Partito di Alternativa Comunista

La soluzione marxista alla questione della secolare oppressione della donna
Per giungere alla liberazione della donna proletaria, rivendicazioni democratiche e abbattimento del capitalismo devono procedere paralleli


di Sabrina Pattarello e Susanna Sedusi



Il marxismo rivoluzionario individua la donna proletaria quale oggetto di una duplice oppressione: da una parte l’oppressione di classe, nella quale la donna condivide con l’uomo la sottomissione alla violenza predatoria del capitalismo; dall’altra, l’oppressione di genere, causata da millenni di predominio patriarcale nella società, che si palesa e viene sostenuto dalle istituzioni borghesi del matrimonio di coppia monogamico e della famiglia, intesa come luogo di supremazia dell’uomo nei confronti di moglie e figli.

Teoria marxista…

Marx ed Engels per primi concepirono una critica sostanziale alle false teorie e ai pregiudizi borghesi, che giustificano la presunta sacralità ed inviolabilità della proprietà privata e delle sovrastrutture istituite a sua protezione. Già nella Sacra Famiglia (1844) Marx, sviluppando un postulato a suo tempo espresso da Fourier e dal socialismo pre-marxista utopico, afferma che l’indice del progresso di una società si misura dal grado di emancipazione della donna. Successivamente egli riprende queste tematiche, e denuncia con forza la dissoluzione della famiglia all’interno della società capitalista nel Manifesto del Partito Comunista (1848) e nel Capitale.
August Bebel diede un suo importante contributo al dibattito con il libro La donna e il socialismo del 1883, in cui affronta la questione della nascita dell’oppressione nei confronti della donna, la sua evoluzione nel tempo, e del come la crescente industrializzazione – foriera dell’affermarsi di un capitalismo forte e in crescita – poteva offrire un formidabile strumento per arrivare alla sua liberazione, tramite la rivoluzione socialista.
Le intuizioni di Bebel furono approfondite in maniera organica da Friedrich Engels nel libro L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (1884), un testo imprescindibile nell’affrontare il problema dell’oppressione di genere, che è servito come base di discussione ad intere generazioni di marxisti; il libro analizza il problema dell’oppressione della donna, della nascita della famiglia borghese e del decisivo ruolo che essa esplica nel mantenimento dello status quo capitalista. Engels, avvalendosi dei più recenti ed innovativi studi etnografici ed antropologici dell’epoca, situa la nascita dell’oppressione della donna alla comparsa della famiglia borghese – che vedrà il patriarcato sostituirsi al matriarcato – fondata sul matrimonio esclusivo, avvenuta in seguito all’affermarsi della proprietà privata sulla spontanea proprietà comunistica delle origini. La famiglia così concepita, affermatasi in particolare tra gli antichi romani, si fonda sull’assoluto predominio dell’uomo su moglie e figli, e lo scopo che si prefigge è la procreazione di figli dall’incontestabile paternità, in quanto viene sancito il diritto di successione in linea patriarcale.
Scrive Engels: “Il primo contrasto di classe che compare nella storia coincide con lo sviluppo dell’antagonismo tra uomo e donna, e la prima oppressione di classe coincide con quella del sesso femminile da parte del sesso maschile. La monogamia fu un grande progresso storico, ma contemporaneamente essa, accanto alla schiavitù e alla proprietà privata, schiuse quell’epoca che ancora oggi dura, nella quale ogni progresso è, ad un tempo, un relativo regresso, e in cui il bene e lo sviluppo degli uni si compie mediante il danno e la repressione di altri. Essa fu la forma cellulare della società civile, e in essa possiamo già studiare la natura degli antagonismi e delle contraddizioni che nella civiltà si dispiegano con pienezza”. All’interno della famiglia, l’uomo è il borghese, mentre la donna rappresenta il proletariato.
Successivamente al conseguimento della parità giuridica tra sessi, sarebbe apparso ovvio che, per raggiungere un’effettiva liberazione della donna, c’era bisogno di una reale uguaglianza sociale tra i sessi, alla quale si poteva pervenire esclusivamente con la partecipazione femminile ai processi produttivi, al lavoro socialmente utile: ciò avrebbe determinato la dissoluzione non tanto dell’istituto della famiglia, quanto alla scomparsa della famiglia borghese concepita come unità economica della società capitalista.

