Partito di Alternativa Comunista

Una casa per sfruttarti meglio

La Sbe Spa di Monfalcone (Gorizia), inaugura gli appartamenti per i lavoratori immigrati

 

di Fabrizio Ferri

 

Sabato 11 marzo 2006, a Monfalcone (Gorizia), sono stati inaugurati undici appartamenti ricavati nelle palazzine del compendio dell'ex Agraria, realizzate dai fratelli Cosulich (fondatori dei Cantieri Navali dell'Adriatico, oggi Fincantieri) nel 1922 per rifornire l'albergo degli operai e quello degli impiegati e l'emporio del quartiere di Panzano. Questi undici appartamenti "ospiteranno" quarantacinque operai immigrati (dall'estero o dal meridione). I fondi necessari alla ristrutturazione di tali abitazioni sono stati erogati dal ministro del welfare regionale del Friuli Venezia Giulia. Questo progetto è stato lanciato dalla Sbe Spa (Società Bulloneria Europea), che ha ottenuto il comodato d'uso di questi appartamenti, diventando un esempio per gli imprenditori regionali che vogliono ricalcare la strada intrapresa dai fratelli Cosulich negli anni venti del secolo scorso e da altri capitalisti ancora prima nel tempo. Oggi in Friuli la Sbe attua le proprie strategie antioperaie con la benedizione dell'assessore regionale del Prc Roberto Antonaz.

 

Precarietà e alloggi: la tattica del padronato

 

Nel 1907 nacquero a Monfalcone i Cantieri Navali dell'Adriatico - l'attuale Fincantieri, che oggi costruisce soprattutto navi da crociera - che, al tempo del fascismo, producevano anche aerei da guerra per l'aviazione italiana. I fondatori, ovvero i fratelli Cosulich, attorno al cantiere navale, fecero costruire una vera e propria cittadina, l'attuale Panzano, nella quale alloggiavano gli operai e i dirigenti provenienti da zone lontane dal Monfalconese. A Panzan, inoltre, fu costruito un impianto sportivo per il calcio e l'atletica e varie infrastrutture per garantire i bisogni agli abitanti (negozi, bar, ecc.). Ovviamente, anche oggi queste abitazioni sono utilizzate dai lavoratori meridionali e stranieri che lavorano prevalentemente in Fincantieri. Una parte di queste abitazioni sono vuote, perché da ristrutturare.

Questo "avvenimento" è stato presentato all'opinione pubblica come una buona azione da parte del padrone della Sbe e come esempio concreto di integrazione per gli immigrati. Se da un lato è vero che il problema casa esiste, è falso che questa sia la risposta più adeguata da un punto di vista di classe.

Il lavoratore immigrato che lavora alla Sbe, sarà reso così ancora più docile e "dipendente" dal padrone, perché non vuole correre il rischio di perdere la casa concessagli dall'azienda. Ovviamente sarà più difficile che scioperi o che si lamenti semplicemente, pena la perdita del posto di lavoro e la casa. (vale la pena ricordare che i contratti di questi quarantacinque operai sono per la maggior parte dei casi a tempo determinato o interinale).

A tal proposito, Frederich Engels, nel lontano 1886 scriveva, parlando dei villaggi operai inglesi, che: "In Inghilterra sono sorti in tal modo interi villaggi, taluni dei quali si sono sviluppati in città. Sennonché, invece d'essere grati ai filantropici capitalisti, i lavoratori da allora hanno mosso obiezioni assai significative al sistema del cottage. Hanno obiettato non solo che essi devono sborsare un prezzo di monopolio per le case, perché gli industriali non hanno concorrenti, ma altresì che ad ogni sciopero si vengono a trovare subito senza tetto, poiché l'industriale mette alla porta su due piedi, e rende così molto difficile ogni resistenza".

 

Capitalismo e questione abitativa

 

Inoltre, va spiegata una questione contabile. Il lavoratore vedrà trattenersi nella busta paga la somma forfetaria dell'affitto (stimata attorno al 10% dello stipendio mensile), che andrà prevalentemente nelle tasche del padrone. Ma se un appartamento può ospitare 10 persone, ognuna di queste pagherà la somma, e il gioco è fatto. Un appartamento quindi può fruttare molti soldi e fedeltà del lavoratore che è fortemente ricattabile in ogni momento. Gli alti affitti e i costi proibitivi per un acquisto immobiliare, rapportati alle condizioni materiali dei lavoratori, rappresentano una vera piaga per il proletariato, ma non solo.

Sempre Engels spiegava che la scarsezza degli alloggi di cui soffrono i lavoratori e una parte dei piccoli borghesi è uno degli inconvenienti minori, secondari, che derivano dall'odierno modo di produzione capitalistico. Non è una conseguenza diretta dello sfruttamento del lavoratore in quanto tale da parte del capitalista. Ma è proprio lo sfruttamento il male radicale, che la rivoluzione politica e sociale intende eliminare eliminando il sistema capitalistico di produzione.

Nelle città esiste già un numero sufficiente di abitazioni necessarie a coprire la richiesta di alloggi. Però per utilizzare in modo razionale questi alloggi, in molti casi disabitati, bisogna passare attraverso l'esproprio degli attuali proprietari. Si capisce che una misura simile potrà essere presa sola dal proletariato quando avrà preso il potere politico.

La borghesia tende a risolvere il problema delle abitazioni in funzione del fatto che il problema si riproduce continuamente. In ultima analisi possiamo affermare che solamente la via della rivoluzione socialista potrà dare risposta ai vari bisogni della classe lavoratrice e quindi della maggioranza della popolazione.

 

Stati Uniti: le imponenti manifestazioni contro le leggi razziste

 

di Enrica Franco

 

Un Primo Maggio di lotta davvero inusuale quest'anno per gli Stati Uniti d'America: milioni di lavoratori sono scesi nelle strade delle principali città per protestare contro la proposta di legge Hr4437 o legge Sensenbrenner. Il provvedimento, approvato in dicembre dalla Camera dei rappresentanti, renderebbe la clandestinità un reato grave e punirebbe pesantemente anche chi dà aiuto o lavoro ai clandestini. Inoltre la legge aumenterebbe le multe nei confronti di chi è senza documenti e darebbe il via alla costruzione, in stile israeliano, di oltre 1000 chilometri di muro sul confine tra Stati Uniti e Messico.

 

La posizione degli imprenditori e dei loro sostenitori

 

Sul provvedimento si è creata subito una frattura all'interno dello stesso partito repubblicano: alla componente xenofoba che ha proposto la legge si è contrapposta la parte maggiormente legata alle lobbies degli imprenditori, i quali sfruttano in maniera massiccia la manodopera ricattabile e a basso costo degli immigrati. Con loro si è schierata anche larga parte del partito democratico e lo stesso George Bush, il quale, tra l'altro, ha interesse a non perdere il voto degli ispanici, diventati ormai più numerosi degli afroamericani.

In Commissione Giustizia i Democratici e parte dei Repubblicani avevano approvato una proposta alternativa, bocciata successivamente dal Senato, la questione perciò rimane a tutt'oggi ancora aperta. La proposta alternativa, in sintesi, prevedeva il raddoppio dei permessi di soggiorno e l'acquisizione della cittadinanza dopo 11 anni e solo a determinate condizioni (dimostrando di avere un lavoro fisso, di conoscere la lingua inglese, di non essersi macchiati di reati e di aver sempre pagato multe e tasse). A favore di questa proposta si era schierata anche la Chiesa Cattolica, che conta tra gli immigrati ispanici i suoi maggiori seguaci.

 

La legge in vigore e l'aumento di clandestini

 

Prima delle elezioni presidenziali del 2004 Bush propose delle modifiche alla vecchia legge Reagan del 1986, sperando di accaparrarsi il voto degli ispanici. Presentò infatti la riforma come una sorta di amnistia, con l'argomento del sogno americano a portata di tutti. In sostanza si trattava di una riforma molto simile alla Bossi-Fini: per entrare negli Stati Uniti servirebbe un contratto di lavoro temporaneo, della durata di tre anni e rinnovabile una sola volta, alla scadenza del quale si torna a casa.

Di fatto i clandestini sono sempre andati aumentando perchè, soprattutto nelle grandi metropoli, la possibilità di essere individuati e perseguiti è molto bassa, mentre si ha la speranza di poter restare ben oltre i 6 anni permessi dalla legge. Gli stessi imprenditori ovviamente preferiscono assumere clandestini ricattabili piuttosto che accedere alle liste delle ambasciate. 

 

Lo sciopero generale del Primo Maggio

 

Intere catene di grandi magazzini, ristoranti, supermercati, ecc. si basano sul lavoro dei clandestini ed è quello che hanno voluto dimostrare i lavoratori con lo sciopero generale del Primo Maggio. Numerosissimi negozi e ristoranti, tra cui i tristemente noti Wal-Mart e McDonald's (che attraverso un comunicato stampa ha di fatto dato il suo appoggio alla proposta alternativa dei Democratici), oltre alla maggior parte delle fabbriche, sono rimasti chiusi.

Già alla fine di marzo, prima che la discussione riprendesse in Senato, i cosiddetti "latinos" hanno fatto sentire in massa la loro voce. Gli Stati Uniti hanno assistito alle più grandi dimostrazioni di piazza degli ultimi decenni, le manifestazioni sono proseguite numerose per tutto il mese di Aprile. In centinaia di migliaia hanno manifestato a Los Angeles, Chicago, Washington, New York, ma la dimostrazione più spettacolare si è avuta sicuramente il Primo Maggio, giornata che negli Stati Uniti non è festeggiata nemmeno dalla cosiddetta "sinistra". Non a caso gli immigrati hanno scelto questa data simbolo e hanno paralizzato l'intero Paese con uno sciopero generale destinato a passare alla storia come uno dei più imponenti avvenuti negli Stati Uniti.

 

La nascita di nuovi comitati e la direzione della lotta

 

I vari comitati di immigrati sorti in questa circostanza non puntano al solo ritiro della legge Sensenbrenner (che probabilmente avverrà, vista l'avversione delle lobbies), ma sperano di costruire il più grande movimento di diritti civili dopo quello degli afroamericani degli anni '60. I milioni di scioperanti chiedono la possibilità di accedere alle cure sanitarie, di godere dei più basilari diritti sindacali (come la possibilità di avere un salario adeguato o di poter godere delle ferie), chiedono in definitiva di poter ottenere il pieno diritto alla cittadinanza.

