Partito di Alternativa Comunista

Palestina Perché al Pcr non piace «dal fiume al mare»?

Palestina

 

Perché al Pcr non piace «dal fiume al mare»?

 

 

di Francesco Ricci

 

 

Qualche tempo fa titolavamo un nostro articolo: «Chi ha paura della Palestina libera dal fiume al mare?» (1) alludendo al fatto che questo slogan - il più gridato dai manifestanti nelle piazze - non corrisponde alla reale posizione di quasi nessuno dei partiti che pure partecipano a quelle stesse manifestazioni. Uno slogan semplice quanto efficace, uno slogan già considerato «illegale» in vari Paesi imperialisti e che altri (come l’Italia) si preparano a includere come reato nel codice penale. Il vero significato di quello slogan è chiaro: il fiume e il mare di cui si parla sono il fiume Giordano e il mar Mediterraneo, che delimitano quella specie di rombo che gli imperialisti chiamano «Israele» e che è in realtà terra dei palestinesi.
«Dal fiume al mare» abbiamo anche titolato un nostro libro (2) appena pubblicato: alludendo a quello stesso slogan che per noi vuol dire che tutta la Palestina storica deve tornare libera e palestinese. «From the river to the sea Palestina will be free», in inglese suona anche più esplicito oltre che in rima: «dal fiume al mare la Palestina sarà libera».
Nel citato articolo aggiungevamo che questo slogan è fonte di imbarazzo per le direzioni dei partiti riformisti che continuano invece a vaneggiare sui «due popoli, due Stati», quel grande inganno che dal 1947, quando l’Onu su mandato imperialista ha battezzato «Israele» assegnando ai sionisti circa metà Palestina, l’imperialismo cerca invano di far accettare ai palestinesi insieme al presunto «diritto di esistere» dell’entità sionista sulle loro terre (da cui sono stati espulsi a milioni con bombe, terrore e genocidio). Terre che nel frattempo, con la complicità, le armi e la propaganda imperialista (e l’accordo di direzioni palestinesi traditrici come quella oggi incarnata da Abu Mazen), i coloni sionisti hanno occupato quasi integralmente, prendendo possesso anche di quel 20% (la Striscia di Gaza e la Cisgiordania) dove, secondo l’ipocrisia dei riformisti, dovrebbe un giorno imprecisato sorgere lo «Stato di Palestina».
Questa prospettiva ingiusta, che riconoscerebbe l’esistenza di «Israele» come se gli «israeliani» fossero uno dei «due popoli» e non dei coloni che opprimono l’unico popolo legittimo (quello palestinese); che impedirebbe il ritorno agli oltre sei milioni di palestinesi cacciati dalle loro case; che lascerebbe in un regime di apartheid i quasi due milioni di palestinesi che vivono dentro a «Israele» sottoposti a leggi razziali; che peraltro non corrisponde al progetto sionista (un colonialismo di insediamento che mira a sterminare o cacciare tutti i palestinesi e persino a estendersi verso i Paesi circostanti); questa prospettiva, dicevamo, è sostenuta dalla gran parte dei partiti riformisti (la direzione di Rifondazione Comunista in prima fila) non per una incomprensione ma perché non mette in discussione gli interessi fondamentali di quel capitalismo in cui si vuole in realtà continuare a vivere illudendo i lavoratori che possa essere governato diversamente, riformato. È una soluzione placebo, acqua fresca che viene venduta da decenni in ognuno dei vari «accordi di pace» e solennemente promessa (e accettata da Arafat e dalle direzioni capitolarde) con gli «accordi di Oslo» trent’anni fa.
Altri partiti riformisti, rendendosi conto che è una soluzione a cui non crede praticamente nessuno tra quanti scendono in piazza per la Palestina, presentano dei surrogati del surrogato, come lo «Stato binazionale», altrettanto irrealizzabile e ingiusto. Ma non abbiamo tempo per dilungarci qui su un tema di cui già ci siamo occupati altrove (3) anche perché oggi dobbiamo parlare (come annunciato nel titolo) di un articolo di Claudio Bellotti, dirigente del Partito Comunista Rivoluzionario (Pcr, ex Scr), sezione della Icr (Internazionale Comunista Rivoluzionaria).
Perché tornare a parlare del Pcr, di cui già ci siamo occupati in qualche occasione? (4) Perché noi pensiamo che il confronto delle posizioni e la polemica siano elementi vitali: tanto più tra organizzazioni che non solo si rivendicano rivoluzionarie ma che sostengono (vedremo se a torto o a ragione) di basarsi sul marxismo odierno, cioè sul trotskismo. In passato un nostro articolo di garbata polemica politica suscitò una reazione infastidita e furibonda di uno dei «teorici» del Pcr (Francesco Giliani) che rispose con un lungo testo cattedratico in cui riusciva a parlare di tutto meno che dei temi che avevamo sollevato, cercando di «buttarla in caciara», come si dice a Roma. (5) Ci auguriamo che stavolta non si ripeta questa modalità che, non solo rompe col metodo del confronto programmatico usato da quei maestri che tanto noi come il Pcr rivendichiamo, ma che è anche irrispettosa degli stessi militanti del Pcr, che leggono i nostri testi e potrebbero volere dal loro partito risposte meno evasive.
In ogni caso, crediamo che il tema possa interessare in generale non solo i militanti del Pcr ma tutti gli attivisti che si stanno mobilitando per la causa palestinese.