…e prassi rivoluzionaria: l’esempio della Rivoluzione bolscevica

La lunga battaglia per la liberazione della donna fu condotta coerentemente dai marxisti rivoluzionari nel corso delle varie Internazionali, e fu caratterizzata dalla continua necessità di contrastare la linea riformista portata avanti dalle forze socialdemocratiche. Le posizioni marxiste, abbracciando i principi fondativi del comunismo rivoluzionario, convergevano su due punti essenziali: le rivendicazioni democratiche e l’assoluta parità giuridica tra uomo e donna erano essenziali per l’emancipazione femminile, ma per condurre alla liberazione della donna proletaria non potevano essere disgiunte dalla rivoluzione socialista, la sola che avrebbe eliminato i contrasti di classe, e che avrebbe unitamente permesso il reperimento di risorse da destinare alla socializzazione dei lavori domestici e di cura che schiavizzavano la donna.
La Rivoluzione bolscevica fu un grande laboratorio per la sperimentazione delle soluzioni socioeconomiche più ardite, e consegnò alla storia una delle legislazioni più innovative e la creazione di istituti sociali che contribuirono oggettivamente all’affrancamento della donna.
Lenin sosteneva, a ragione, che: “Nessuno Stato, nessuna legislazione democratica hanno fatto per la donna la metà di ciò che ha fatto il potere sovietico durante i suoi primi mesi di esistenza”.
Un primo decreto emanato dal Governo Rivoluzionario provvisorio sancì che la donna poteva votare ed essere votata, prima che questo si ottenesse in Inghilterra (1918) e negli Stati Uniti (1920); in una serrata sequenza, un decreto del 19 dicembre 1917 stabilì il diritto al divorzio rivolgendosi al tribunale o all’Ufficio di Stato Civile, e il giorno seguente, 20 dicembre 1917, con un altro decreto, ci fu l’abolizione del matrimonio religioso e l’estrema semplificazione della procedura matrimoniale. Altro importante passo fu segnato dall’istituzione del nuovo Codice di Famiglia del 16 dicembre 1918 – un eccezionale strumento per l’emancipazione della donna – che accolse tutte le innovazioni giuridiche già introdotte, e ne garantì altre: fu soppressa la potestà del marito sulla moglie; si stabilì che il marito non potesse più imporre alla moglie né il nome, né il domicilio, né la nazionalità; si sancì l’assoluta parità tra coniugi e tra genitori e figli; fu introdotta la corresponsione degli alimenti; vennero poste garanzie a tutela delle madri lavoratrici; fu interdetta l’eredità e nel 1920 fu legalizzato l’aborto libero e gratuito nelle strutture ospedaliere pubbliche.
Accanto a ciò, furono prese misure economiche per la creazione di mense, lavanderie e asili collettivizzati.
Il Comintern (1919), alla luce dell’esaltante esperienza dell’Ottobre, stabilì la determinante importanza di conquistare le donne alla causa proletaria come presupposto fondamentale per la vittoria del socialismo. Si impegnò altresì a stabilire forme e modalità della partecipazione femminile alla vita politica: a questo proposito i marxisti disposero la creazione di commissioni femminili interne al partito, espresse a tutti i livelli, dal Comitato Centrale alle sezioni locali, con il compito di sviluppare il lavoro politico tra le donne; alla loro attività presiedeva il Segretariato Internazionale della donna, con compiti organizzativi e di coordinamento. Lo Zhenodtel (sezione femminile del Comitato Centrale sovietico) si rivelò una vera e propria “scuola per cittadine sovietiche”, che contribuì ad una forte presa di coscienza femminile: qui le proletarie seguivano corsi di formazione e collaboravano all’attività dei consigli di fabbrica. Una risoluzione della Terza Internazionale del 1921 sancì che “non ci sono delle questioni femminili in particolare”, intendendo con ciò che le questioni relative all’oppressione della donna dovevano essere affrontate con la dovuta attenzione dall’insieme della classe operaia, in modo unitario, e non essere ridotte a semplici rivendicazioni femminili. Si rigettò la collaborazione di classe tra donne proletarie e borghesi, asserendo che le lavoratrici e le donne povere dovevano rimanere fedeli alla causa della classe operaia; a sostegno di questa tesi, si espresse la ferma condanna del femminismo borghese.
Il tradimento della Rivoluzione perpetrato da Stalin e la progressiva burocratizzazione dello Stato Operaio segnarono il ritorno della donna al focolare e la perdita di tutte le maggiori conquiste ottenute, quali l’aborto libero e gratuito e il divorzio semplificato; prostituzione e omosessualità tornarono ad essere considerati dei crimini, e gli istituti collettivi quali asili, mense, lavanderie furono chiusi e la loro attività ridotta.
Trotsky, nel suo libro La Rivoluzione tradita, così spiega le ragioni di tale fallimento: “La Rivoluzione d’Ottobre ha onestamente mantenuto la sua promessa alla donna. (…) Sfortunatamente, la società russa si è rivelata troppo povera e troppo poco civilizzata. (…) La vera emancipazione della donna diventa impossibile sul terreno della ‘miseria socializzata’. L’esperienza ha presto confermato questa dura verità enunciata da Marx ottant’anni fa”.