Il gruppo che maggiormente ha pesato nell'organizzazione di queste grandi manifestazioni è Answer, una rete di organizzazioni religiose e politiche nate principalmente dal movimento no-global e consolidatesi dopo l'11 settembre 2001. Questo gruppo è "accusato" di essere marxista e filo-terrorista, accuse che derivano dall'annoverare tra le sue file il Party for Socialism and Liberation (tacciato di marxismo) e la Muslim Student Association - National (studenti musulmani ortodossi dalle posizioni che paiono ambigue).

Alla conclusione di una manifestazione un leader di Answer si è rivolto alla folla con l'appellativo di "compagni", ciò ha scandalizzato non poco i giornalisti americani!

Sebbene molti indichino nel Party for Socialism and Liberation il reale motore del movimento, non possiamo affermare che questa grande mobilitazione abbia una direzione coerentemente marxista, il Psl ha posizioni molto confuse e concentra tutta la sua attività all'interno del movimento statunitense, con alleanze a dir poco discutibili (per lo più gruppi religiosi).

 

La mancanza di un'avanguardia marxista e internazionalista

 

Il panorama delle organizzazioni di sinistra negli Usa è sfaccettato e complesso, dopo le manifestazioni di Seattle del 1999 e l'11 settembre 2001 sono nati e cresciuti molti gruppi, tutti relativamente piccoli e organizzati in reti, stile Social Forum. I partiti che si rifanno al marxismo hanno spesso posizioni ambigue (il Workers World Party, ad esempio, dal quale si è scisso il Psl, annovera tra i suoi maestri Mao, Stalin e Trotsky!) e raramente hanno posizioni coerentemente internazionaliste.

Questo è un grosso limite per lo stesso movimento contro la legge Sensenbrenner. L'obiettivo, rilanciato da Answer e dallo stesso Psl, è di costituire un movimento di diritti civili come quello di Martin Luther King (che aveva ben poco di marxista), con queste premesse il pericolo reale è che tutto si fermi all'abolizione della legge contestata.

Le potenzialità sono comunque enormi ed è apprezzabile che nel cuore della superpotenza mondiale si sia creato un movimento così vasto e articolato. L'attuale mancanza di un'avanguardia coerentemente marxista che abbia la capacità di unificare le rivendicazioni degli immigrati con quelle di tutti i proletari nordamericani e del resto del mondo è un grosso limite, l'unica speranza è che attraverso i movimenti di questi anni possa vedere la luce un nuovo grande partito internazionalista dei lavoratori che spinga le singole battaglie fino alla conquista del potere. 

 

Nepal: per un governo operaio e contadino

Il governo di Ginija Prasad Koirala non rappresenta la soluzione per gli operai e i contadini poveri


di Antonino Marceca

 

La crisi pre-insurrezionale, che ha investito il Nepal - uno Stato dipendente disposto ai confini tra l'India e la Cina - nel mese di aprile, sembra abbia trovato una soluzione provvisoria il 2 maggio con la costituzione del governo di collaborazione di classe del primo ministro Girija Prasad Koirala, presidente del Partito del Congresso del Nepal e vecchio arnese della borghesia liberale nepalese, sempre vicino al palazzo reale. La monarchia, almeno per il momento, è salvaguardata. Il governo è sostenuto dall'alleanza (Spa) di sette partiti: Partito del Congresso, Partito del Congresso Democratico, Partito Comunista del Nepal (m-l unito), Partito dei lavoratori e dei contadini (Fronte della Sinistra Unito), Sadbhavana Nepali Party, Rastriya Iana Morchia e Sanyunkta Janamorcha Nepal. Koirala ha tenuto per sé il ministero della difesa e una dozzina di altri dicasteri, Kp Sharma Oli del Pcn (m-l unito) è stato nominato vice Primo ministro e ministro degli Esteri.

L'altro Partito Comunista del Nepal (maoista) ha annunciato una tregua e revocato il blocco della capitale e delle principali città, dichiarando che continuerà la lotta per l'assemblea costituente e la repubblica. Il nuovo governo ha approvato una risoluzione che prevede le elezioni per l'assemblea costituente, che dovrà elaborare la nuova carta fondamentale e decidere del destino istituzionale; ha accettato la tregua proposta dai maoisti, annullato i provvedimenti d'arresto e invitato i dirigenti maoisti a sedere al tavolo dei negoziati. Prachanda, leader del Pcn maoista, in un comunicato, dopo aver apprezzato le decisioni del governo, ha espresso la disponibilità del suo partito al dialogo.

L'annuncio della formazione del nuovo governo ha coinciso con l'arrivo nella capitale, Kathmandu, dell'assistente per il Segretariato di Stato americano competente per l'Asia, Richard Boucher, che avrà colloqui con il re e con il premier Koirala. Già nel novembre 2005, dopo la stretta repressiva del 1° febbraio in cui la repressione si era estesa a settori liberali, tra i sette partiti sopra menzionati e i maoisti si era giunti a un'alleanza basata su dodici punti, che prevedevano tra l'altro un governo ad interim per indire le elezioni di un'assemblea costituente attraverso cui determinare il destino della monarchia. Si trattava di un programma che esprime gli interessi della borghesia liberale finalizzata a ingabbiare le forti potenzialità di lotta e rivoluzionarie presenti nel paese himalayano.

Lo sciopero a oltranza di aprile

Quello che doveva essere uno sciopero di quattro giorni (dal 6 al 9 aprile), proclamato dall'opposizione contro il potere monarchico assoluto e per il ripristino della democrazia, ha trasceso le direzioni dei partiti d'opposizione assumendo i caratteri di uno sciopero a oltranza per la cacciata della monarchia. Lo sciopero era sostenuto dai sindacati, da associazioni studentesche, partecipato da milioni di operai, disoccupati, contadini e giovani studenti che si sono riversati nella capitale Kathmandu e nelle principali città del Paese in un clima pre-insurrezionale, affrontando con coraggio e determinazione la brutale repressione che il re Gyanendra aveva ingiunto all'esercito e alla polizia di attuare.

Il regime è stato paralizzato, le forze di repressione non sono state in grado di esercitare tutto il loro potenziale di fuoco per il malcontento tra gli ufficiali dell'esercito e la disillusione tra le forze di polizia. La catena di comando nell'esercito si è inceppata, con soldati demotivati e la polizia incapace di reagire. L'esercito e la polizia, che costituiscono il fulcro di uno stato militarizzato, nel corso della rivolta si sono ritirati a protezione del governo e del palazzo del re nella capitale Kathmandu.

In queste settimane di aprile, insomma, il Nepal ha raggiunto una situazione in cui il vecchio potere non riusciva più ad esercitare il suo dominio mentre il nuovo, basato sull'alleanza tra operai e contadini poveri, era privo di una direzione marxista rivoluzionaria adeguata. In questo quadro critico, grazie ai consigli e alle pressioni di Usa, Gran Bretagna, Ue, India e Cina, il re Gyanendra, nel tentativo di salvare la monarchia, ha annunciato la riapertura del vecchio Parlamento, che lui stesso aveva dissolto il 22 maggio 2002, e affidato l'incarico di formare il nuovo governo a Girija Prasad Koirala.

 

Le responsabilità della sinistra stalinista

 

Il Partito Comunista del Nepal (m-l unito, al governo) è stato fondato il 22 aprile 1949 su basi staliniste. Dopo il terzo congresso del partito, tenuto nell'aprile del 1962, una fase di scissioni e differenti filiazioni internazionali, in relazione allo scontro tra Cina e Urss, investì il partito. Nel 1990 si costituì l'Unity Centre del PCN, una frazione maoista che, dopo una fase clandestina nel 1995, fondò il Pcn maoista, che avviò la "guerra del popolo" con basi nelle campagne. Il Pcn (m-l unito), viceversa, partecipò alle elezioni generali del 1991 e poi nel 1994 ottenendo vasti consensi elettorali e avviando la fase di partecipazione al governo con i liberali nel quadro di una monarchia assoluta.

Tra le forze staliniste presenti nel Paese, la maggiore responsabilità, per la subordinazione della classe operaia alle forze liberali e al loro programma, ricade proprio sul Partito Comunista del Nepal (m-l unito). Questo partito nelle elezioni politiche del 1999 ha raggiunto il 31,6 % dei consensi elettorali ed è maggiormente radicato tra i lavoratori delle città. Nel corso di questa lotta non ha dato nessuna indicazione indipendente alla classe operaia mantenendo soltanto la richiesta, comune ai partiti liberali, di una "democrazia plurale": una richiesta che mira semplicemente a riprendere il lento cammino della primavera del 1990, quando un forte movimento popolare e il blocco commerciale portato avanti dall'India costrinsero la monarchia a rinunciare al potere assoluto e introdurre un sistema politico parlamentare multipartito.

Il Partito Comunista del Nepal (maoista) costituisce invece un movimento armato contadino in un Paese caratterizzato da una struttura economica prevalentemente agraria, in cui predomina il latifondo e la stessa famiglia regnante è tra i più grandi latifondisti. Sulla base della parola d'ordine "la terra a chi lavora" il Pcn maoista ha condotto una guerriglia ("guerra del popolo") nelle campagne a partire dal febbraio 1996. L'oppressione, la povertà, la resistenza dei contadini all'espulsione dalle loro terre, la fame di terra dei contadini poveri hanno permesso un notevole radicamento della guerriglia in vaste parti del Paese in cui si è realizzato un blocco tra "forze patriottiche, democratiche e di sinistra", comprendenti strati di piccola e media borghesia e contadini poveri, sulla base di un programma "antifeudale e antimperialista".

Il partito maoista e l'organizzazione militare "esercito del popolo" sono strettamente intrecciati e diretti dal presidente del partito Pushpa Kamal Dahal (Prachanda). La linea politica, approvata nella II Conferenza Nazionale del partito, è indicata con il nome di "Cammino Prachanda", evidente segno di culto della personalità del capo: una politica basata sulla strategia, tipica del maoismo, delle "campagne che accerchiano le città", mentre la classe operaia delle città viene relegata ad un ruolo puramente passivo e di attesa dell'esercito contadino liberatore. Questa concezione del processo rivoluzionario in caso di vittoria dell'esercito contadino porterebbe ad uno stato burocraticamente deformato fin dall'inizio, come successe in Cina e in Cambogia, premessa alla restaurazione capitalistica. L'adesione del Pcn (maoista) alla teoria stalinista della rivoluzione a tappe, in cui la classe operaia nei paesi dipendenti deve limitare i propri obiettivi alla formazione di una repubblica democratica borghese, lo porta ad adattarsi alle forze del blocco liberale e di fatto a sostenere il governo.