 

Bellotti alza la mano

Se non fosse per il lasso di tempo intercorso tra il nostro articolo e quello di Bellotti, verrebbe da dire che alla nostra domanda: «chi ha paura della Palestina libera dal fiume al mare?», Claudio Bellotti abbia risposto alzando la mano: «eccomi qui!». Il suo articolo infatti è scritto per argomentare perché quello slogan, inviso ai governi e alle polizie ma tanto apprezzato nelle piazze (e, viene il dubbio, anche da militanti del Pcr a cui forse è indirizzato l’articolo), non è accettato nemmeno da una organizzazione come il Pcr che pure si professa rivoluzionaria.
Vediamo allora cosa scrive Claudio Bellotti nell’articolo. (6)
Parte affermando che «la parola d’ordine dei “Due Stati”» è «utopica e reazionaria». E fin qui sembra procedere nella giusta direzione. Passa però poi ad analizzare la posizione storica che propone invece «una guerra di liberazione nazionale fino a rovesciare lo Stato sionista per insediare al suo posto un proprio [dei palestinesi, ndr] Stato». Il suo giudizio è che il 7 ottobre avrebbe mostrato «nel modo più tragico che la prospettiva dello scontro armato con un programma puramente nazionale porta in un vicolo cieco». (7) E qui abbiamo una mezza verità (e quindi una mezza falsità): è certo che un programma «puramente nazionale» porta in un vicolo cieco, ma questo cosa significa? forse che la questione nazionale va rimossa?
Proseguiamo la lettura. «La lotta palestinese è finora sconfitta perché è diretta da forze borghesi il cui unico orizzonte è quello nazionalista». (8) Altra mezza verità: è infatti vero che la direzione attuale non è rivoluzionaria ma, precisato che purtroppo una direzione rivoluzionaria è condizione necessaria ma non sufficiente (altrimenti il capitalismo sarebbe stato sconfitto dai tempi di Marx), questa considerazione cosa significa? forse che bisogna attendere, stando all’esterno della lotta attuale, che una direzione diversa sorga per generazione spontanea?
Fin qui abbiamo la riesumazione di una vecchia posizione (come vedremo nel capitolo successivo) che consiste nel rimuovere la questione nazionale dal programma rivoluzionario e nel giudicare, in modo contemplativo, un processo di lotta basandosi sulla sua direzione attuale, invece di porsi il problema di come cambiarla. Cosa quest’ultima che richiede partecipare alla lotta così come si dà perché, come spiegava Trotsky, viceversa dovremmo rinunciare a sostenere qualsiasi lotta e persino la maggioranza degli scioperi, dato che alla loro testa, finché la direzione non viene conquistata dai rivoluzionari, ci sono riformisti e burocrati.
Ma torniamo all’articolo perché Bellotti va oltre questa vecchia posizione. Leggiamo: «Se lo scontro è semplicemente di un nazionalismo contro un altro, arabi contro ebrei, la società israeliana si compatta attorno al suo Stato e, con il sostegno degli Usa e degli altri imperialismi, il rapporto di forze rimane a suo favore». (9)
Fermiamoci un minuto su questa frase: «un nazionalismo contro un altro». Quello che Bellotti sta facendo è porre sullo stesso piano il nazionalismo degli oppressi e quello degli oppressori. L’opposto di quanto devono fare i rivoluzionari, allertava già Marx due secoli fa.
Proseguiamo: «(...) la classe dominante sionista (...) non accetterà mai uno Stato palestinese indipendente al proprio fianco, se non nella forma di bantustan (...)». (10)
Questo è vero, ma poi prosegue: «Diversamente le cose si pongono, o meglio potrebbero porsi, per la classe lavoratrice di Israele (...). Essa in realtà non trae alcun reale vantaggio materiale dall’oppressione nazionale a cui sono sottoposti i palestinesi. Tuttavia i lavoratori ebrei israeliani non saranno mai conquistati da un programma arabo nazionalista borghese. (...) in una ipotetica Palestina unificata si troverebbero nella condizione di una minoranza nazionale (...)». (11)
Certo! E non dovrebbe essere proprio così? Evidentemente no se uno crede (come Bellotti), che ci siano in Palestina «due popoli» con eguali diritti, se uno pensa (è il caso del Pcr) che il nazionalismo degli oppressi e quello degli oppressori siano intercambiabili e da respingere.
Ecco dove voleva portarci Bellotti con questo contorto ragionamento. Vuole proporci la favola della «disgregazione di Israele da un punto di vista di classe» e il «fronte unito tra il popolo palestinese e la classe operaia e i settori progressisti (sic) della società israeliana». (12)
Manca solo una spruzzatina di socialismo, che subito viene generosamente concessa: «Una rivoluzione socialista in uno o più Paesi arabi (...) potrebbe rappresentare un punto d’attrazione anche per la classe lavoratrice israeliana». (13)
Bellotti purtroppo sembra ignorare non solo le posizioni che il marxismo ha sempre difeso (su questo arriviamo tra poco) ma anche che quella classe lavoratrice «israeliana», che lui paragona alla classe lavoratrice di un qualsiasi Stato capitalista, è in realtà una casta (una sorta di aristocrazia operaia) che, all’opposto di quanto Bellotti afferma, non solo trae un vantaggio materiale dall’oppressione dei palestinesi ma fonda la sua stessa esistenza su quella oppressione. I lavoratori «israeliani» non solo vivono a un livello nettamente superiore a quello degli altri lavoratori della regione, proprio in virtù del ruolo dell’enclave sionista e dei finanziamenti che arrivano dall’imperialismo, ma godono dello status di unici cittadini di «Israele», «Stato degli ebrei», con privilegi sanciti da diverse decine di leggi razziali che difendono una presunta superiorità etnica degli ebrei. I lavoratori «israeliani» sono tutti, anche se in forme diverse, coloni: non solo quelli che estendono ogni giorno la colonizzazione della Cisgiordania, ma anche quelli che vivono «pacificamente» (tra un turno di servizio militare e l’altro) dentro a «Israele», nelle case e nelle terre che sono state rubate ai palestinesi.
Solo questo spiega perché anche quando protesta contro questa o quella politica del governo, la classe lavoratrice «israeliana» non protesta contro l’oppressione dei palestinesi (salvo rarissime eccezioni). E solo questo spiega perché, anche di fronte al genocidio palese degli ultimi due anni, le uniche manifestazioni sono state per sollecitare Netanyahu a occuparsi degli ostaggi sionisti, mentre non una parola veniva detta sul massacro di Gaza e sulle migliaia di ostaggi palestinesi torturati nei lager di «Israele».
Se non si capisce che «Israele» non è un «ordinario» Stato borghese con «ordinarie» classi sociali, se non si ha chiaro che il sionismo è un colonialismo di insediamento, basato prioritariamente non sullo sfruttamento della popolazione nativa ma sulla sua eliminazione (per espulsione o genocidio), purtroppo non si capisce nulla della storia della lotta palestinese e, è doveroso aggiungere in questo caso, nemmeno della concezione marxista della questione nazionale.