La questione della donna oggi

L’attuale momento storico è caratterizzato dalla diffusa oppressione di larghe masse di donne proletarie e lavoratrici, che accanto ai lavoratori maschi sopportano il peso di tale oppressione, ma spesso subiscono ulteriori vessazioni per il fatto di appartenere all’altro genere; proprio nell’ambito della famiglia avvengono le più gravi manifestazioni di violenza contro le donne.
Le continue ingerenze della Chiesa mettono in discussione il diritto ad una libera e responsabile procreazione, con l’attacco periodico alla legge 194 sul diritto di interruzione di gravidanza, il controllo ossessivo sul libero uso dei contraccettivi, gli impedimenti alla procreazione medicalmente assistita: tutti elementi determinanti per impedire alle donne un’autonoma gestione della propria sessualità.
L’entrata nel mondo del lavoro, se da una parte consente alle donne di guadagnare un loro spazio come soggetti attivi nella classe e indipendenti economicamente all’interno della famiglia, dall’altra le sottopone a livelli di sfruttamento altissimi, per due ordini di motivi: perché notoriamente nel mondo del lavoro occupano largamente professioni socialmente poco riconosciute, sono vittime della precarietà, sono retribuite a pari mansioni meno dei lavoratori maschi, sono le prime ad essere espulse dalla produzione in caso di ristrutturazioni dei settori produttivi, perché negli ultimi anni si sono verificati pesanti attacchi ai diritti acquisiti in passato.
D’altro lato, oggi come ieri, entrare nel mondo del lavoro per le donne significa accollarsi anche il lavoro di cura della famiglia, nei casi migliori in collaborazione con i mariti o compagni, nei casi peggiori da sole, senza il supporto di strutture quali asili, scuole, ospedali pubblici che, con il progressivo smantellamento dello stato sociale, stanno diminuendo anno per anno. Le uniche vie d’uscita in questi casi sono il ricorso ai servizi privati per le donne borghesi, le uniche che se lo possono permettere, o l’abbandono del lavoro nell’attesa di tempi migliori.
Ancor peggiori le condizioni delle migranti, vittime di ulteriori vessazioni per il fatto di essere clandestine, di trovare impiego solamente in nero, di essere vittime di pregiudizi razzisti e xenofobi, di vivere una condizione di isolamento e sradicamento, lontane dal proprio paese d'origine.
Sono milioni le donne sfruttate e oppresse dall’imperialismo, da condizioni materiali miserevoli e da culture che non le considerano soggetti titolari di diritti, ma proprietà privata della famiglia di provenienza o dei futuri mariti, soggette a pratiche violente di mutilazione sessuale e di controllo forzato delle nascite.
In Europa e negli Stati Uniti le battaglie femministe negli anni ‘60/’70 hanno consentito a molte donne una presa di coscienza della propria condizione, della possibilità di costruire forme di autorganizzazione e innescare processi di cambiamento; hanno avuto nello stesso tempo un limite: le conquiste fatte in ambito democratico borghese non risolvono le singole oppressioni di genere e possono in ogni momento essere messe in discussione, come è regolarmente avvenuto.
Con l’avvio del processo di costruzione di un partito comunista rivoluzionario ci poniamo nella prospettiva di abbattere questo stato di cose, la sua strutturazione sociale e politica. Ci guidano i principi del marxismo rivoluzionario, l’esempio offerto dalla Rivoluzione russa, e la coscienza che la condizione di oppressione e sfruttamento delle donne, e della classe lavoratrice in generale, sarà superata solo con l’abbattimento dello stato borghese e delle sue istituzioni. Solo una prospettiva socialista potrà creare le condizioni per la costruzione di una società diversa, basata sull’abbattimento della proprietà privata, sulla liberazione dallo sfruttamento, sulla reale uguaglianza tra uomini e donne e tra individui, su un’organizzazione sociale che, sulla distruzione della famiglia, edifichi forme di aggregazione sociale diverse, dove le unioni siano scelte libere e consapevoli, il lavoro di cura sia socializzato (consultori familiari, nidi e scuole per i bambini, servizi alla persona, mense, lavanderie), e il tempo dedicato al lavoro e al contributo di ognuno per il buon funzionamento della comunità sia solo una parte del tempo di vita, perché il resto deve essere lasciato ad ogni persona. Ognuno dovrà poter dedicare del tempo a ciò che desidera, trovando spazio per l’espressione autonoma e creativa della propria persona.







1917: la rivoluzione di febbraio

Ruggero Mantovani

La Rivoluzione russa ha indubbiamente rappresentato l’avvenimento più importante del Novecento e, lungi dal poter essere relegata in un asfittico paragrafo della storia, la sua rilettura traduce in viva attualità le implicazioni programmatiche, strategiche e tattiche che hanno trovato la sua fonte originaria nella politica espressa dal bolscevismo. Ma, come asserì R. Luxemburg “il problema poteva essere soltanto posto. Non poteva essere risolto in Russia”.
Questa mirabile definizione della grande dirigente tedesca ha senz’altro riassunto in modo ineguagliabile il significato della Rivoluzione russa, individuandone l’elemento “essenziale e duraturo” nella conquista del potere politico e nella realizzazione del socialismo.
Questo fattore “essenziale” espresso dal bolscevismo è stato al contempo un elemento di discontinuità, sia rispetto alle forze della II Internazionale, che hanno ridimensionato la Rivoluzione russa alle specifiche condizioni di arretratezza di quel paese per dimostrare l’impossibilità della rottura rivoluzionaria in un paese capitalistico avanzato; e sia nei confronti dello stalinismo che, con gli stessi argomenti della socialdemocrazia sulla presunta specificità dell’avvenimento storico, introdusse, con la concezione del “socialismo in un paese solo”, un concetto estraneo al marxismo, che, lungi del suo contenuto teoretico, ha rappresentato l’involucro ideologico in cui si è sviluppato il termidoro della burocrazia moscovita.