 

La sola prospettiva è un governo operaio e contadino

 

Il governo di Girija Prasad Koirala non risolverà nessuno dei problemi che interessano la classe operaia e i contadini poveri del Paese: la borghesia nepalese è troppo debole per risolvere persino le questioni democratiche. Sotto la sua direzione l'assemblea costituente sarà svuotata di quei contenuti immediati che interessano le masse oppresse, le quali hanno pagato con il sangue la lotta per le libertà democratiche. Il sostegno accordato al governo da parte delle forze staliniste non solo permette alla aristocrazia e alla borghesia di sopravvivere ma ingabbia le forze rivoluzionarie: la classe operaia e i contadini poveri.

Per questo noi pensiamo che il proletariato nepalese e i contadini poveri non debbano accordare nessuna fiducia al governo di collaborazione di classe di Girija Prasad Koirala. Solo il loro armamento, la costituzione di Consigli (Soviet) degli operai, dei contadini e dei soldati, la lotta per un governo operaio e contadino sono la migliore garanzia contro la monarchia, il governo borghese e l'imperialismo. La costituzione di un governo operaio e contadino che inizi a risolvere la questione agraria ed avvii il controllo operaio e pianificato della produzione può rappresentare un potente fattore di sviluppo della rivoluzione in Asia, in Cina e in India, verso una Federazione Socialista dell'Asia del sud.

Ancora una volta, in questa epoca di guerra e rivoluzione, rimane indispensabile l'insegnamento di Lenin e di Trotsky sulla centralità della direzione della classe operaia nella fase democratico borghese dei processi rivoluzionari nei Paesi dipendenti (coloniali e semicoloniali) e, con essa, l'indipendenza dei partiti comunisti dai liberali. Anche se in Nepal la classe operaia è una minoranza della popolazione solo la sua direzione e la sua egemonia possono garantire uno sbocco socialista al processo rivoluzionario.

 

La vittoria degli studenti e dei lavoratori francesi

Un potenziale enorme disperso nel vuoto di avanguardia

 

di Ingmar Potenza

 

Abbiamo già, nello scorso numero del nostro giornale, dato una dettagliata cronaca delle proteste che a partire da febbraio si sono susseguite in Francia contro la legge pour l'égalité des chanches (per la parità di possibilità) varata dal governo di Dominique De Villepin. In particolare l'attenzione si è focalizzata sull'articolo che introduceva il contratto di primo impiego (Cpe), una forma di contratto che legalizzava di fatto la precarietà nelle grandi imprese e che fa seguito ad altre norme (Cne, Cdd) che già la favorivano ampiamente.

Il livello dello scontro continua ad alzarsi nel corso dei due mesi di proteste, si arriva al 28 marzo ad una manifestazione nazionale che raccoglie, lungo tutto il paese, circa tre milioni di giovani disoccupati, studenti e lavoratori, mentre in decine di atenei proseguono le occupazioni a oltranza.

Il Presidente Chirac promulga comunque la legge, seppure chiedendo delle modifiche al testo dell'articolo 8, quello riguardante il Cpe: che il periodo in cui è possibile licenziare si riduca da due anni a uno e che il licenziamento sia motivato, mentre il dispositivo originale non richiede la "giusta causa". Queste modifiche, che sono illustrate in televisione dal Presidente stesso, in quello che sarà considerato uno dei suoi peggiori interventi pubblici, per il loro valore ridicolo non fanno che aumentare la rabbia dei giovani in lotta.

 

Il radicamento dello scontro nella coalizione tra studenti e lavoratori

 

Gli studenti, universitari e liceali ormai strettamente collegati, aumentano la pressione sui sindacati per indire lo sciopero generale e organizzano una nuova mobilitazione nazionale per il 4 aprile, che registra ancora una partecipazione di circa 3 milioni di persone e che continua ad essere affiancata da scioperi di categoria. Una grande dimostrazione di come sia ancora saldo il fronte dei contrari tanto al Cpe quanto all'intera legge pour l'égalité des chanches, a quella sull'immigrazione voluta dal Ministro dell'Interno Sarkozy e alla concertazione, che è sempre al ribasso, a cui aspirano Cgt e Cfdt, insieme agli altri sindacati. Nei giorni successivi si moltiplicano i blocchi stradali e tutta una serie di iniziative locali intorno alle università in agitazione, mentre i sindacati, che firmano dichiarazioni radicali insieme al coordinamento studentesco chiedendo il ritiro della legge prima di qualsiasi trattativa, si affrettano ad andare a colloquio con il governo per mantenere aperta la strada del dialogo. Nel frattempo il Medef (la Confindustria francese) ha già da qualche giorno dichiarato di non ritenere più utile il Cpe: nel momento in cui questo provvedimento ha dimostrato con estrema chiarezza il suo potenziale esplosivo a livello sociale, i padroni hanno perso tutto il loro interesse verso esso, molto più interessati alla pace sociale garantita dalla concertazione, che salvaguarda i loro lauti guadagni indorando la pillola dello sfruttamento.

 

La vittoria del movimento con il ritiro della legge

 

Davanti alle ultime resistenze della maggioranza parlamentare, che intanto affronta le sue sempre più gravi divisioni interne, studenti e sindacati proclamano nuove manifestazioni nazionali per l'11, il 13 e il 18 aprile, a ripetizione quindi, con un calendario alquanto ristretto e martellante, per dare quella che sembra proprio l'ultima necessaria spallata all'avversario ormai in crisi. E così è: la mattina del 10 aprile Chirac dichiara di aver ritirato l'articolo di legge contestato, che sarà sostituito con un provvedimento in via di elaborazione. Studenti e sindacati considerano a questo punto vinta la battaglia, si affrettano dunque le spinte delle burocrazie alla smobilitazione delle proteste e delle occupazioni, tra toni trionfanti e pomposi "vigileremo", cosa che evidentemente intendono fare a braccetto dei loro interlocutori borghesi, davanti ai quali hanno riconquistato una legittimità di contrattazione da tempo mancante.

Bastano appena tre giorni per approdare al sostituto del Cpe, certo un provvedimento ben più debole, che colpisce meno le coscienze popolari, ma che ovviamente continua a rientrare nel solco delle misure che arricchiscono i padroni e trascurano completamente i lavoratori. Il nuovo dispositivo infatti non tratta più l'argomento del precariato, ma dispone l'allargamento di un provvedimento già in vigore di sovvenzione statale alle imprese, in sgravi fiscali o aiuti diretti, per le assunzioni a tempo indeterminato di giovani sotto i 26 anni, per i primi due anni del contratto.

 

I reali risultati della battaglia

 

Ben poco a questo punto si muove sul fronte delle lotte, complici forse le vacanze pasquali dopo più di due mesi di intensi scontri, perso il punto principale d'attenzione, il Cpe, e registrata la convinta soddisfazione dei sindacati di lavoratori e studenti - l'Unef per intendersi, il braccio giovane della burocrazia - solo poche realtà provano a portare avanti le occupazioni, come alla Sorbona, dove però sono costretti a cedere agli sgomberi.

Sul piano politico i risultati delle lotte studentesche, che hanno seguito a breve distanza i ben noti disordini nelle banlieues, sono poi rimasti dubbi, non è facile capire chi ne abbia giovato. Di certo il governo, che è comunque rimasto in carica sebbene "zoppo", è destinato a trascinarsi stancamente fino alle elezioni del prossimo anno, mentre il ministro dell'Interno Sarkozy pare addirittura non essere stato particolarmente coinvolto in questo crollo, piuttosto rafforzato rispetto ai suoi avversari all'interno della destra francese. Il centrosinistra, dal Ps al Pcf, perseverando nel silenzio assordante della sua opposizione, ha tenuto un basso profilo nel corso di tutto il periodo delle contestazioni, ha fatto gioco sul legame con i sindacati filo-concertativi interni alle lotte, non mancando di ribadire la propria affidabilità verso i padroni. La sinistra di Lcr e Lo ha mancato il proprio ruolo di avanguardia delle lotte, non spingendo a dovere per costruire la maggiore e necessaria coscienza delle masse in lotta, limitando le proprie rivendicazioni e rimanendo di fatto marginale al contesto.

 

L'enorme potenzialità della lotta bloccata dalla mancanza di un'avanguardia

 

In questo quadro rimane una considerazione da fare: negli ultimi mesi si è espresso in tutta la Francia un enorme potenziale sociale di opposizione al liberismo, con le rivolte anti-Cpe dopo le già citate ribellioni dei giovani delle banlieues, che fanno il paio con il clamoroso risultato dello scorso anno del referendum sulla costituzione europea, bocciata nonostante la campagna a senso unico di quasi tutte le forze politiche, che ne sono uscite infatti, sia a destra che a sinistra, con le ossa rotte. In molti contesti delle mobilitazioni anti-Cpe il richiamo al superamento del capitalismo, all'esperienza della Comune di Parigi, è stato forte ed è divenuto ulteriore motore della radicalizzazione delle lotte.

Un'intera generazione ha dimostrato di cominciare a comprendere il processo di proletarizzazione a cui viene sottoposta, si è avvicinata al riconoscimento di una coscienza di classe che l'ha portata a cercare un legame tra le aule universitarie e i quartieri proletari, verso l'unità degli sfruttati. Non basta questo però e gli obiettivamente scarsi risultati ottenuti, se rapportati alle forze espresse, lo dimostrano chiaramente: è mancata la capacità di un'avanguardia. Occorre un elemento già cosciente che quanto si è presentato nelle forme del Cpe, dell'intera legge pour l'égalité des chanches, come della nuova legge sull'immigrazione e prima del Cne e del Cdd, altro non è che la lotta di una classe contro l'altra, una lotta condotta negli ultimi anni solo dal fronte dei padroni, da chi ha ben chiari i ruoli di sfruttatore e sfruttato. Serve un'avanguardia che faccia comprendere quanto parziale sia la vittoria sul Cpe, che rallenta appena di un passo il percorso inesorabile del capitale, mentre mostra le reali possibilità rivoluzionarie, di reazione a catena, di un tale movimento di massa, che partendo dalle università francesi può scuotere l'intera Europa, che cerca una risposta al liberismo sfrenato e che cova contraddizioni esplosive in ogni Stato, in attesa solo del giusto fuoco per scatenarsi.