 

L’algebra della rivoluzione

Uno degli argomenti che Bellotti porta a supporto del suo ragionamento non è nuovo: «nel capitalismo è impossibile risolvere la questione nazionale»… quindi i marxisti si dovrebbero disinteressare della questione nazionale.
Lenin deve aver scritto (come vedremo tra poco) almeno un migliaio di pagine sul tema in generale e alcune centinaia in particolare per spiegare perché questa affermazione che Bellotti ripete (che, forse a sua insaputa, già tanti altri avevano scagliato contro Marx e contro Lenin) è basata su una incomprensione della dialettica. Cioè di quella che per Lenin, riprendendo Herzen, è «l’algebra della rivoluzione».
Come spiegava Lenin, ogni rivendicazione minima o democratica (e quella nazionale è tra queste), ogni riforma, è ottenibile nel capitalismo solo come sottoprodotto delle lotte e solo parzialmente e transitoriamente (in assenza della conquista del potere da parte della classe operaia, la borghesia può riprendersela e se la riprenderà appena possibile). Ma proprio per questo le rivendicazioni minime e democratiche assumono una valenza particolare in un programma rivoluzionario, proprio per questo non possono essere espunte dal programma. Come spiega Lenin (purtroppo senza riuscire a farsi capire da Bellotti), queste rivendicazioni possono agire da scintilla o fermento della lotta più generale contro il sistema. Certo ciò implica che i rivoluzionari le colleghino al resto del programma: ma collegarle non significa cancellarlerinviarle in nome di un astratto futuro socialista.
Nel prossimo capitolo vedremo come Lenin cercava pazientemente di spiegare questo semplice concetto a chi già cento anni fa sembrava non capirlo. Intanto lasciamo che sia Trotsky, meglio di quanto potremmo fare noi, a chiarire a Bellotti che «(...) le parole d'ordine democratiche, le rivendicazioni transitorie e le questioni della rivoluzione socialista non si dislocano in diverse epoche storiche, ma sono immediatamente contenute le une nelle altre». (14) Stiamo citando non da un testo secondario ma dal Programma di transizione: un testo che tutti gli attivisti e i militanti dovrebbero leggere e studiare (a partire, s’intende, da quelli che vogliono definirsi «trotskisti»).

 