Gli avvenimenti

Tra il 23 e il 27 febbraio del 1917 (8-12 marzo secondo il calendario gregoriano in vigore in occidente), esplode la rivoluzione antizarista: grandi mobilitazioni a Pietrogrado con cui il proletariato russo reclamava il “pane” e la “pace”, coinvolgendo anche le truppe inviate per reprimere la folla, portarono alla caduta dello zar.
La Rivoluzione di febbraio non fu il risultato di un processo istintivo delle masse, spesso dipinte dai liberali come uno “sciame d’api” vendicative. Gli operai di Pietrogrado, e quelli russi in genere, avevano vissuto la Rivoluzione del 1905: compreso le illusioni costituzionali dei liberali e dei menscevichi; appresa la “prospettiva rivoluzionaria” e ripensato il rapporto con i settori più avanzati dell’esercito, in cui vi era una nuova generazione di contadini che, come dimostrò l’insurrezione del 1905, divenne essenziale per la rivoluzione.
Come era già accaduto nel 1905, nei giorni della Rivoluzione di febbraio si formarono i soviet di deputati degli operai, dei soldati e dei contadini, divenendo ben presto strutture di autogoverno proletario riconosciuti dalle masse rivoluzionarie. Sull’esperienza del primo soviet nato nel 1905 nella città industriale di Ivanovo-Voznessek (anche se è a Pietrogrado che acquisteranno una grande autorità), i soviet nati con la Rivoluzione del 1917 divennero il principale punto di riferimento delle masse e assunsero le caratteristiche, seppur in forma embrionale, di un nuovo potere statale: assicurarono l’ordine sociale, organizzarono i trasporti e i sindacati, pubblicarono perfino il quotidiano Izvestia (Notizie). La Rivoluzione di febbraio benché realizzata da operai e contadini, all’indomani della caduta dello zar produsse governi che assunsero la forma di coalizioni tra i partiti della borghesia (cadetti) e i partiti riformisti (socialdemocratici - menscevichi - tradovisti - il partito di Kerensky - socialrivoluzionari, eredi del populismo russo): il primo governo provvisorio è presieduto dal conte Lvov, in cui Kerensky è nominato vicepresidente.
La Rivoluzione di febbraio – asserì Trotskij – è stata guidata dagli “operai coscienti, temprati ed educati principalmente dal partito di Lenin. Ma subito dopo dobbiamo aggiungere: questa guida apparve sufficiente per assicurare la vittoria dell’insurrezione, ma non bastò per assicurare all’avanguardia proletaria la parte direttiva della rivoluzione” .
Un paradosso che ha caratterizzato la Rivoluzione di febbraio, ma che mise in evidenza che “senza un’organizzazione direttiva l’energia delle masse si disperderebbe come il vapore”, e in assenza del partito bolscevico che nel febbraio del 1917 vedeva tutti i suoi dirigenti migliori in esilio o in galera, il processo rivoluzionario venne interrotto dalla borghesia.

Le cinque giornate della rivoluzione

Il 23 febbraio si celebrava la giornata internazionale della donna e fino a quel momento nessuna organizzazione del movimento operaio russo, compreso quella bolscevica, pensava che quella mobilitazione potesse divenire il primo giorno della rivoluzione. Malgrado ogni direttiva, le operaie tessili di alcune fabbriche scesero in sciopero mandando delle delegate dagli operai metallurgici con un appello a sostenere lo sciopero: quel giorno si mobilitarono 90 mila operaie ed operai che dal rione di Vyborg invasero Pietrogrado.
Dirà Trotskij: “La giornata della donna era trascorsa con successo, con entusiasmo e senza vittime. Ma che cosa celasse in sé, anche verso sera non lo indovinava ancora nessuno” . Ma oramai era in atto un processo di contagio irrefrenabile: il 24 febbraio si mobilitarono la stragrande maggioranza degli operai industriali di Pietrogrado e la richiesta del “pane”, che era emersa nella giornata del 23, si trasformava nell’inequivoco anatema: “abbasso l’autocrazia!”, “abbasso la guerra!”.
E così, il 25 febbraio lo sciopero si sviluppò con una progressione impressionante, tant’è che i dati governativi stimarono la partecipazione di 240 mila operai, che ben presto riscossero la solidarietà anche delle piccole imprese del commercio, dei lavoratori dei trasporti e degli studenti. Trotskij, in quella straordinaria opera dedicata alla storia della Rivoluzione russa, riferisce una dettagliata e avvincente cronaca degli avvenimenti: “Decine di migliaia di persone affluirono a mezzogiorno verso la cattedrale della vergine di Kasan e le vie adiacenti. Si fanno tentativi di comizi per strada, avvengono una serie di scontri armati con la polizia. Vicino al monumento di Alessandro III ci sono oratori che prendono la parola. La polizia a cavallo apre il fuoco. Un oratore cade ferito. Da colpi che vengono dalla folla è ucciso un commissario (…) inoltre si tirano bottiglie petardi e bombe a mano. I soldati si mostravano passivi, ma a volte anche ostili alla polizia”.
Insomma lo sciopero divenne sempre più generale e il suo carattere offensivo portò il proletariato russo ad uno scontro diretto con le truppe repressive dello zarismo. In quei giorni, a misurare lo stato d’animo delle masse è l’agente provocatore Surkanov (infiltrato nel partito bolscevico) che, in una relazione indirizzata alla polizia zarista, scrisse: “le masse hanno acquistato la sicurezza della propria impunità, il popolo è convinto dell’idea ch’è cominciata la rivoluzione, che il successo è delle masse, che il governo è impotente a soffocare la rivoluzione, dato che i reparti di truppa sono dalla loro parte”.
Parole profetiche, poiché nella serata del 26 si ammutinò la IV compagnia del reggimento Pavlovskijn della guardia del corpo, a seguito dell’indignazione contro un medesimo reggimento che a Nevskij aveva sparato sulla folla.
I soldati della IV compagnia si diressero verso Nevskij ed ebbero uno scontro armato con una pattuglia della polizia a cavallo: alcuni soldati furono arrestati ma ben 21 di essi mancavano all’appello, si unirono alla rivoluzione portando con loro armi e fucili. In questo clima, il 27 febbraio, giorno decisivo per la rivoluzione, vide la folla liberare i detenuti politici, tra cui i membri del comitato dei bolscevichi di Pietrogrado, e verso sera il palazzo di Taurine diviene la sede dello stato maggiore rivoluzionario.
Scrive Trotskij: “L’ultimo giorno di febbraio fu a Pietrogrado il primo giorno dopo la vittoria: una giornata di entusiasmi, di abbracci di lacrime e di gioia di verbose effusioni, ma nello stesso tempo anche la giornata di colpi conclusivi dati al nemico”.
I soldati avevano appoggiato gli operai perché avevano sentito il proprio legame di sangue con gli operai, confermando che gli operai e i contadini erano le due classi che avevano fatto la rivoluzione.