Cose dell'altro mondo

 

a cura di Valerio Torre

 

Gas boliviano: nazionalizzazione o nazionalismo?

 

Il 1° maggio scorso la notizia della nazionalizzazione del gas da parte del neonato governo Morales in Bolivia ha fatto il giro del mondo. Un ampio dibattito si è sviluppato fra gli organi d'informazione borghesi da un lato, che hanno espresso forte preoccupazione per quello che è stato definito "uno scippo" ai danni delle imprese che hanno investito in terra andina, e la stampa progressista dall'altro, che ha invece enfatizzato il provvedimento favoleggiando di una specie di fase prerivoluzionaria latinoamericana, col capitalismo imperialista già quasi in ginocchio.

Certamente, la cornice in cui si svolto quest'evento è stata ben costruita anche in funzione dell'esposizione mediatica: l'annuncio è stato dato da Evo Morales il giorno della festa dei lavoratori ed in concomitanza con i 100 giorni dall'insediamento del suo governo. Il presidente boliviano, seguito dai suoi ministri e da funzionari statali, si è presentato sul campo estrattivo di San Alberto proclamando "el gas es nuestro!" e ordinando all'esercito di occupare e presidiare le installazioni: misura, quest'ultima, solo di facciata, poiché era del tutto evidente che nessuno avrebbe potuto contrastare l'appropriazione delle strutture.

Il decreto n. 28701, naturalmente, non dispone affatto la nazionalizzazione del gas e degli idrocarburi nel senso dell'espropriazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori delle multinazionali che sono concessionarie dei diritti di estrazione e commercializzazione: il tentativo della stampa borghese di offrire all'opinione pubblica una rappresentazione diversa della realtà che si è venuta a determinare in Bolivia dopo le decisioni del governo è assolutamente strumentale. Sia pure con diversi accenti - e cioè a seconda degli interessi che sono stati toccati dal nuovo regime giuridico - la comunità internazionale si è limitata ad esprimere "preoccupazione" e l'auspicio che possano essere in breve raggiunte intese tali da superare attraverso la diplomazia la fase di incertezza che si è venuta a creare dopo il decreto.

Nonostante molti organi di stampa (Corriere della Sera, il Manifesto) abbiano parlato di nazionalizzazione "a sorpresa", il provvedimento era in realtà già stato largamente annunciato durante tutta la campagna elettorale di Evo Morales, tanto che il portavoce della Commissione europea, Johannes Laitenberger, ha dichiarato: "sapevamo che il governo boliviano avrebbe preso misure per aumentare il controllo statale nel settore, speravamo solo che ci sarebbe stata una consultazione".

Occorre ricordare che, dopo il referendum del giugno 2004, con cui il popolo boliviano votò per il ritorno del settore energetico sotto il controllo dello Stato e per la revoca delle estese privatizzazioni degli idrocarburi imposte dall'ex presidente Gonzalo Sanchez de Lozada, venne nel 2005 varata la legge 843 che già prevedeva di aumentare l'imposizione sui proventi delle multinazionali fino al 50% (di cui il 18% di royalties ed il 32% di tasse) dal 18% complessivo che prima queste pagavano. Oggi, dopo il decreto n. 28701, le proporzioni si sono invertite: il 18% dei proventi resteranno alle imprese e l'82%, fra royalties ed imposte, andrà invece allo Stato.

Tuttavia, nonostante sia stata data la stura ad un certo allarmismo - in un primo momento, Brasile e Spagna erano i paesi ad apparire più contrariati, dal momento che Petrobras e Repsol-Ypf (rispettivamente, brasiliana ed ibero-argentina) sono le due multinazionali più esposte con cospicui investimenti in terra andina - un più attento esame del quadro giuridico venutosi a determinare in seguito al provvedimento ha tranquillizzato i big dell'energia, che hanno tirato un sospiro di sollievo quando Morales, dalle prime intransigenti dichiarazioni ("non c'è spazio per nessuna trattativa") è passato ad un atteggiamento molto più conciliante culminato in un vertice a quattro, con Lula, Chavez e Kirchner, svoltosi a Puerto Iguazù pochi giorni dopo l'emanazione del decreto.

In realtà, la normativa approvata dal governo boliviano non contempla alcuna confisca, perché se è vero che la proprietà dei giacimenti viene autoritativamente trasferita alla Ypfb (la società energetica pubblica), le multinazionali che operano nel settore restano titolari delle concessioni a suo tempo ottenute dai predecessori di Morales. La normativa prevede invece che, entro i successivi 180 giorni, le imprese concessionarie dovranno rinegoziare i contratti sulla base delle nuove condizioni stabilite dal decreto n. 28701: ciò in applicazione del programma elettorale presentato da Morales e dal suo attuale vicepresidente Alvaro Garcia Linera (teorico del "capitalismo andino", il nuovo sistema sociale che quest'ultimo vuole applicare in Bolivia), secondo cui il paese ha necessità di soci e non di padroni.

E chi pensasse che le multinazionali intendono sottrarsi al ruolo coatto di "soci di minoranza" dello Stato andino che il decreto prevede per cinque di loro sarebbe subito smentito dalle eloquenti parole di Jana Drakic, vicepresidente della Chaco, controllata dalla Bp, secondo cui "Morales ci ha dato 180 giorni. Siamo pronti a dialogare". D'altronde, i mercati non hanno registrato alcuno scossone: Petrobras, Repsol, Bg Group e Total, non hanno accusato i forti ribassi che si temevano.

In ogni caso, subito dopo la scalata del Palacio Quemado, nuovi gruppi internazionali (Shell, Gazprom e Pdvsa) già si erano precipitati in Bolivia per proporre nuovi investimenti, per nulla spaventati dalla legge 843, che aveva drasticamente ridotto i profitti per le imprese. Le ragioni della fiducia degli investitori stanno nel fatto che il decreto si applica solo ai giacimenti con produzione quotidiana di 2,83 milioni di metri cubi, che in Bolivia sono soltanto due! A tutti gli altri si continueranno ad applicare le regole stabilite dalla legge 843. Né va sottaciuto che quelle stesse multinazionali operano nel Qatar con margini di profitto ancora più bassi che in Bolivia. E, come sostiene un esperto del settore, Luis Carlos Kinn, "con Morales gli stranieri, anche se avranno a disposizione rendimenti inferiori rispetto al passato, potranno contare su una maggiore stabilità politica. Non tutto è negativo".

Comunque, il vertice di Puerto Iguazù ha stemperato molto le tensioni iniziali con Brasile ed Argentina, che si sono subito dichiarati disposti a pagare per il gas boliviano almeno 5,5 dollari per ogni btu (l'unità di misura del gas estratto) rispetto ai 3,18 sborsati finora. Ma va considerato che il prezzo medio internazionale è di 7 dollari e negli Usa arriva fino a 14.

Come si vede, la presunta "nazionalizzazione" appare, tutto sommato, un moderato esempio di nazionalismo: il quadro giuridico-economico che il governo ha costruito non mette neanche in discussione i contratti che alcune delle multinazionali ottennero dal compiacente privatizzatore Sanchez de Lozada e che Morales stesso definì in campagna elettorale "illegittimi". Basterà adeguarsi al nuovo regime previsto dal decreto perché tornino ad essere magicamente "legittimi"!

Medio Oriente: l'unica via per la trasformazione è la rivoluzione socialista!

La situazione politica, dalla Palestina all'Iran

 

di Francesco Fioravanti

 

 

La gran parte degli analisti politici concorda nel ritenere la regione mediorientale l'area del pianeta nella quale attualmente sono condensate le maggiori contraddizioni politico-sociali: la crescente radicalizzazione delle masse popolari di quei paesi, l'ingovernabilità di situazioni che si pretendevano essere pacificate e pacificabili, la decennale aspirazione di settori della borghesia locale di giungere ad un pieno sviluppo industriale, di certo contribuiscono a confermare le affermazioni di cui sopra.

Zona geografica ricchissima di vitali materie prime, fonte di continui appetiti per gli insaziabili stomaci degli imperialismi occidentali, di certo il Medio Oriente storicamente rappresenta un'area di cruciale importanza per le sorti dell'intero sistema capitalistico. Nell'attuale fase dello sviluppo economico, che si contraddistingue per un'accentuata dipendenza dai profitti realizzati dagli investimenti nel settore petrolifero, possiamo dire, con pochi margini di errore,  che esso è diventato l'epicentro dello scontro fra le potenze imperialiste. Di fatto, il controllo politico-militare di questa zona consente di attestarsi in posizione dominante nel nuovo scenario di concorrenza economica globale prodottosi dopo la caduta del colosso sovietico e la dissoluzione degli ex-stati operai deformati. In questo senso, il largo consumo di petrolio, divenuto fondamentale anche nella grande produzione industriale, e la rendita finanziaria legata all'ampio flusso commerciale dello stesso, sono elementi essenziali per spiegare le guerre condotte e quelle minacciate dagli Usa recentemente.

Negli ultimi anni l'emergere su scala mondiale di nuove potenze economiche, ha portato ad una concorrenza ancora più accanita per l'accaparramento dell'"oro nero" e delle altre materie prime destinate a sorreggere le economie a capitalismo avanzato. Questo fenomeno ha prodotto: da un lato alcuni tentativi di "smarcamento" di stati da lungo tempo legati da vincoli solidissimi con l'imperialismo americano (Arabia Saudita), dall'altro nuove inevitabili tensioni fra i grandi paesi per il controllo di un territorio che, come si osservava, può rivelarsi decisivo per le sorti del precario equilibrio che regge i rapporti fra le grandi potenze economiche.

In questo quadro generale debbono essere analizzate le vicende della "questione nucleare iraniana" e della crescita di consensi per Hamas sfociata nella vittoria alle recenti elezioni politiche palestinesi, due questioni di grande rilevanza che stanno contribuendo a rendere lo scacchiere mediorientale ancora più ingarbugliato. La lente d'ingrandimento del marxismo rende molto più facile il nostro lavoro. Proviamo a capire il perché.

