni mesi di silenzio assoluto, sui giornali pugliesi viene fuori una notizia veramente interessante ed ulteriormente vergognosa per i partiti della cosiddetta sinistra radicale di governo, ossia Prc, Pdci e Verdi. Il centrosinistra che governa la Provincia di Lecce ha erogato alla Fondazione Regina Pacis di Lecce un contributo di 60.000 euro per un progetto di formazione relativo alla sua attività in Moldavia. Il referente italiano di questo progetto è il plurinquisito Don Cesare Lo Deserto, l'amministratore del lager-Cpt Regina Pacis di San Foca. I gestori del Cpt Regina Pacis e Don Cesare Lo Deserto sono risultati poi colpevoli dal Tribunale di Lecce di violenze contro 17 ragazzi maghrebini, compiute proprio in quella galera, chiamata centro di permanenza temporanea. Gli assessori del Prc, del Pdci e dei Verdi hanno votato la delibera di giunta, assecondando il nuovo patto d'acciaio tra gli esponenti della Curia ed il centrosinistra leccese, il tutto in opposizione alle lotte del movimento pugliese contro i Cpt. Oggi è ancor più chiaro che o si sta con i movimenti o con i governi! Il PdAC pugliese ha scelto la prima opzione.

 

Stati Uniti

Mentre si diffonde sempre più un diffuso atteggiamento contro le spedizioni militari a stelle e strisce, è partito negli Usa un nuovo canale tematico della rete Discovery Channel, di chiara propaganda imperialista. Si occupa non di documenti storici su guerre passate, ma di guerre attualmente in corso, da l'Afghanistan all'Iraq, passando per la Somalia. Questo canale ha il nome di Military Channel ed è stato inaugurato il giorno di san Valentino con una maratona di 24 ore durante la quale i soldati impegnati a guerreggiare in giro per il mondo hanno profuso in video messaggi d'amore da dedicare alle loro fidanzate. Dopo le 24 ore di romanticismo, Military Channel propone le immagini delle battaglie, dei bombardamenti, della caccia al nemico, con materiale filmato dagli stessi militari. Gli eroi dell'imperialismo a stelle e strisce, ovviamente, non mostreranno alcune delle loro prodezze, come stupri, retate condite da saccheggi e pestaggi, torture nelle galere come ad Abu Grahib, stragi come quella di Falluja... ma la rete televisiva assicura comunque effetti speciali senza paragone.

Cronaca di una collisione annunciata

La vertenza dei marittimi dello Stretto di Messina

 

Giacomo Di Leo

 

Chi ha lavorato da precario (anche per poco tempo) in qualsiasi settore privato o pubblico vive con angoscia questa condizione. Questa è la situazione dei marittimi, la cui condizione lavorativa è addirittura peggiorata dopo il tragico incidente nello Stretto di Messina, nel quale hanno perso la vita quattro lavoratori, di fatto dimenticati da Rete ferroviaria italiana (Rfi). Tale azienda non retrocede dai suoi propositi nemmeno davanti ai quattro morti per lavoro: incurante della sicurezza nei trasporti, sta procedendo alla riduzione delle nuove tabelle d'armamento, diminuendo i membri dell'equipaggio. Taglieranno così un centinaio circa di precari all'inizio, per poi continuare.

Ma facciamo un passo indietro: il 15 gennaio, l'aliscafo Segesta Jet e la nave portacontainer Susan Borchard sono entrati in collisione causando il ferimento di circa 80 persone e la morte di quattro lavoratori: il comandante dell'aliscafo, Sebastiano Mafodda, il direttore delle macchine, Marcello Sposito, i marinai Lauro Palmino e Domenico Zona.

Il sistema radar Vts, posto sull'altura di Forte Ogliastri, non era attivo! Viene usato 24 ore al giorno a fini sperimentali-formativi del personale soltanto il giovedì: tutti gli altri giorni della settimana rimane operativo solo sino alle ore 17.30. Pertanto, il PdAC critica aspramente la tesi suggerita in modo surrettizio anche da alcuni organi di informazione, secondo cui l'origine della collisione tra i due natanti va ricercata nell'errore umano.

Il Sasmant (Sindacato Autonomo Stato Maggiore) aveva a suo tempo denunziato i mancati investimenti tecnologici per la sicurezza nell'area dello Stretto, come ha nuovamente e tristemente ricordato il comandante Sebastiano Pino nell'affollata assemblea dei marittimi successiva al tragico incidente; ma nessuno dei governi che si sono succeduti negli ultimi vent'anni - di centrodestra come di centrosinistra - ha mai investito un centesimo per la totale sicurezza dei lavoratori e dei pendolari che transitano in quest'area, contribuendo invece all'aumento del tasso di sfruttamento della forza-lavoro ad opera degli armatori privati. Ogni mese si stima un traffico di circa 600 navi di stazza superiore alle 15 mila tonnellate e oltre1500 imbarcazioni di peso inferiore. Navi da e per Gioia Tauro, da e per Genova, che solcano lo Stretto di Messina, dirette verso il Nord Africa, il canale di Suez e l'Oriente. Quindi un braccio di mare particolarmente insidioso, dove già si sono verificati negli ultimi 50 anni 44 incidenti, di cui quattro con morti. Nel 1985, in seguito allo scontro tra la petroliera greca Patmos e la nave spagnola Castillo de Monteargon, vennero fatte solenni promesse di miglioramenti tecnologici mai mantenute.

 

La ribellione dei lavoratori marittimi e la nostra proposta

 

I lavoratori marittimi precari sono protagonisti già da tempo di lotte effettuate con metodi radicali, come ad esempio il blocco dei traghetti mediante l'occupazione delle invasature di partenza. La discesa rabbiosa dei precari marittimi nell'arena della lotta di classe ha di fatto rotto la pace sociale a Messina, "contagiando" altri settori sociali, come i lavoratori della Birra Messina (Heineken).

La lotta è in particolare rivolta contro le assunzioni fatte con contratto "a viaggio", sistema utilizzato anche da Rfi, che in tal modo gestisce l'impianto con circa 100 lavoratori in meno rispetto alle esigenze.

Il PdAC sosterrà la loro lotta, che per essere vincente dovrà fare un salto qualitativo, creando un coordinamento delle realtà di lotta, a partire dai settori in crisi (marittimi, Atm, Vigili del Fuoco, servizi sociali comunali, precari, ecc.). Il coordinamento dei comitati di lotta, espressi dalle singole realtà dei lavoratori, stabiliranno metodi, piattaforma, modalità delle trattative, che le varie organizzazioni sindacali dovranno sostenere. Il PdAC propone a tutti i lavoratori e alle loro organizzazioni sindacali confederali e/o extraconfederali la convocazione di uno sciopero generale cittadino al fine di unificare ed allargare le lotte sin qui espresse che dovranno coagularsi in una vertenza generale unificante del mondo del lavoro che lanci la parola d'ordine dello sciopero generale contro il governo dei padroni e dei loro speculatori finanziari (oggi Prodi, prima Berlusconi), che hanno scippato i lavoratori del Tfr, si apprestano a smantellare il sistema pensionistico pubblico liberalizzando e privatizzando ulteriormente servizi pubblici essenziali ed imprese come Alitalia, Tirrenia e Fincantieri: mantenendo comunque le leggi precarizzanti e con un forte aumento delle spese militari, alla faccia degli estimatori del governo "amico"!

 

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