Il paradosso della Rivoluzione di febbraio

L’insurrezione aveva vinto: ma come e perché il potere si ritrovò nelle mani della borghesia, malgrado per gli operai, i soldati e i contadini i soviet divennero ai loro occhi “l’incarnazione della rivoluzione stessa”?
Un quesito fondamentale, giacché la Rivoluzione di febbraio dei 1917 “differiva da tutte le rivoluzioni di prima per il carattere sociale e il livello politico della classe rivoluzionaria, l’ostile diffidenza degli insorti verso la borghesia liberale e il sorgere, in conseguenza di essa, d’un nuovo organo del potere rivoluzionario: il Soviet che poggiava sulla forza armata delle masse” .
La contraddizione tra la natura della rivoluzione e il carattere politico del potere che emerse dopo la vittoria dell’insurrezione è da attribuire essenzialmente, al di là della fraseologia rivoluzionaresca, alle posizione conciliative dei socialrivoluzionari e dei menscevichi. Gli operai vedevano in queste formazioni socialiste, al pari dei bolscevichi, forze che si opponevano alla monarchia e al contempo alla borghesia liberale; e poiché questi partiti, asserì Trotskij, “disponevano di quadri incomparabilmente maggiori di intellettuali ebbero così a un tratto un enorme disponibilità di agitatori; le elezioni persino quelle fatte dalle fabbriche e dalle officine diedero una preponderanza enorme ad essi” .
E così, nell’esercito lo strato inferiore di nuovo terzo stato che si andava formando (giovani ufficiali, impiegati amministrativi), che erano stati a favore della rivoluzione, si iscriveva al partito dei socialrivoluzionari: che, essendo ideologicamente “informe”, rispondeva alla limitatezza di questo nuovo ceto militare.
In definitiva, in questo modo si formò il predominio dei partiti riformisti votati alla collaborazione di classe che cedettero il potere alla borghesia. Gli effetti non si fecero attendere: il programma del primo governo borghesie fece piazza pulita delle questioni della guerra, della repubblica, della terra e della giornata lavorativa di otto ore. Un paradosso che fece emergere tutte le contraddizioni della politica del governo di coalizione tra la borghesia ed il riformismo russo: contraddizioni che saranno contrastate dai bolscevichi, che, in particolare con il rientro in Russia di Lenin e il riorientamento del partito con le “Tesi di aprile” e con la rivoluzione in ottobre restituiranno “tutto il potere ai soviet”.
Questi gli avvenimenti che sconvolsero il mondo e che imposero alla storia per la prima volta l’avanzamento delle masse sfruttate.
La Rivoluzione del ’17 è stato indubbiamente l’evento più importante del novecento e ritengo che non sia scontato sottolinearne l’attualità. Per noi, impegnati a costruire un vero partito comunista, è necessario riproporre quella prospettiva, e riattualizzare la necessità del partito della rivoluzione mondiale che, per dirla con i concetti di Marx e Lenin significa: tensione verso i finì e subordinazione della tattica ai principi; dialettica partito-classe, direzione-spontaneità, unità-democrazia; carattere internazionale del socialismo e della lotta di classe.
Questi i fattori essenziali della forza comunista che vogliamo costruire, gli stessi che fecero orgogliosamente affermare a Rosa Luxemburg: “l’avvenire appartiene dappertutto al bolscevismo”.



L’imperialismo in Medio Oriente
Guerra e resistenza: Irak, Libano, Palestina

Alberto Madoglio

Il susseguirsi sempre più frenetico di avvenimenti tragici in Medio Oriente ci ha spinto a riservare, negli ultimi mesi, una particolare attenzione, nelle pagine del nostro giornale e nel sito web, a quella che è un’area strategica per le sorti della lotta di classe internazionale.
Occorre fare una premessa: più è stato grande lo sforzo delle varie potenze imperialiste internazionali negli ultimi anni – specialmente negli ultimi mesi – per arrivare ad una “normalizzazione” della situazione mediorientale, cioè per assestare un colpo mortale alle varie lotte di liberazione nazionale e di emancipazione sociale che lì si susseguono ininterrottamente da un secolo, più grande è stato il fallimento che questi tentativi hanno prodotto.
In particolare, abbiamo visto che i paesi imperialisti, Usa in testa, hanno profuso sforzi straordinari per far valere la loro politica neocoloniale in Palestina, Iraq e Libano; ebbene, proprio in questi tre paesi, le grandi potenze occidentali sono andate ad infilarsi in un pantano dal quale è sempre più difficile districarsi. La situazione irakena va sempre più deteriorandosi per gli americani e per i loro alleati locali, rappresentati dal governo fantoccio di Maliki e la vittoria dei democratici alle elezioni di ottobre non ha cambiato il carattere aggressivo della politica estera americana.