Se 110 anni vi sembran pochi

La posizione espressa da Bellotti e dal suo partito non è in realtà una novità nella storia del movimento operaio. Posizioni simili già furono affrontate da Marx nella Prima Internazionale (in particolare contro Proudhon) e in forma ancora più articolata da Lenin nel Novecento, cioè in epoca imperialista (l’epoca in cui viviamo).
Tanto più per questo colpisce che Claudio Bellotti, che pure rivendica Lenin, sembri ignorare questo dibattito.
Chi avesse voglia di sfogliare in particolare il volume 23 delle Opere di Lenin troverebbe decine di pagine in cui Lenin smonta uno per uno esattamente gli stessi argomenti usati da Bellotti. (15) È un dibattito del -1915-1916 con il cosiddetto «gruppo di Baugy», dal nome del paesino svizzero (Baugy-sur-Clarens) dove si riuniva una corrente diretta da Nikolaj Bucharin, Georgij Piatakov, Yevgenia Bosch e a cui si unì Karl Radek (16). Questo gruppo rifiutava la parte del programma bolscevico relativo all’autodeterminazione dei popoli oppressi in nome di un astratto «internazionalismo» e con rimandi alla futura rivoluzione socialista, sostenendo che la questione nazionale avrebbe «oscurato» la questione di classe e che in ogni caso fosse cosa ormai superata in epoca imperialista.
Lenin definisce quelle posizioni come «economicismo imperialistico», economicismo nell’epoca dell’imperialismo. (17)
In primo luogo, spiega Lenin, l’oppressione nazionale (ma il discorso vale per ogni oppressione nel capitalismo) non è separata da quella di classe: meglio, il suo contrasto è parte integrante della lotta di classe. Aggiunge che i marxisti sono certamente per il superamento degli Stati nazionali: ma per raggiungere questo obiettivo saranno necessari anni dopo varie rivoluzioni vittoriose.
L’errore più grave del quartetto indicato, secondo Lenin, consisteva nel non comprendere la necessità per i rivoluzionari di imbracciare la questione nazionale (una rivendicazione democratica) come arma, come possibile elemento propulsivo e dunque parte integrante di un programma di tipo «transitorio», cioè in grado di costituire un ponte tra le lotte attuali e il programma socialista.
Separare o persino contrapporre il socialismo alla rivendicazione nazionale (dei popoli oppressi), o anche porre come condizione preliminare per sostenere questa lotta il programma socialista o l’esistenza di una direzione rivoluzionaria, significa secondo Lenin fare «una caricatura del marxismo». Certo il programma e la direzione non sono elementi accessori, spiega Lenin, ma è appunto solo partecipando alla lotta, ovviamente col proprio programma e senza alimentare le illusioni delle masse, che i rivoluzionari possono cercare di guadagnare l’egemonia del programma socialista e dunque la direzione del movimento.
Scriveva Lenin riassumendo ironicamente la posizione del gruppo di Baugy: «Ecco: da un lato si schiera un esercito e dice: “Siamo per il socialismo”, da un altro lato si schiera un altro esercito e dice: “Siamo per l'imperialismo”, e questa sarà la rivoluzione sociale! (...) Che conclusione “pedante e ridicola”» (...) Colui che attende una rivoluzione sociale “pura”, non la vedrà mai. Egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione». (18)
Le parole taglienti usate da Lenin contro coloro che sostenevano le stesse posizioni oggi sostenute da Bellotti potrebbero sembrare troppo severe: «incomprensione completa», «caricatura del marxismo», «rivoluzionari a parole», ecc. Ma evidentemente Lenin vedeva il pericolo insito nella ricaduta politica di questa «caricatura del marxismo».
Trotsky pure non ci andava leggero e definisce quel genere di posizioni (il genere di posizioni espresse da Bellotti) come «confusionismo settario» e spiega, rovesciando il ragionamento che altri già facevano e che oggi ripete Bellotti: «Il diritto all'autodeterminazione nazionale è naturalmente un principio democratico e non socialista. Ma i principi autenticamente democratici sono sostenuti e realizzati nella nostra epoca solo dal proletariato rivoluzionario: è anche per questa ragione che essi sono così strettamente intrecciati con i fini socialisti». (19) Il corsivo è nostro.

 

Cosa succede ai «leninisti» che si dimenticano di Lenin

Questa posizione del Pcr e della Internazionale di cui fa parte non è recente e non è un elemento isolato. È vecchia di decenni e parte integrante delle concezioni di questa corrente e dei suoi fondatori (il defunto Ted Grant e Alan Woods, principale dirigente attuale).
Alla base di queste concezioni c’è la sostanziale incomprensione del concetto leniniano di «imperialismo». Mentre Lenin riteneva fondamentale distinguere, in epoca imperialista, i Paesi in «imperialisti» e «dipendenti» (colonie e semi-colonie), l’Internazionale del Pcr riduce nei fatti (anche se non lo esplicita teoreticamente) la categoria di «imperialismo» ad aggressività militare verso altri Paesi, finendo così per vedere quasi ovunque Paesi imperialisti, seppure di gradazione e peso differente. Applicando questi criteri, delle semi-colonie come l’Iran e il Pakistan diventano imperialismi...
Lenin scriveva: «(...) nel programma (...) il punto centrale dev'essere precisamente quella divisione delle nazioni in dominanti e oppresse che rappresenta l'essenza dell'imperialismo e alla quale sfuggono mentendo i socialsciovinisti e Kautsky. Questa divisione (...) è indiscutibilmente sostanziale dal punto di vista della lotta rivoluzionaria contro l'imperialismo». (20)
Non partendo da questa distinzione «sostanziale», e non ritenendo di doversi schierare con le semi-colonie aggredite dall’imperialismo specie quando le direzioni sono reazionarie, cioè quasi sempre, la corrente internazionale definita «grantista» (da Ted Grant), nei vari spezzoni in cui si è divisa negli anni, non ha mai difeso una semi-colonia attaccata da un Paese imperialista.
Un esempio ci è stato illustrato qualche tempo fa (dandoci «una lezione dell’abc del marxismo», per usare le sue parole) da un altro dirigente del Pcr, Giliani. Giliani ci ha spiegato che quando nel 1982 l’imperialismo inglese si scontrò col regime reazionario argentino per il controllo delle isole Malvinas, sarebbe stato coerentemente marxista (così come fece il suo partito) non difendere l’Argentina perché alla sua testa c’erano allora i generali golpisti ed era un Paese capitalista... (21)
In verità a noi sembra che l’Internazionale di Bellotti e Giliani fece l’esatto contrario di quanto sostennero in innumerevoli testi e circostanze Lenin e Trotsky. Solo per fare qualche esempio: nel caso che la Gran Bretagna avesse aggredito il Brasile di Getulio Vargas (un regime che collaborava con Hitler), secondo Trotsky era un dovere elementare stare «dalla parte del Brasile “fascista” contro l’Inghilterra “democratica”». Ciò perché una eventuale vittoria del dittatore brasiliano «darebbe un poderoso impulso alla coscienza democratica e nazionale del Paese e porterebbe al rovesciamento della dittatura di Vargas. La sconfitta dell'Inghilterra sarebbe contemporaneamente un colpo per l'imperialismo britannico e stimolerebbe il movimento rivoluzionario del proletariato inglese». (22).
La stessa politica fu sostenuta da Trotsky nel conflitto sino-giapponese nel 1937. I trotskisti si schierarono nel campo militare – non certo in quello politico - del Paese dipendente (la Cina) contro quello imperialista (il Giappone), nonostante la Cina fosse diretta dal generale Chiang Kai-shek che, in quanto a massacri di comunisti, non fu secondo ai generali argentini degli anni Settanta, tanto che Trotsky lo definiva «il carnefice della rivoluzione cinese». Ovviamente non si trattava di uno schieramento disinteressato: solo rivendicando l’armamento delle masse cinesi per difendersi dal Giappone si poteva preparare il rovesciamento politico del regime cinese. (23).
L’incomprensione di quello che Trotsky definiva «l’abc» (anche lui usava questa espressione pur avendo studiato, pare, su un abbecedario diverso da quello di Giliani) ha portato negli ultimi anni il Pcr e la sua Internazionale a non difendere l’Ucraina aggredita dall’imperialismo russo, accodandosi così alle posizioni dominanti nella sinistra «campista» e in quella neostalinista che rimuovono dalla realtà (o meglio dalla loro analisi della realtà) l’invasione imperialista russa della (semi-colonia) Ucraina, invasione classificata come un «conflitto inter-imperialistico mascherato». Appoggiandosi sul carattere reazionario del regime di Zelenski (che ovviamente non neghiamo, così come Trotsky non negava il carattere reazionario di Vargas o di Chiang Kai-shek) hanno sostenuto una equidistanza che in qualche caso scivola persino verso una giustificazione dell’aggressione russa come necessitata per «difendersi dalla Nato».