 

L'Iran e l'atomica

 

L'Iran è sicuramente il paese sul quale sono maggiormente puntati gli inquietanti riflettori delle diplomazie occidentali. Inserito subito dopo l'attentato alle Twin Towers dal presidente Bush nella famosa lista degli stati-canaglia, esso è ora accusato dagli Stati Uniti e dalla triade europea (Gran Bretagna, Francia e Germania) di volersi dotare dell'arma nucleare per destabilizzare la regione e, magari, provare ad "abbattere" lo stato d'Israele (il quale, sia detto fra parentesi, continua a mantenere floridi rapporti economici con il suo "nemico giurato"). Quanto ciò che affermano i leaders occidentali corrisponde al vero e quanto è invece montatura propagandistica funzionale a giustificare un futuro intervento militare per rimuovere un regime poco propenso ad inchinarsi senza remore alla volontà e alle esigenze del capitalismo d'occidente?

Per comprendere l'intricata questione iraniana è necessario fare un piccolo balzo indietro nel tempo e soffermarci brevemente ad analizzare quello che rappresentò -e continua a rappresentare- quel grande evento di rottura che fu la rivoluzione teocratica condotta vittoriosamente a termine dall' ayatollah Khomeini, massima autorità dei musulmani sciiti. Ponendo fine al lungo dominio dello scià di Persia Rheza Palhavi -fedele alleato degli Stati Uniti e di Israele- ed andando a toccare elementi fondamentali della rendita petrolifera statunitense nel paese, la rivoluzione khomeinista si pose da subito nel solco dell'anti-americanismo e dell'anti-occidentalismo, vagheggiando sogni di emancipazione economica e culturale dalle due superpotenze (Usa e Urss) che dominavano allora il pianeta. Questo evento rappresentò la concretizzazione materiale della volontà di settori della borghesia iraniana di ricollocarsi in posizioni indipendente sullo scenario mondiale e ritagliarsi un ruolo importante nel controllo delle materie prime della regione allo scopo di trasformare i loro stati dipendenti in moderni e più avanzati stati capitalistici. L' attuale politica di Ahmadinejhad si inserisce nel solco tracciato da Khomeini e dai suoi successori. La volontà -nemmeno troppo celata- di arrivare in futuro all' "atomica", fa emergere le aspirazioni di una borghesia da tempo frustrata nelle sue aspirazioni di grandezza. Da qui l'opposizione degli Stati Uniti e dell'imperialismo europeo, bisognosi al contrario di un nuovo stato vassallo che consenta loro di sfruttare al meglio un territorio vasto e ricco di giacimenti petroliferi come quello iraniano. Se un attacco militare da parte del "gendarme" americano e dei suoi accoliti ancora non c'è stato, questo è dovuto al fatto che la situazione del vicino Iraq non consente di muovere passi in questa direzione: anche una super-potenza militare come quella statunitense deve fare i conti con la tenace resistenza della masse dei popoli oppressi che dimostrano quotidianamente di non voler facilmente piegarsi alle logiche di rapina che muovono le azioni dei grandi stati capitalistici.

Nell'intricata partita in questione, un ruolo non irrilevante lo giocano anche la Cina e la nuova Russia di Putin, le quali, questa volta, sembrano intenzionate a difendere con più forza rispetto al passato -anche recente- i loro interessi strategici nella regione: l'opposizione alla minaccia dell'intervento militare e finanche a sanzioni economiche stanno a dimostrare come Ahmadinejhad e il suo governo possano contare sull'appoggio concreto dei due giganti economici emergenti, i quali hanno da salvaguardare ingenti investimenti di loro aziende nello stato degli ayatollah. Ciò spiega in parte la sfrontatezza con la quale il presidente iraniano continua a dichiarare necessario il programma nucleare per il suo paese e mettere in dubbio la legittimità dell'esistenza dello stato sionista d'Israele.

 

Hamas e la Palestina

 

La vittoria conseguita da Hamas alle recenti elezioni per il rinnovo del parlamento palestinese è senz'altro il frutto di un malessere profondo che pervade le masse dei paesi arabi. La straordinarietà del risultato conseguito dalla formazione politica che si richiama all'integralismo islamico  è il risultato di un'esasperazione crescente del popolo palestinese, vessato da una decennale occupazione militare da parte dell'esercito sionista e da una gestione politica corrotta e affamatrice di Al Fatah, l'altra storica organizzazione politica  presente sul territorio palestinese. Un  aspetto molto importante del risultato delle elezioni politiche consiste nel fatto che con questa scelta i palestinesi hanno dimostrato la loro contrarietà agli accordi che precedentemente erano stati siglati dall' Anp dell'ex-leader Arafat con lo stato d'Israele, segno di una rinnovata disponibilità del popolo palestinese a battersi con vigore per veder realizzata la sua aspirazione storica: quella della conquista di un proprio stato e della distruzione di quello sionista-imperialista d'Israele. L'esito delle elezioni e la conseguente ascesa al potere del gruppo islamico ha seriamente preoccupato parte del mondo occidentale; con gli Usa schierati a sostegno aperto di Israele nella violenta campagna di diffamazione verso Hamas, fino ad arrivare ad un primo blocco dei finanziamenti -vitali per la gestione quotidiana dell'amministrazione palestinese- all' Anp. Consapevole di ciò, la stessa Hamas ha cercato fin da subito di ammorbidire toni e dichiarazioni allo scopo di salvaguardare gli interessi di una parte cospicua della borghesia palestinese -senza il sostegno della quale diverrebbe impossibile governare-, tutt'altro che disinteressata ha mantenere buoni rapporti con il capitalismo occidentale. Ecco perché nemmeno Hamas può dare le risposte necessarie ai bisogni delle masse palestinesi: il suo essere legata ad una parte cospicua della borghesia la porterà a sacrificare nuovamente sull'altare della governabilità le aspirazioni storiche della stra-grande maggioranza dei palestinesi. A dimostrazione ulteriore che la risposta non può venire -come ne caso iraniano- dall' islamismo politico.

 

Quale alternativa all'islamismo politico per il Medio Oriente?

 

Come tutti possono facilmente intuire la situazione dei paesi arabi, e mediorientali in generale, è potenzialmente esplosiva: la resistenza del popolo iracheno e di quello palestinese, la radicalizzazione politica delle masse in vari paesi, la crescente consapevolezza che l'emancipazione reale debba passare inevitabilmente per una trasformazione politico-sociale, sono tutti sintomi di come siano presenti gran parte delle condizioni oggettive per affrontare un percorso che sfoci nella trasformazione generale della società mediorientale. Proprio perché si danno queste condizioni siamo consapevoli che la guida di questa trasformazione non può essere assolutamente lasciata nelle mani delle borghesie nazionaliste che si fanno scudo della bandiera dell'Islam per veder realizzate le proprie aspirazioni di "grandezza nazionale". Se si vuol far sì che i bisogni delle masse dei paesi coloniali e semi-coloniali non vengano nuovamente tradite da direzioni tentennanti ed opportuniste, bisogna mettere all'ordine del giorno in quei paesi la costruzione di partiti conseguentemente marxisti e rivoluzionari. Non esistono scorciatoie, non ci sono terze vie, solamente sotto le bandiere dell'internazionalismo proletario sarà possibile per i popoli oppressi liberarsi dal giogo del colonialismo e sconfiggere la brutalità dell'imperialismo.

 

Classici del Marxismo

 

Il programma transitorio

Una guida per l'azione e per la rivoluzione socialista

 

di Ruggero Mantovani

 

"La nostra dottrina non è un dogma, ma una guida per  l'azione": è un'affermazione con cui Engels ha egregiamente sintetizzato il contenuto programmatico del marxismo, il cui tratto essenziale ha costituito quel filo rosso che ha attraversato, per oltre centocinquanta anni, la battaglia dei marxisti rivoluzionari. Il programma comunista non ha mai rappresento un postulato morale, un'ideologia speculativa, un generico "manuale" sul capitalismo e sul socialismo: esso riflette anzitutto il pensiero, le condizioni oggettive e gli obiettivi del movimento operaio. Per dirla con Lenin, "nel suo programma il proletariato deve formulare la sua dichiarazione di guerra al capitalismo". Un programma comunista, in definitiva, si risolve nella prospettiva della conquista del potere e nella costruzione del socialismo. Questa è stata fin dal suo nascere l'essenza programmatica del marxismo (ben rappresentata da Marx ed Engels nel Manifesto del Partito Comunista) che, lungi dal celebrare il trionfo di una ricetta salvifica, ha costituito il principale strumento di lotta politica del partito rivoluzionario.

 

Il Manifesto del Partito Comunista

 

Per Marx ed Engels il programma comunista ha rappresentato una teoria generale di trasformazione sociale che, al contempo, è stata una prassi, basata sul rifiuto della divisione strumentalmente (come la storia del revisionismo socialdemocratico ha dimostrato) tra un "programma minimo" e un "programma massimo" con cui promettere "la sostituzione del capitalismo con il socialismo in un futuro non definito". Il Manifesto del Partito Comunista, che è senz'altro il più geniale manifesto della letteratura mondiale, sorprende ancora oggi per la sua freschezza ed attualità: ciò non vuol dire che in esso non vi siano alcune parti invecchiate, o che non ha avuto nel tempo bisogno di correzioni e di complementi. Il pensiero rivoluzionario non ha nulla in comune con l'idolatria: per i marxisti (asseriva Trotsky), i "programmi e i pronostici si correggono alla luce dell'esperienza".[1] Ma quello che rimane insostituibile sono le indicazioni fondamentali della teoria rivoluzionaria e del metodo delle rivendicazioni programmatiche transitorie.

La concezione materialistica della storia espressa nel primo capitolo del Manifesto, con cui i due rivoluzionari dichiarano che " la storia di ogni società esistita fino a questo momento è storia di lotta di classe", ha di fatto sostituito tutte le impostazioni piccolo borghesi e liberali espresse nelle teorie del "bene comune", delle "verità eterne della morale" e dell'"unità nazionale". Similmente, rimangono assolutamente attuali: l'anatomia del capitalismo (approfondita successivamente nel Capitale), quale stadio determinato dell'evoluzione economica; la teoria dell'impoverimento progressivo della forza lavoro (che non ha nulla a che fare con l'arricchimento della aristocrazia operaia); la concezione dello stato come comitato che amministra gli affari comuni di tutta la borghesia, quale unica teoria scientifica dello stato; la concezione della "lotta di classe come lotta politica" e l'"organizzazione dei proletari in partito politico", autonomo ed indipendente da tutti i governi della borghesia; l'impossibilità per il proletariato di conquistare il potere all'interno del quadro delineato dalle leggi della concorrenza borghese e la necessità di organizzare il proletariato come classe dominante; il carattere internazionale della rivoluzione proletaria, quale sviluppo naturale dell'espandesi internazionale del capitalismo.