Il piano Baker

L’ultima novità, infatti, è il cosiddetto “Piano per il disimpegno irakeno” elaborato dalla commissione Baker (vecchio collaboratore dei Bush, avvocato di famiglia e membro dello staff di Bush padre alla Casa Bianca tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90).
Le proposte avanzate in questo studio prevedono una riduzione, in tempi non definiti, della presenza di truppe americane nel paese (ne rimarrebbe comunque un numero considerevole, circa 75.000), una modifica del loro ruolo (supporto ad una più decisa presenza militare e di polizia locale), e la convocazione di una conferenza regionale per cercare di coinvolgere Iran e Siria nella soluzione del problema iracheno (ma anche in Palestina e Libano).
La Casa Bianca è incline a rifiutare questa proposta che, pur trattandosi solo di un’operazione di maquillage diplomatico che non andrebbe a modificare nella sostanza la politica guerrafondaia e neocolonialista di Washington, sancirebbe la fine della politica fin qui seguita dai neoconservatori e dal presidente Bush. Riconoscere che tre anni di guerra al terrore non hanno dato i risultati sperati e iniziare ad intessere un lavoro diplomatico con due “stati canaglia” come i regimi di Teheran e Damasco, è un prezzo che l’amministrazione americana non può né vuole pagare, anche perché una tale scelta rafforzerebbe di molto le posizioni delle potenze imperialiste europee, col rischio di vedere ridimensionato il peso politico globale di quella che è ancora vista come l’unica superpotenza rimasta.
Contro il piano Baker si sono pronunciati anche il premier israeliano Olmert e quello iracheno Maliki (che sa benissimo di non potersi fidare di forze militari locali e di dovere la sua sopravvivenza, non solo politica, ad una massiccia presenza di truppe straniere).
Le ragioni per cui l’esecutivo di Tel Aviv vede come fumo negli occhi ogni ipotesi di disimpegno americano nella regione sono alla base delle ultime mosse politiche riguardo alla questione palestinese.
Una premessa: al di là delle dichiarazioni propagandistiche, è senso comune, in Israele, che la guerra estiva contro Hezbollah si sia chiusa con una sconfitta. Olmert e i suoi alleati (i laburisti di Peretz e il semi fascista Lieberman) sono consci di non poter reggere a lungo una situazione di “quasi guerra” su tre fronti; delegato agli Usa il controllo dell’Iran per concentrarsi sul nemico a nord (Siria ed Hezbollah), è necessario chiudere una volta per tutte i conti con la questione palestinese. Le ultime dichiarazioni fatte dall’esecutivo sionista, circa la disponibilità di riconoscere uno Stato Palestinese, non devono trarre in inganno.
Sconfitta l’idea di occupare perennemente Gaza e Cisgiordania, ora tutte le forze vanno verso la ricerca di un accordo con l’ala più capitolazionista della società palestinese, Al Fatah. Il partito di Abu Mazen ha ormai abbandonato ogni velleità di lottare per i diritti del suo popolo: ha riconosciuto Israele e accetterebbe la nascita di uno stato fantoccio, non solo riconoscendo i confini del 1967 (dimenticando che l’occupazione sionista della Palestina nasce almeno dagli anni ’30), ma anche le migliaia di colonie costruite in barba agli stessi accordi di Oslo del 1993 (accordi che già di per sé hanno rappresentato il tradimento di decenni di lotta coraggiosa di diverse generazioni di palestinesi). Per non parlare di quella che è la vera questione fondamentale per i palestinesi, cioè il ritorno dei profughi e il controllo delle risorse vitali per le popolazioni di quelle aree, prima di tutto l’acqua. Questa volontà si sta scontrando in maniera sempre più aperta con quella che ad oggi è la rappresentanza politica maggioritaria tra il popolo, Hamas, che pur opponendosi alla politica del presidente dell’Autorità nazionale Palestinese, non propone una vera alternativa allo status quo.
La formula inventata dai suoi leader per differenziarsi da Al Fatah, senza però impegnarsi fino in fondo in una lotta senza quartiere al bastione dell’imperialismo in medio oriente, è quella della “tregua” decennale con Israele, la hudna.
Secondo i loro auspici questo escamotage semantico consentirebbe di non essere accomunati a Fatah nella politica di cedimenti a Tel Aviv, mantenendo – solo propagandisticamente – tutte le rivendicazioni storiche della resistenza palestinese all’occupazione e, allo stesso tempo, di proporsi come unico interlocutore con Israele. Questa lotta tra le due maggiori fazioni politiche del popolo palestinese ha subito, mentre scriviamo, una forte drammatizzazione. Il presidente dell’Anp, forte del sostegno di Israele e degli Usa, ha indetto nuove elezioni per il rinnovo del Parlamento, controllato da Hamas. Si tratta di un autentico colpo di stato, che rischia di far precipitare il paese verso un’aperta guerra civile. In questo confronto i comunisti si devono opporre con tutti i mezzi al golpe di Abu Mazen sostenuto dall’imperialismo.