 

Una profonda revisione della teoria marxiana dello Stato

L’incomprensione da parte del Pcr del concetto leniniano di imperialismo si combina poi, inevitabilmente, con una sostanziale incomprensione del concetto marxiano di Stato. Abbiamo affrontato questo tema in altri articoli (24) e non abbiamo spazio per riprenderlo qui. Qui limitiamoci a dire che questa profonda revisione del marxismo operata dal Pcr li porta a considerare possibili Stati e governi «neutri» da un punto di vista di classe o comunque «condizionabili» dalla pressione delle masse, a prescindere dalla natura di classe di questi governi. L’opposto dell’architrave su cui si è costruito il marxismo che ha sempre sostenuto l’opposizione di principio a qualsiasi governo nel capitalismo, fosse pure un «governo delle sinistre» (tale era il governo provvisorio nella Russia del 1917, a cui i bolscevichi si opposero fino a rovesciarlo; tale era il governo nella Germania di fine 1918 a cui la Luxemburg e i comunisti si opposero, venendo uccisi dalle sue bande armate).
In virtù di questa profonda revisione del nocciolo stesso del marxismo (la concezione dello Stato) questa corrente ha a lungo indicato il regime venezuelano ai tempi di Chavez come un modello da imitare. Alan Woods si è presentato orgogliosamente per anni come consigliere di Chavez e del suo regime (che già prima di Maduro reprimeva e schiacciava le masse proletarie). Precisiamo: non stiamo parlando di difendere il Venezuela da un attacco dell’imperialismo, come quello attuato in questi giorni da Trump: difesa del Venezuela che siamo in prima fila a sostenere e che è un dovere per ogni comunista. Si sta parlando di aver dato appoggio politico a quel regime arrivando perfino a indicare nel cosiddetto «socialismo bolivariano» un modello, come testimonia il testo scritto dall’Internazionale del Pcr in morte di Chavez intitolato: «Hugo Chavez è morto: la lotta per il socialismo è viva!» in cui si legge: «Noi piangiamo per Hugo Chavez ma non dobbiamo lasciare che le lacrime ci accechino. (...) Quando il cordoglio sarà finito, la lotta dovrà continuare. Chavez non si aspetterebbe nulla di meno. (...) Noi ci impegniamo a continuare e intensificare la lotta per difendere la rivoluzione bolivariana. (...) Hugo Chavez è morto prima di completare il grande progetto che si era prefissato: il compimento della rivoluzione socialista in Venezuela. (...) È morto prima di poter mettere in pratica questa idea (...). La Imt [così si chiamava all’epoca l’Internazionale di Bellotti, oggi Icr, ndr] si impegna a portare avanti la lotta per costruire questa Internazionale rivoluzionaria [il riferimento è a una Internazionale «bolivariana» promessa da Chavez, ndr]. (25)

 