Questi elementi del Manifesto del partito Comunista, non essendo concepite come astrazioni, si sono costantemente intrecciate alle dieci rivendicazioni programmatiche transitorie che Marx ed Engels formularono alla fine del secondo capitolo, le quali, lungi dall'essere superate ed arcaiche, segnarono un metodo assolutamente irrinunciabile per i marxisti: costituirono un "ponte", come più tardi asserirà Trosky, tra le rivendicazioni attuali ed il programma della rivoluzione socialista".

 

Programma transitorio e partito bolscevico

 

E' un metodo ben custodito e sviluppato qualche decennio più tardi dal bolscevismo, che è possibile rintracciare sia nel processo di formazione del Partito socialdemocratico in Russia fino al congresso del 1903, sia negli scritti successivi del 1917 e del 1918 negli anni più intensi e felici della rivoluzione russa. L'elaborazione di un programma comunista ha costituito per Lenin il fondamentale strumento per costruire il partito della rivoluzione socialista, capace di rispondere anzitutto alle condizioni di sviluppo del capitalismo e della coscienza del proletariato russo. In definitiva per i bolscevichi il programma ha costitutivo l'elemento di coesione del partito, formato per selezione da elementi avanzati, coscienti e non genericamente da "professori, studenti e scioperanti", come asserivano i menscevichi.

Fin dal 1885 quando Lenin scrive il suo primo progetto di programma, nel gettare le basi per la costruzione del partito rivoluzionario, senza alcuna esitazione sosterrà che solo "il ruolo protagonista della classe operaia (...) il suo essere classe antagonista al capitalismo" avrebbe spazzato via il potere della teocrazia zarista. Quello scritto avviò un fecondo dibattito all'interno della socialdemocrazia russa che si concluderà solo al II congresso del Posdr nel 1903. Tutta l'elaborazione dei programmi successivi (nel 1899 nel secondo progetto, seguito nel 1901 dal programma elaborato da Plechanov su incarico della redazione dell'Iskra), Lenin sostiene implacabilmente che l'obiettivo è: "l'organizzazione della lotta di classe del proletariato e la direzione di questa lotta, la conquista del potere politico del proletariato e l'organizzazione della società socialista". In tutto il processo di formazione del partito bolscevico Lenin, in aperta opposizione con il riformismo russo, torna spesso sul tema del programma difendendone il suo carattere rivoluzionario: in definitiva la questione del programma e la forma del partito che avrebbe realizzato la sua elaborazione è l'arena in cui si costruì il partito che realizzerà nel 1917 la rivoluzione proletaria.

E proprio nel 1917, con le Tesi d'aprile, Lenin, condensando i risultati del suo lavoro sull'imperialismo, porrà nel vivo della rivoluzione ancora una volta il nodo fondamentale del programma comunista: avanzare ai lavoratori la necessità immediata della conquista del potere, non come fraseologia rivoluzionaria, ma lanciando un programma di rivendicazione transitorie chiare e popolari: nazionalizzazione delle risorse economiche e soppressione degli apparati repressivi dello Stato borghese; controllo della produzione sociale da parte dei soviet operai.

Il dibattito sul programma continuerà anche dopo la rivoluzione russa e impegnerà il Partito comunista fino al VIII Congresso (marzo 1919), proprio nel momento più delicato per le sorti del giovane Stato operaio. La rivoluzione realizza una novità storica senza precedenti, ma è proprio Lenin ad insistere sulla necessità di modificare il programma transitorio; non è più solamente uno strumento di propaganda e agitazione per la presa del potere, ma deve guidare la transizione al socialismo: deve essere, in definitiva, espressione delle esigenze e dei progetti rivoluzionari e al contempo lasciare intatta la traccia del percorso storico che ha condotto all'Ottobre. Il programma diventa il principale strumento della rivoluzione internazionale del proletariato da cui nascerà la Terza Internazionale.

 

Programma e organizzazione

 

In Lenin, così come già precedente per Marx ed Engels, non esiste alcuna frattura tra le questioni organizzative e quelle programmatiche: tra queste vi è un rapporto dialettico, non primeggia mai l'una sull'altra. L'elaborazione del programma come strumento tattico-strategico per la presa del potere è possibile alla condizione che vi sia un'organizzazione rivoluzionaria di avanguardia che, nel vivo del conflitto di classe, elabori un programma transitorio. Come asserirà Trotsky, nel continuare la battaglia leninista contro il bonapartismo staliniano, "nella lotta per il potere il proletariato non ha altra arma che l'organizzazione". In definitiva "il significato del partito è il significato del programma"[2] e tanto più un partito è formato da elementi selezionati, più avanzati e dediti alla lotta politica, tanto più può giocare un importante ruolo storico e ciò indipendentemente dalla sua composizione numerica.

L'elaborazione del programma comunista, per Trotsky, deve evitare sia la tendenza all'astrazione settaria, ripetendo parole d'ordine generali senza alcuna connessione al livello della coscienza della lotta di classe; sia il pericolo opposto: adattarsi alle condizioni specifiche che prescindono dalla strategia generale. Abbiamo ripetuto - asserisce Trotsky- che il carattere scientifico della nostra attività consiste nel fatto che noi non adattiamo il nostro programma alle congiunture politiche o al pensiero o allo stato d'animo delle masse, ma che adattiamo il nostro programma alla situazione oggettiva come essa è rappresentata dalla struttura economica di classe della società (...) il compito del partito è portare la mentalità arretrata delle masse in armonia con i fatti oggettivi, far capire il compito oggettivo ai lavoratori"[3].

Per questi motivi il programma transitorio ha anzitutto un contenuto pedagogico, poiché è costantemente finalizzato a cambiare lo stato d'animo delle masse: "l'arte della propaganda è anzitutto il coraggio di essere impopolari". Questa è stato (ed è tanto più oggi) il compito storico dei marxisti conseguenti: "bisogna aiutare le masse - ritiene Trotsky - a trovare, nel processo della loro lotta quotidiana, il ponte tra le rivendicazioni attuali e il programma della rivoluzione socialista. Questo ponte deve consistere in un sistema di rivendicazioni transitorie che partono dalla condizioni attuali e dal livello di coscienza attuale di larghi strati della classe operaia e portino invariabilmente a una sola conclusione:la conquista del potere da parte del proletariato (...). La Quarta Internazionale non respinge le rivendicazioni del vecchio programma "minimo", nella misura in cui le rivendicazioni parziali "minime" si scontrano con le tendenze disgregatrici e distruttive del capitalismo decadente"[4]. Al di la della specificità temporale e della congiuntura storica in cui Trotsky formula il programma transitorio, nel vivo della resa dei conti tra rivoluzione e contro rivoluzione staliniana e poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, il metodo che in esso è contenuto costituisce ancora oggi uno strumento insostituibile per la costruzione del partito rivoluzionario. Un partito che sappia unirsi costantemente alla classe operaia e "nuotare con la corrente delle masse", consapevole che "questa corrente è la rivoluzione".

 



[1] L. Trotsky, "A novant'anni dal Manifesto del Partito Comunista" (1930).

[2] L. Trotsky, "Completare il programma e metterlo alla prova" (1938).

[3] Ibidem.

[4] L. Trotsky, Il programma di transizione (1938).

Nichi Vendola e la "globalizzazione gentile"

Le gesta neocoloniali del "compagno presidente" pugliese

 

di Michele Rizzi

 

Uno sguardo ad est...

 

Il corridoio VIII deve assicurare il transito dei combustibili dall'est Europa, attraverso Montenegro, Macedonia ed Albania, oltre che, con lo sviluppo delle infrastrutture di collegamento, una penetrazione più funzionale delle merci italiane in quei Paesi. La guerra in Jugoslavia del governo D'Alema, unita alle spedizioni italiane in Albania del governo Prodi, aveva la funzione di liberarsi di governi riottosi- anche se ex amici- per la creazione di nuovi mercati di riferimento per il capitalismo europeo ed italiano in particolare, ove produrre a prezzi stracciati e vendere le merci prodotte, cercando così di porre un freno alla crisi da sovrapproduzione. Si è infatti strutturata una massiccia delocalizzazione di aziende da una parte all'altra dell'Adriatico, che producono sia per il mercato interno di quei Paesi, sia per il mercato estero. Non è un caso che il nuovo Aeroporto di Bari -intitolato da Vendola "Aeroporto Giovanni Paolo II" - sia diventato internazionale, e si sia dotato di nuovi voli giornalieri per i paesi dell'est funzionali a favorire in tempi rapidi il trasferimento degli uomini d'affari da e verso questi luoghi.

Il corridoio VIII rientra in quel piano imperialista di penetrazione economica nell'est Europa. Lo stesso Vendola, che per i capitalisti pugliesi vuole ricavare un maggior spazio di intervento economico, è stato a Bruxelles a discutere di questo con i commissari Frattini e Barrot premendo fortemente sul governo italiano: "il corridoio VIII per me è un impegno persino ossessivo. Anche il mio ruolo all'interno del comitato delle regioni europee lo vorrei svolgere per porre soprattutto questo tema. Non è un favore al Sud dei Balcani e nemmeno alla Puglia. E' un favore all'Europa". E' quanto ha dichiarato lo stesso Nichi Vendola, intervenendo al forum "Verso la Comunità del Levante" promosso dall'assessorato regionale al Mediterraneo.

 

....per colonizzarlo

 

L'acquedotto pugliese ha già concluso un accordo con la Serbia per la ricostruzione dell'acquedotto distrutto dalle bombe del governo D'Alema, che sarà ovviamente finanziato dai contribuenti serbi. Qualche settimana fa l'Anas ha firmato un altro accordo con il gestore stradale albanese per ristrutturare le strade del "paese delle aquile"; Enzo Divella, presidente della Provincia di Bari, è stato nominato presidente della Camera di commercio italo-montenegrina; lo stesso Divella ha siglato un anno fa un accordo di cooperazione con il Montenegro per lo sviluppo della delocalizzazione delle aziende baresi in Montenegro. Per dare un carattere operativo a questo piano di penetrazione in quei Paesi, Nichi Vendola ha creato un assessorato specifico, quello al Mediterraneo, diretto da un'altra rifondarola, seppur "indipendente", Silvia Godelli.