Il Libano chiave di volta della situazione mediorientale

Ma oggi la chiave di volta di tutta la situazione mediorientale è il Libano. Dopo la guerra dello scorso luglio, che ha visto i miliziani di Hezbollah resistere ai furiosi attacchi di dell’esercito israeliano, la politica libanese ha subito forti scossoni.
Il governo filo imperialista di Siniora, consapevole dell’aumento di prestigio goduto dall’organizzazione dello sceicco Nasrallah tra le masse diseredate del paese, non solo di religione sciita, e contando in caso di estremo bisogno sulla presenza di truppe imperialiste nel paese pronte a correre in suo aiuto, sta cercando in ogni modo di eliminare un avversario politico per lui sempre più pericoloso. L’occasione è stata la modifica costituzionale per permettere la creazione del cosiddetto “Tribunale Hariri”, che dovrebbe indicare i colpevoli dell’omicidio dell’ex premier libanese morto in un attentato quasi due anni fa. Hezbollah, ovviamente, si è opposto a questa decisione, in quanto è evidente a tutti che la sentenza di questa “corte indipendente” è già scritta: Hezbollah e Siria sono responsabili e quindi vanno puniti. Da qui la crisi di questi giorni con le dimissioni dei ministri di Hezbollah e dei suoi alleati dal governo, la richiesta della formazione di un governo di unità con una maggiore rappresentanza di ministri di questo partito ed una nuova riforma elettorale che premi il consenso che dopo luglio Hezbollah ha anche tra settori cristiani e sunniti della popolazione.
Tuttavia, più profondi sono i motivi dello scontro in atto; in questi giorni il governo di Siniora ha presentato un piano economico, chiamato "Paris 3", basato su privatizzazioni di tutte le aziende pubbliche, distruzione dello stato sociale, aumento delle tasse indirette e relativa diminuzione di salari e pensioni, scritto sotto dettatura della Banca Mondiale.
Questo piano ha contribuito a scatenare le proteste che hanno portato alla manifestazione di due milioni di persone (in un paese che conta quattro milioni di abitanti!) contro il governo, e all’assedio, per ora pacifico, della sede del potere a Beirut, il palazzo del Gran Serraglio.
Questa enorme mobilitazione ci dimostra due cose: la prima è che per l’imperialismo non sarà così facile imporre le proprie politiche ultra liberiste nel paese dei cedri e la seconda è che alle masse libanesi occorre una direzione politica alternativa. Hezbollah, come tutte le organizzazioni islamiste, basate su un programma reazionario piccolo borghese, tende a cercare un accordo con l’imperialismo e con i suoi portavoce locali. Nel caso specifico, invece di dirigere la lotta in senso rivoluzionario, propone un nuovo esecutivo in cui possa avere un numero maggiore di ministri. Se ciò avvenisse, non sarebbero gli alleati delle grandi potenze mondiali ad aver ceduto alle forze più radicali, ma il contrario. Una versione mediorientale della Grosse Koalition oggi al potere in Germania, farebbe scelte di chiara natura di classe, anti popolare, così come quelle imposte a Berlino da Cdu e Spd. La crisi oggi in corso in Libano non potrà finire senza vincitori né vinti: o dalla mobilitazione nascerà un’organizzazione basata su un programma marxista rivoluzionario, fondata sull’indipendenza politica del proletariato libanese, in grado di rovesciare il dominio delle classi possidenti del paese, oppure le masse popolari subiranno una sconfitta di proporzioni storiche.

Dicembre 2006









Rivoluzione e controrivoluzione ad Oaxaca
Gli insegnamenti per il proletariato mondiale

Davide Margiotta

Oaxaca evoca per la borghesia e per la sua democrazia l’incubo più grande: lo spettro della Comune, cioè il tentativo delle masse di costruirsi un altro tipo di società, basata su un altro tipo di potere. Questo è quello che è successo ad Oaxaca a partire dalla primavera di quest’anno: l’Appo (l’Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca), che raggruppa oltre 350 organizzazioni sindacali, bracciantili e popolari, ha rappresentato di fatto un potere alternativo a quello ufficiale.
All’apice della lotta, l’Appo disponeva di ampissimi poteri: il controllo di vie e mezzi di comunicazione, il funzionamento di negozi e mercati. Sono state erette barricate permanenti, occupati palazzi municipali e federali, creata una milizia armata per l’autodifesa popolare: come ha titolato La Jornada, ad Oaxaca è sorta una Comune.
Naturalmente le classi dominanti da subito hanno visto nella Comune di Oaxaca un chiaro attentato al proprio potere. Significativamente, il principale collante delle rivendicazioni di diversi settori popolari è proprio la cacciata del Governatore dello Stato, Ulises Ruiz Ortiz (Uro).
Il Presidente uscente Vicente Fox ha adottato nei confronti di Oaxaca la tattica del bastone (molto) e della carota (poca). Da un lato offriva al movimento di ridefinire il contratto degli insegnanti locali, da cui era partita la protesta, di concedere indipendenza economica alla Sezione 22 del loro sindacato (che rappresenta l’avanguardia della lotta), di convocare l’attuale e la passata amministrazione del governo statale, promuovere una riforma politica per permettere un referendum revocatorio della carica di Governatore (ottenendo di dividere il movimento, con l’ala riformista della Sezione 22, guidata da Enrique Rueda, che vuole accettare la proposta). Dall’altro si rifiutava nei fatti di destituire il Governatore Ruiz e inviava nella capitale la Polizia Federale Preventiva (Pfp). Il 29 ottobre, la Pfp entrava in massa nella città di Oaxaca, ponendo fine dopo oltre cinque mesi all’occupazione da parte dell’Appo del centro della città, ma i manifestanti ricostruivano le barricate distrutte alle spalle degli assalitori.