Il ritorno al «vecchio materialismo» meccanicista

Si tratta di posizioni che assomigliano molto a quelle di gran parte della sinistra neostalinista e che potrebbe stupire vedere come programma di una organizzazione che si definisce «trotskista».
Come spiegarlo? Dal punto di vista teorico, questa incomprensione della questione nazionale, della relazione dialettica tra rivendicazioni democratiche e socialiste, questa revisione della teoria marxiana dello Stato e di quella leniniana dell’imperialismo, sono elementi favoriti dall’approccio deterministico di Alan Woods e della sua corrente. Tra le conseguenze gravi di questa visione a-dialettica (che non a caso abbiamo accomunata a quella di Bucharin, che secondo Lenin non aveva compreso nulla della dialettica marxista), (26) va segnalata la «correzione» di un presunto «errore» che Woods e il Pcr avrebbero trovato nella concezione di Lenin del rapporto partito d’avanguardia-coscienza socialista (rimandiamo su questo tema a un altro nostro articolo). (27)
Alla base filosofica di certe concezioni c’è il meccanicismo, un materialismo che, per dirla con Marx, non coglie le differenze tra la filosofia materialista di Democrito e quella di Epicuro; (28) un materialismo apparentato più col materialismo volgare che con Marx; eventualmente più vicino a Feuerbach che a Marx, il Feuerbach che Marx critica nelle sue famose Tesi (29) definendo quello un «vecchio materialismo» a cui contrappone un «nuovo materialismo», dialettico, il suo. La concezione materialistica di Alan Woods e del Pcr è assai prossima a quel materialismo meccanicista che tanta parte ebbe come giustificazione teorica della degenerazione della Seconda Internazionale, che Lenin criticò implacabilmente nei suoi Quaderni filosofici del 1915 e che riemerse nell’Internazionale Comunista quando la direzione passò a Stalin. (30)

 

Dal fiume al mare e il «centrismo»

Però sarebbe ingiusto o forse troppo generoso attribuire certe posizioni programmatiche dell’Icr solo a una deviazione teorico-filosofica. In realtà queste posizioni consentono di presentare una sostanza opportunista in una forma ultra-rivoluzionaria («questione nazionale? ma noi siamo internazionalisti!», «Palestina libera dal fiume al mare? ma noi lottiamo per il socialismo» ecc.). Sostenere certe posizioni significa nuotare nel senso della corrente oggi prevalente: si pensi all’Ucraina ma anche alla questione più in generale delle oppressioni, adattandosi e non contrastando posizioni arretrate presenti nella classe, nei sindacati, nella sinistra riformista in generale.
Si potrebbe obiettare: però sulla Palestina la posizione del Pcr sembra andare controcorrente rifiutando lo slogan «dal fiume al mare». Ma è proprio così? Vale la pena di soffermarci su questo punto.
Dicevamo che «Palestina libera dal fiume al mare» è una parola d’ordine sentita all’interno delle attuali mobilitazioni. Come mai dunque il Pcr esplicita il suo disaccordo con questo slogan?
Per prima cosa bisogna dire che l’articolo di Claudio Bellotti sembra scritto soprattutto per i militanti del suo stesso partito, per spiegare una posizione, quella sulla Palestina, che evidentemente anche all’interno dell’organizzazione suscita qualche perplessità. C’è la necessità di rassicurare i militanti sulla presunta «ortodossia» della posizione. Ma c’è dell’altro: dobbiamo distinguere tra le concezioni della parte più avanzata del movimento e il senso comune diffuso a piene mani dai partiti riformisti. Dal «fiume al mare» è ben accolto e ripreso dagli attivisti nel movimento, ma il più delle volte solo come risposta alla menzogna riformista dei «Due Stati». Non sempre si hanno presenti le implicazioni profonde di questo slogan: la distruzione dell’entità coloniale e la cacciata dei sionisti dalla Palestina, la restituzione di quella terra ai suoi legittimi abitanti, i palestinesi, tutelando al contempo i diritti di minoranza nazionale per gli ebrei che romperanno col progetto coloniale sionista. Spesso viene ripetuta nelle piazze come una parola d’ordine che appare (ed è) radicale, di radicale giustizia contro l’ingiustizia che vivono i palestinesi. Ma non si va oltre. Al contempo questo slogan è indigesto (anche se raramente lo dicono esplicitamente) alle direzioni riformiste, quelle che sostengono una prospettiva «pacifista», che invocano l’Onu e il «diritto internazionale», che diffondono la menzogna dei «Due Stati», ecc.
Ecco allora che il Pcr e la sua Internazionale difendono una posizione che, nella pratica quotidiana, non si scontra con le burocrazie riformiste dato che rinvia tutto a un indistinto e nebuloso futuro «socialista»; al contempo coprono questo codismo con una posizione che può apparire a settori più radicali nel movimento come più rivoluzionaria di tutte, che scavalca a sinistra persino lo slogan radicale «dal fiume al mare».
Una pratica opportunista in una veste «ortodossa» e ammantata di una fraseologia «rivoluzionaria»: così Trotsky sintetizzava l’essenza di quello che chiamava «centrismo», cioè l’oscillazione di certe organizzazioni tra le posizioni riformiste (concretamente praticate) e quelle rivoluzionarie (soltanto declamate).

 

La reale posizione del Pcr sulla Palestina

Dietro al rifiuto dello slogan «dal fiume al mare», dietro l’argomentazione apparentemente radicale impiegata da Bellotti sta la reale posizione storica dell’Icr rispetto alla Palestina.
La sintesi migliore di questa posizione si trova nel testo «Marxismo e questione nazionale», un testo del 2000 di Alan Woods e Ted Grant. Qui possiamo leggere: «Tuttavia oggi lo Stato di Israele esiste e non si può far tornare indietro le lancette dell'orologio. Israele è una nazione, e non possiamo fare appello alla sua abolizione. La soluzione del problema nazionale palestinese (...) può solo essere raggiunta attraverso la formazione di una federazione socialista del Medio Oriente nella quale arabi e israeliani possano coesistere nelle rispettive patrie autonome, con il pieno rispetto di tutti i diritti nazionali». (31)
In altre parole, il Pcr e la sua Internazionale sono contro la distruzione di «Israele» e riconoscono il diritto di «autodeterminazione nazionale» non solo al popolo oppresso (i palestinesi) ma anche... al popolo che opprime (gli «israeliani», cioè gli abitanti della colonia «Israele»). L’argomento usato è questo: dato che ormai è passato del tempo, l’attuale popolo colonizzato e i coloni avrebbero entrambi eguale diritto di vivere in quella terra, che dovrebbe ospitare due Stati... «socialisti». Gira e rigira, ecco fare capolino nuovamente una versione edulcorata dei «due popoli, due Stati» coperta dall’idea illusoria che una Palestina socialista possa vivere al fianco di un «Israele socialista».