D'altronde che Vendola goda oramai della simpatia della borghesia pugliese e testimoniato dalle parole del notista politico dell'edizione locale del Corriere della sera, Pellegrino: " Come era già emerso in campagna elettorale, anche alla prova di governo, Vendola sta dimostrando di essere cosa ben diversa dallo stereotipo un po' naif dell'irriducibile comunista che troppi ingenuamente o strumentalmente avevano additato. Un leader che ascolta tutti ma che poi assume la sintesi di un progetto democratico e riformista. Esattamente come ha fatto per la legge sulla famiglia che ora mezza Italia ci invidia".

Ogni passo della giunta regionale è andato in direzione della salvaguardia degli interessi della borghesia pugliese e delle gerarchie cattoliche. La rivoluzione è gentile, senza dubbio: nei confronti delle classi dominanti! Ed il Prc pugliese prosegue in questo solco, tra la delusione della gente di sinistra ed il compiacimento dei capitalisti locali.

Altro caso emblematico è quello rappresentato dal Comune di Bari dove il Prc siede in giunta a fianco del sindaco Emiliano: tagli alle mense scolastiche pubbliche, salario d'ingresso per i disoccupati, contratti precari d'eccezionalità, finanziamenti alle scuole private ed assunzione di manager con stipendi d'oro. Scandalosamente, mentre in bilancio non ci sono soldi per i bambini delle scuole materne pubbliche, il sindaco Emiliano ha assunto per un anno "il motivatore", Roberto Lorusso, per 100.000 euro all'anno...chi avrebbe dovuto motivare, il motivatore? Gli assessori comunali! Probabilmente motivarli a motivare i tagli alle spese sociali della giunta dell'Unione con le necessità di bilancio.

Probabilmente il signor Lorusso sarebbe stato assai utile come consulente del segretario regionale del Prc, Fratoianni, per fornire motivazioni valide all'elettorato della sinistra ed agli iscritti al Prc per impegnarsi nella campagna elettorale per il prossimo governo di lacrime e sangue dell'Unione.

Ma credo che, nonostante la indiscutibile professionalità del signor Lorusso, esperto "motivatore", Fratoianni sia riuscito esclusivamente a motivare se stesso e la sua cerchia di fedeli: il calo dei militanti del Prc è talmente lampante che l'unica motivazione valida per rimanere in questo Partito potrebbe essere una poltrona in qualche ente.

 

Prima tappa: l'Albania

 

Ma il processo di lotta contro la globalizzazione capitalista ed il liberismo passa, secondo Vendola, anche attraverso accordi stretti con le organizzazioni che si rivelano essere il braccio economico di quello che a parole si vorrebbe combattere. Un ultimo esempio? L'accordo tra regione Puglia e Banca Mondiale del marzo scorso sulle rimesse degli immigrati albanesi: in Puglia vivono 17.500 albanesi, le cui rimesse ammontano a circa 18 milioni di euro (su un totale italiano di circa 300 milioni) che secondo gli intendimenti "poetici" del governatore Vendola, del plurinquisito presidente albanese Sali Berisha e del direttore esecutivo della Banca mondiale, Biagio Bossone, dovrebbero servire per lo sviluppo industriale del "paese delle aquile". La realtà è però ben diversa da come ci viene raccontata; infatti, le rimesse degli immigrati albanesi rappresentano un'ulteriore base di accaparramento imperialistico nella colonia albanese. Così nasce a Tirana la Banca Italiana di Sviluppo, controllata dalla Banca popolare pugliese e dalla famiglia salentina Mariano. Il direttore generale della neonata banca, Libero Catalano, è stato molto chiaro: " L'Albania è un mercato vivace anche nelle attività di credito. Lo scorso mese abbiamo inaugurato a Tirana la Banca italiana di sviluppo e dopo pochi giorni sono stati attivati una cinquantina di nuovi conti correnti e creata una rete di sportelli che consentirà ai cittadini albanesi residenti in Puglia di utilizzare strumenti efficaci per incentivare le rimesse in Albania".

Si tratta di un ulteriore mercato che si apre, quello finanziario che fa gola a finanzieri e banchieri: la "Puglia come ponte per i paesi dell'Est Europa"- come si sforza di ricordarci il governatore Vendola- è proprio il tentativo, abbastanza riuscito, di ritagliare per il capitale pugliese un ruolo strategico neo-colonializzazione di quelle terre. Ovviamente la presenza militare italiana controlla che la catena non venga spezzata o perlomeno scalfita da alcuno.

 

Costruire l'alternativa, rompere col governismo

 

La delocalizzazione delle aziende, il corridoio VIII, i programmi regionali di investimento transfrontaliero per l'ottimizzazione dei canali di comunicazione, come l'Interreg, il controllo delle rimesse ed il controllo militare, rientrano in questa ulteriore fase di colonializzazione dell'est Europa, dopo il crollo dei regimi burocratici. In questo Vendola ed il Prc pugliese, si sono calati pienamente in un ruolo che ne svela la natura di collaborazionisti di classe, riscuotendo stima e consenso da parte dei padroni e delusione e diffidenza da parte dei ceti subalterni, che hanno mandato un primo netto segnale d in questo bocciando seccamente l'Unione pugliese alle elezioni politiche.

Per questo nasce anche in Puglia una nuova organizzazione comunista e rivoluzionaria che chiama i militanti del Prc e l'ampio popolo della sinistra a rompere con i partiti che fanno gli interessi della classe dominante per costruire un nuovo progetto comunista che rifondi una vera opposizione dei lavoratori, a partire dal recupero dell'autonomia dei comunisti dai partiti liberali e dai loro governi di riferimento, di centrodestra come di centrosinistra, per una vera alternativa di società e di potere.

 

 

L'alternativa comunista nelle lotte e nei movimenti

Pc-Rol coi lavoratori e i giovani contro il governo dell'Unione

 

di Roberto Angiuoni

 

"Dedico questa elezione agli operai e alle operaie" (Fausto Bertinotti nel suo discorso d'insediamento alla Presidenza della Camera). "Oltre il danno, la beffa": così avranno lamentato tutti quegli operai e giovani lavoratori che hanno confidato e creduto in questi anni nella bontà politica del Prc; gli stessi che, con uno sforzo mnemonico minimo, avranno malinconicamente ricordato con quanta enfasi ed energia retorica Bertinotti gridasse, fino a pochi mesi fa, contro l'illusione delle politiche riformatrici e la tentazione della "presa del potere".

Dev'esser tutt'altro che piacevole, infatti, sentirsi chiamare in causa, con finto encomio, dal secondo scranno del Parlamento borghese italiano (lo stesso che, in questi anni meglio che in altri, ha varato, talvolta col consenso esplicito di Rifondazione -vedi Pacchetto Treu- e talvolta col suo sterile disappunto, le peggiori riforme contro le classe operaia e i ceti medio-bassi del Paese), come è stato per tanti certamente penoso assistere all'iniziazione governativa di un leader che, ovviamente a torto, è stato a lungo individuato come un possibile punto di riferimento delle lotte.

 

Il tradimento di Rifondazione

 

È chiaro a questo punto quanto ingannevole e posticcio sia stato il sostegno offerto dal Prc ai movimenti, lungo quella fase politica che è partita pressappoco da Genova e che per il partito di Bertinotti e Giordano si è praticamente chiusa con l'ingresso -lautamente premiato- nel governo dei banchieri e della grande industria italiana. Avevamo già annunciato -pur privi di particolari doti divinatorie- l'epilogo di questa avventura più che interessata dei bertinottiani all'interno dei movimenti: l'investimento nelle lotte del Prc, il suo inserirsi nelle grandi manifestazioni di dissenso contro la guerra, la globalizzazione, le ingiustizie sociali del sistema economico capitalista erano manifestamente funzionali a garantire alla burocrazia dirigente bertinottiana da un lato la fiducia dei lavoratori e delle nuove generazioni critiche; dall'altro un prestigioso biglietto da visita per accreditarsi quale necessario e principale intermediario -insieme con la Cgil di Epifani- tra i lavoratori e i biechi interessi della borghesia italiana. Sappiamo, nella scelta tra le due sponde, per chi parteggerà la direzione del Prc: sarà proprio Rifondazione, infatti, il solvente dei poteri forti contro la tensione sociale; e sarà quella stessa direzione ad impegnarsi per asportare coscienza ai movimenti, quando prenderanno il via le agognate manovre dei padroni contro i diritti -e i salari- dei lavoratori.

 

Il Prc è sempre più avverso ai movimenti

 

Ripercorrere tutto il cammino che ha visto il Prc allontanarsi progressivamente, e in particolare negli ultimi mesi, dalle domande di lotta dei movimenti richiederebbe un numero intero e speciale del nostro giornale. Tuttavia, basta citare soltanto alcuni degli ultimi avvenimenti politici italiani per capire quanto sia risoluto e determinato il passaggio del Prc dall'altra parte della barricata di classe.

Dopo gli episodi milanesi di sabato 11 marzo e gli scontri di Porta Venezia, nessuna voce "autorevole" di via del Policlinico si è levata in difesa dei compagni arrestati o, tanto meno, in una direzione critica verso quanti, a partire dai dirigenti più in vista dell'Unione, hanno commentato quella manifestazione antifascista -che pur si è espressa, a nostro giudizio, attraverso forme di protesta autoreferenziali e poco condivisibili- alla stessa stregua di un vero e proprio esercizio di terrorismo di piazza (!).

Sono poi note a tutti le recenti aperture di Rifondazione -non a caso, contestuali all'elezione di Bertinotti alla Presidenza della Camera e alla definizione degli ultimi accordi per le amministrative di Torino- ai lavori della Tav in Piemonte (e ci chiediamo cosa diranno gli iscritti locali del Prc che, dopo aver prodotto fiumi di materiale e dossier contro le vergogne di quelle linea ferroviaria; dopo aver rimediato nella Val di Susa un bel po' di sonore e democratiche manganellate da parte dei tutori dell'ordine borghese, sono costretti ora a disciplinarsi a quella che sarà l'opinione tecnica in materia del neutralissimo "Osservatorio" eletto dagli stessi poteri finanzianti la Tav), come la disponibilità di Nichi Vendola alla costruzione della linea ad alta velocità Bari-Napoli.

Il 25 aprile, invece, l'ennesima berlina bertinottiana viene inflitta a quei giovani e militanti di sinistra che, del tutto legittimamente e con la nostra piena solidarietà, hanno "osato" fischiare e, a ben donde, insultare la Moratti, presentatasi al corteo di Milano in compagnia del vispo ed eroico babbo in carriola. Il primo a esternare il proprio punto di vista è stato l'on. Presidente della Camera, che ha espresso la sua immediata e "totale solidarietà politica ed umana" allo stesso ministro dell'istruzione contro cui tanti studenti, insegnanti e ricercatori -a questo punto non crediamo più sostenitori di Rifondazione Comunista- hanno lottato in questi cinque anni di berlusconismo. Lo ha seguito a ruota il fedele e ligio nuovo segretario del Prc, Franco Giordano, che ha così bollato, sul Corriere della Sera del 27 aprile, i fischi contro la candidata a Sindaco di Milano: "Inopportuni. La manifestazione aveva il segno dell'unità del Paese. Esprimo solidarietà a Letizia Moratti e a suo padre". D'altronde l'accesso nello stesso governo che manterrà le linee essenziali della criminosa Legge Biagi e della riforma classista sulla scuola e l'Università di Letizia Moratti non può che richiedere un restrittivo codice di comportamento che Rifondazione si è premurata di rispettare in pieno. Ed è in ossequio a questo codice e per sottostare a questo vincolo di legislatura che il Prc s'appresta -come in sostanza ha sancito l'ultimo Cpn di Rifondazione- a votare il rifinanziamento della missione militare e coloniale italiana in Afghanistan; ed è per lo stesso motivo che vediamo di volta in volta Fausto Bertinotti commuoversi e sciorinare lacrime per i medesimi soldati italiani che (ogni tanto rimettendoci la vita) con grande zelo stanno depredando l'Iraq e Nassiriya.

 

Pc Rol per un "nuovo inizio" delle lotte

 

Tuttavia, quel che accade nella sinistra italiana non ci stupisce. E in un certo senso, ci offre perfino motivi di ottimismo. Già Lenin nell'ottobre del 1905 scriveva "Se i capitani e i transfughi politici si danno tanto da fare sul ponte di comando della nave, vuol dire che il vento rivoluzionario soffia in pieno". (cit. in Studenti ed operai uniti nella lotta).

Questo vento ha soffiato forte in Francia, dove gli studenti hanno costretto il governo al ritiro del Cpe, hanno portato in strada milioni di persone, espressione di tante realtà emarginate del Paese e ci hanno insegnato, come fu già ai tempi della caduta di Juppè, come si conduce una lotta ad oltranza, anche a dispetto dei "suggerimenti" mitigativi provenienti da Pcf, sindacati e, per un certo verso, anche dal lato dei sedicenti trotskisti della Lcr e di Lo . Un vento che "rischia" di spirare anche In Italia, dove -scopriamo finanche dai dati della Banca d'Italia- il 50% dei giovani tra i 15 e i 29 anni vive (si fa per dire) di un contratto a termine, dove finire gli studi è anche più di un privilegio, dove i diritti salariali, sindacali, previdenziali (ecc...) dei lavoratori e delle donne lavoratrici subiscono ogni giorno un arretramento spaventoso.

Ed è per questo che Progetto Comunista-Rifondare l'opposizione dei lavoratori farà di tutto per offrire alfine alle classi subalterne un'alternativa vera, dopo il tradimento di Rifondazione e dei vecchi dirigenti del movimento alter-global (trasmigrati nel Parlamento europeo, a fianco degli apologeti di Maastricht e della Bolkenstein -come nel caso di Agnoletto- o sotto l'ala protettiva di Prodi, come accade oggi per i vari Caruso, Grassi e Cannavò, o ancora impegnati a tirar l'acqua nel mulino di Veltroni a Roma, come stanno facendo nella mia città Nunzio D'Erme, Action e autorevoli esponenti del sindacalismo di base).

Ma, nonostante tutto, in questi anni ampi settori di massa hanno dimostrato che le politiche dei padroni e dei loro rappresentanti nel movimento operaio possono essere contestate; soprattutto nel mondo giovanile crescono i desideri di lotta e mobilitazione. Si tratta ora, da parte di Pc-Rol, d'intervenire perchè questi desideri raggiungano la loro massima potenzialità, dischiudendosi completamente verso soluzioni di conflitto radicali e apertamente anti-capitalistiche. Si tratta al tempo stesso, da parte di nostra e dei compagni che vorranno aderire alla nostra giovanissima organizzazione, di dotare il movimento operaio di una nuova direzione, capace di unificare le lotte dei precari, degli immigrati e dei giovani lavoratori intorno a rivendicazioni unificanti, transitorie e duttili; attorno ad un programma che funga da ponte tra coscienza attuale delle masse e necessità di distruzione dell'attuale sistema economico. Più in particolare, proporremo da subito all'insieme dei movimenti italiani di sommarsi a noi in un fronte unico di lotta contro l'operato del nuovo governo di Prodi, Bertinotti e Padoa Schioppa e nell'opposizione ferma e senza sconti al governo della settima potenza imperialista del mondo. Un'opposizione che non sia più testimoniale o di facciata (come fu per il Prc nella legislatura di D'Alema e Amato; come è stata quella del Prc, dei Comunisti Italiani e della Cgil contro il guerrafondaio e reazionario Berlusconi ), ma un'opposizione che miri, senza timori di ogni sorta, allo sciopero generale prolungato per la cacciata del Governo Prodi e dei suoi portaborracce di Rifondazione Comunista.

Lotte e mobilitazioni

 

a cura di Michele Rizzi

 

Torino

Continua la mobilitazione del movimento NoTav dopo gli avvisi di garanzia per i fatti dello scorso autunno a militanti ed attivisti. Riportiamo qui il comunicato, dopo che l'assemblea ha deciso la mobilitazione permanente per: "Esprimere la più totale solidarietà nei confronti di chi è stato raggiunto da avviso di garanzia per i fatti dello scorso autunno; ribadire la propria condivisione e partecipazione ai fatti oggetto di indagine; rivendicare le lotte che hanno visto il loro momento più forte dalla Battaglia del Seghino alla liberazione di Venaus; esigere l'immediato dissequestro dei terreni occupati affinché ritornino alla loro naturale destinazione agricola; dichiarare la propria contrarietà ad ogni ipotesi di realizzazione della seconda canna, sia essa di servizio o di esercizio, del traforo autostradale del Frejus". Progetto comunista - Rifondare l'opposizione dei lavoratori esprime la più totale solidarietà al movimento e agli attivisti inquisiti.

 

Trapani

Ancora notizie dal lager Cpt Serraino Vulpitta di Trapani. Qualche settimana fa un ragazzo tunisino ha tentato il suicidio cercando di impiccarsi con un lenzuolo, dopo cinque giorni di sciopero della fame per protestare contro il suo rimpatrio. Il tutto è avvenuto mentre il teatrino della politica riproponeva gli scontri tra gli esponenti politici trapanesi di centrodestra e centrosinistra nelle elezioni amministrative.

Si tratta dell'ennesimo caso verificatosi nel Cpt Vulpitta di Trapani che ha rischiato di fare la sua ennesima vittima, andandosi ad aggiungere ai morti del dicembre '99 ed agli innumerevoli casi di maltrattamenti e di tentato suicidio che si verificati in tutti questi anni. Progetto comunista - Rifondare l'opposizione dei lavoratori di Sicilia, assieme alle associazioni, ai comitati e a semplici cittadini, impegnati da anni sul terreno dell'immigrazione, chiede la chiusura immediata di questo lager per immigrati e la libera circolazione sul territorio dei migranti.

 

Milano

L'11 marzo alcune centinaia di manifestanti antifascisti sfilarono a Milano per protestare contro la contemporanea parata neo-fascista della Fiamma Tricolore. Quarantacinque manifestanti furono arrestati. Di questi, 25 sono ancora in carcere. Altri due sono stati arrestati, con le stesse accuse, qualche settimana fa. Dalla lettura delle ordinanze emesse dal tribunale, la responsabilità penale pare discendere dalla semplice presenza in piazza delle persone coinvolte. Ciascuno di questi capi d'accusa, per ciascuna delle persone coinvolte, è ancora tutto da dimostrare. Progetto comunista - Rol chiede l'immediata scarcerazione dei manifestanti arrestati.

 

Roma

Continua la mobilitazione dei lavoratori Telecom contro le cessioni di rami d'azienda, ultima quella dei servizi radiomarittimi alla società Its di Torre del Greco. Telecom agisce attraverso l'abuso dell'art. 2112 del codice civile sulla cessione di rami d'azienda, peggiorato dall'ultima legge 30.  Tronchetti e soci intendono abbandonare il servizio strategico delle comunicazioni per il mercato della navigazione, come in questi anni hanno praticamente annullato la presenza, altrettanto strategica, di Telecom nell'informatica. La Confederazione Cobas ha risposto con lo sciopero del 2 maggio davanti a Montecitorio e chiede di fermare la svendita dei radiomarittimi, di impedire il taglio di posti di lavoro in Telecom e la cancellazione della legge 30.

 

Napoli

Lo Slai Cobas di Pomigliano è sul piede di guerra contro la decisione della direzione della Gepin Datitalia di introduzione della cassa integrazione per i lavoratori, appoggiata inopinatamente da Cgil, Cisl e Uil. E' bene ricordare che il Giudice del Lavoro di Napoli, in data 10 Aprile 2006, aveva dichiarato illegittima la cassa integrazione decisa dalla Gepin Datitalia, poiché "mancante, del tutto, dei criteri di individuazione dei lavoratori da sospendere e delle motivazioni alla base della mancata rotazione previsti per legge". Per questo Lo Slai-cobas dichiara lo stato di agitazione permanente, "chiede a Cgil, Cisl e Uil di unirsi ai lavoratori e preannuncia una serie di denunce e ricorsi presso la Procura della Repubblica, presso il Ministero del Lavoro e dei Giudici del lavoro".

 

Padova

Le lavoratrici i lavoratori dello Stabilimento della Sit La Precisa di Padova sono molto preoccupati per il piano industriale presentato dalla Direzione Aziendale che prevede il trasferimento di tutte le produzioni di montaggio dal sito di Padova al sito di Rovigo con il conseguente trasferimento di 120 lavoratori a oltre 50 Km dall'attuale posto di lavoro. Pare che questo trasferimento sia una forma chiara di licenziamento viste le difficoltà che i lavoratori dovrebbero affrontare, a trasferirsi a Rovigo e la loro indisponibilità al trasferimento. Questa manovra pare giustificata dalla direzione aziendale come "una razionalizzazione delle produzioni nei siti con una conseguente riduzione dei costi di produzione e del costo del lavoro".

 

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