Una posizione davvero ben poco rivoluzionaria e socialista.

 

La posizione dei rivoluzionari è un’altra

Quando nel 1947 l’imperialismo, attraverso il suo braccio diplomatico, cioè l’Onu, legittimò il furto di terra dei sionisti, assegnando a «Israele» una metà della Palestina, e dando così spazio ai sionisti per occupare negli anni, di guerra in guerra, di massacro in massacro, quasi tutto il resto, solo i trotskisti si schierarono contro quello che giustamente già vedevano come un mezzo dell’imperialismo di servirsi del reazionario movimento sionista per costituire una propria base in un’area di importanza strategica.
Da allora la posizione dei trotskisti conseguenti è sempre stata una: sostenere la Resistenza palestinese perché la Palestina torni ai palestinesi, in uno Stato unico, laico e non razzista, «dal fiume al mare». Ciò che implica la distruzione dello Stato coloniale, «Israele», e la espulsione degli «israeliani», cioè degli ebrei non disposti a rinunciare ai loro privilegi coloniali, da tutta la Palestina storica: appunto, «dal fiume al mare». Ovviamente, dando pieni diritti alla minoranza ebraica che vorrà vivere in pace rinunciando agli attuali privilegi. Solo in questo modo sarà possibile l’autodeterminazione del popolo oppresso (i palestinesi) e il diritto al ritorno dei circa sei milioni di palestinesi che sono stati cacciati dalle loro terre.
Se, come fa il Pcr, si cancella la questione nazionale (e lo slogan «dal fiume al mare» che la sintetizza) o si contrappone la rivendicazione nazionale alla rivoluzione socialista (che viceversa la contiene), si sta semplicemente usando una «fraseologia rossa», un socialismo «della domenica» che, durante il resto della settimana, si combina per di più, in questo caso, con la politica riformista e truffaldina dei «due popoli, due Stati», che pure a parole si nega.
I trotskisti, all’opposto, legano l’obiettivo democratico (che sostengono senza porre pre-condizioni) al resto del programma socialista che cercano di portare all’interno della Resistenza reale, così come oggi si dà: unica forma non parolaia per costruire la direzione internazionale che ancora non c’è.
I trotskisti rifiutano sia la separazione in due tappe sequenziali degli obiettivi democratici e di quelli socialisti, sia la posposizione degli obiettivi democratici a quelli socialisti.
In questo consiste appunto la famosa teoria-programma della «rivoluzione permanente»: unire il «programma minimo» e quello «massimo», creare un ponte tra la lotta attuale e la prospettiva socialista, legare la lotta nazionale dei palestinesi a quella delle masse del Medio Oriente per il rovesciamento rivoluzionario dei rispettivi Stati e l'esproprio delle classi dominanti locali e delle multinazionali. Certamente è necessario costruire una Repubblica socialista palestinese come parte di una federazione socialista del Medio Oriente; certamente è necessaria la dittatura del proletariato perché senza, come spiegava Trotsky, non vi è soluzione reale e completa dei problemi di democrazia e di liberazione nazionale. Ma se si pensa di «saltare» la lotta nazionale in nome di una astratta questione «di classe» che si suppone (sbagliando) non la contenga, se si seminano pericolose illusioni sulla «unità dei due proletariati» (cioè di coloni e colonizzati), se si astrae dalla lotta concreta in corso, se non si fa riferimento alla Resistenza palestinese così come si dà oggi, la costruzione di una direzione rivoluzionaria e il socialismo resteranno un’astrazione innocua.
Con simili posizioni, dobbiamo dirlo con chiarezza al compagno Bellotti e ai compagni del Pcr, non si aiuta la causa palestinese e ci si allontana - e di molto - dal marxismo, cioè dallo strumento principale che i lavoratori e i giovani devono utilizzare per liberare l’umanità dalla barbarie capitalista.

 

Note

(1) Il nostro articolo è reperibile a questo link www.partitodialternativacomunista.org/politica/internazionale/chi-ha-paura-della-palestina-libera-dal-fiume-al-mare

(2) F. Ricci, Dal fiume al mare. Dalla parte della Resistenza palestinese (edizioni Rjazanov, 2025). Qui una recensione con i riferimenti:

www.partitodialternativacomunista.org/politica/nazionale/dal-fiume-al-mare-di-francesco-ricci-un-libro-partigiano

(3) Si vedano numerosi articoli sulla lotta palestinesi raccolti nello speciale sul sito del Pdac www.partitodialternativacomunista.org/politica/internazionale/speciale-palestina

(4) Si veda ad esempio il nostro «Una tigre senza artigli. Polemica con Scr (ora Pcr) e altri: come alcuni “leninisti” deformano Lenin», in Trotskismo oggi, n. 23, 2024. Disponibile anche a questo link

www.partitodialternativacomunista.org/politica/nazionale/polemica-con-scr-ora-pcr-e-altri-come-alcuni-leninisti-deformano-lenin

(5) A un nostro articolo intitolato «A proposito della dittatura capitalista di Cuba. Polemica con Scr-Imt [nomi all’epoca degli attuali Pcr e Icr], ovvero dell’importanza di chiamarsi trotskisti»

www.partitodialternativacomunista.org/politica/nazionale/a-proposito-della-dittatura-capitalista-di-cuba-polemica-con-scr-imt rispose Francesco Giliani con «Pdac-Lit: navigazione a vista elevata a sistema». Qui la nostra replica «Chi ha paura del confronto programmatico? Risposta a Scr» www.partitodialternativacomunista.org/politica/nazionale/chi-ha-paura-del-confronto-programmatico

(6) C. Bellotti, «”Dal fiume al mare”: riflessioni su una parola d’ordine popolare e sul suo significato» (23/10/25)

https://rivoluzione.red/dal-fiume-al-mare-riflessione-su-una-parola-dordine-popolare-e-sul-suo-significato/

(7) ibidem

(8) ibidem

(9) ibidem

(10) ibidem

(11) ibidem

(12) È quanto viene esplicitato nella dichiarazione dell’Icr (in quel momento si chiamava ancora Imt) dell’ottobre 2023: «Basta ipocrisia! Difendere Gaza» www.rivoluzione.red/basta-ipocrisia-difendere-gaza-la-dichiarazione-della-tmi/

(13) C. Bellotti, «”Dal fiume al mare”», art. cit.

(14) L. Trotsky, Programma di transizione, Massari edizioni, 2008, p. 109.

(15) Si vedano in particolare, nel volume 23 delle Opere complete di Lenin, Editori Riuniti, 1955, questi testi del 1916: «Sulla tendenza nascente dell'economismo imperialistico», p. 9 e sgg.; «Risposta a Kievski (Piatakov), p. 18 e sgg.; «Intorno a una caricatura del marxismo e all’economismo imperialistico», p. 25 e sgg.

(16) I primi tre erano militanti bolscevichi, mentre Karl Radek all’epoca non era ancora entrato nel Partito bolscevico. Sulla polemica con il «gruppo di Baugy» è utile: I bolscevichi e la questione nazionale. La polemica tra Lenin e il «gruppo di Baugy» (1915-1916), a cura di C. Basile, Altergraf, 2017, che raccoglie i principali testi di questa polemica.

(17) Un economicismo, quello «imperialistico», che Lenin accomunava in alcuni tratti a una delle due forme precedenti di economicismo con cui aveva polemizzato a inizio secolo, in particolare il Che fare? (1902), in Opere complete, Editori Riuniti, 1955, vol. 5, p. 319 e sgg., disponibile anche a questo link www.marxists.org/italiano/lenin/1902/3-chefare/cf-index.htm

(18) V.I. Lenin, «Risultati della discussione sull’autodecisione» (1916), in Opere complete, volume 22, p. 319 e sgg., disponibile anche a questo link

www.marxists.org/italiano/lenin/1916/autodecisione.htm

(19) L. Trotsky, «L’indipendenza dell’Ucraina e il confusionismo settario» (1939) www.marxists.org/italiano/trotsky/1939/7/indUcraina.htm

(20) Lenin, «Il proletariato rivoluzionario e il diritto di autodecisione delle nazioni» (1915), in Opere complete, Editori Riuniti, 1955, vol. 21, p. 372 e sgg., disponibile anche a questo link www.bibliotecamarxista.org/lenin/volume%2021/prol%20aut%20naz.htm

(21) Su questa polemica si vedano gli articoli citati alla nota 5.

(22) L. Trotsky – Matteo Fossa, «Uma entrevista com Leon Trotsky» (1938)

www.marxists.org/portugues/trotsky/1938/09/23.htm

La traduzione dal portoghese è nostra.

(23) L. Trotsky, «Sulla guerra sino-giapponese. Lettera a Diego Rivera» (1937), prima traduzione italiana a nostra cura in Trotskismo oggi, n. 20, 2022.

(24) Sul tema si veda l’articolo citato alla nota 4.

(25) La dichiarazione della Imt (oggi Icr) in morte di Hugo Chavez (2013) può essere letta, in traduzione italiana, a questo link https://old.marxismo.net/venezuela/america-latina/venezuela/la-dichiarazione-della-tendenza-marxista-internazionale-sulla-morte-di-hugo-chavez

(26) Questa critica di Lenin a Bucharin è nel cosiddetto «Testamento», dove si legge: «egli [Bucharin, ndr] non ha mai appreso e, penso, mai compreso pienamente la dialettica». Il testo è disponibile a questo link www.marxists.org/italiano/lenin/1922/12/testamento.htm

(27) Si veda l’articolo citato alla nota 4.

(28) Questo è il titolo della tesi di laurea di Marx: Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro (1841), l’edizione italiana più recente è quella edita per i tipi di Laterza, 2023, a cura di L. Canfora.

(29) Si veda K. Marx, Tesi su Feuerbach (1845), disponibili anche a questo link https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1845/3/tesi-f.htm

(30) Si veda V.I. Lenin, Quaderni filosofici, in Opere complete, Editori Riuniti, 1955, volume 38.

(31) Il testo originale di Alan Woods e Ted Grant è pubblicato a questo link

https://marxist.com/marxism-national-question250200.htm

Qui si può leggere la traduzione italiana fatta dall’antecedente del Pcr (Scr)

https://rivoluzione.red/il-marxismo-e-la-questione-nazionale/

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