Bande armate in difesa del capitale

Con il passare del tempo la posta in gioco si fa sempre più alta: la borghesia sa bene che la cacciata di Uro costituirebbe un pericoloso precedente per tutto il Paese e contribuirebbe in modo potentissimo alla presa di coscienza nella propria forza da parte delle masse. Il giorno più duro per i manifestanti è senza dubbio sabato 25 novembre, quando, grazie alla copertura della Polizia Federale, la sbirraglia e i gruppi parapolizieschi di Uro hanno scatenato una vera e propria guerra nel centro cittadino. Gli agenti, appostati sui tetti delle case del centro occupato militarmente già da un mese, hanno bombardato i manifestanti che li stavano accerchiando con pietre, biglie di ferro e lacrimogeni, sparando poi con armi da fuoco sui manifestanti in fuga.
Il bilancio degli scontri è stato di cinque morti, oltre cento feriti e un numero imprecisato di “desaparecidos”. Santo Domingo, sede del presidio permanente dell'Appo, è stata sgomberata dalla Pfp. A questo punto l’Appo decide di ripiegare, per evitare ulteriori spargimenti di sangue.
Tutti gli osservatori concordano su un punto: ad Oaxaca, dopo il 25 novembre, regna il terrore. Tra gli abusi commessi si segnalano: demolizioni di case, sequestri, torture, attentati contro attivisti e manifestanti e, recentemente, lo spostamento degli arrestati in carceri di massima sicurezza lontani dallo stato, impedendo ai detenuti di comunicare con l’esterno. Nella capitale dello stato la stampa viene aggredita, mentre sono stati cancellati i diritti di manifestare e di circolare.
La Polizia di Oaxaca (Pgjeo) ha installato posti di blocco mobili con liste di attivisti politici e perquisisce i passeggeri sui trasporti pubblici. Il primo dicembre assume ufficialmente la carica di Presidente Felipe Calderon, del Pan, uscito vincitore da elezioni palesemente truccate. Calderon lancia subito un appello per chiamare tutte le forze sociali al dialogo al fine di risolvere la questione oaxaquena. A questo fine il 4 dicembre Flavio Sosa e altri tre dirigenti dell’Appo si recano a Città del Messico per un incontro concordato con la Segreteria Governativa. Una volta nella capitale, i tre vengono arrestati a tradimento dalla polizia federale, a dimostrazione di quali siano i margini di trattativa con il Governo. Ma, nonostante la repressione e la clandestinità cui sono stati costretti i militanti dell’Appo, la mobilitazione continua. Le ultime notizie che ci arrivano proprio mentre finiamo di scrivere questo articolo, riguardano la gigantesca manifestazione indetta per il 22 dicembre.

Cosa ci insegna la Comune di Oaxaca?



I fatti di Oaxaca ci consegnano molti insegnamenti utili.
Primo: la rivoluzione è attuale. Secondo: quando le masse scendono in lotta, si dotano di strumenti di potere alternativi, basati su forme consiliari (cioè sovietiche) di governo. Terzo: la violenza rivoluzionaria è necessaria. Per opporsi alla reazione delle classi possidenti non esistono altri mezzi se non milizie di autodifesa, barricate e ogni altro strumento che possa ostacolare i massacri della reazione. Senza questi strumenti i morti ad Oaxaca sarebbero stati molti di più dei 26 accertati finora.
La direzione dell’Appo non è stata in questi mesi esente da limiti che abbiamo il dovere rivoluzionario di criticare apertamente e fraternamente. Primo: l’incapacità di vedere nella lotta di Oaxaca l’avanguardia di una rivoluzione socialista. E’mancato un partito comunista rivoluzionario radicato tra le masse, in grado di dirigere la lotta verso l’unico sbocco vittorioso possibile, la rivoluzione socialista. Secondo: non si è lavorato a sufficienza per la sua estensione a tutto il Paese, cosa che avrebbe anche reso molto più difficile il dispiegarsi della reazione borghese (è mancato inoltre l’appoggio di uno sciopero generale in tutto il Paese). Ora occorre avanzare nella creazione di un’Assemblea Popolare dei Popoli del Messico. Terzo: sono state alimentate molte illusioni sulla possibilità di una trattativa con il Governo (limiti, questi, comuni al riformismo, si veda il caso dell’Ezln). Quarto: è mancata una lotta decisa contro le tendenze riformiste e opportuniste.
Nonostante questi limiti ed errori, resta il fatto che Oaxaca rappresenta un fulgido esempio per il proletariato mondiale. La lotta di Oaxaca è la nostra lotta.



La Spagna di Zapatero
Tra corruzione immobiliare e la crisi del "processo di pace" con l’indipendentismo basco

Felipe Alegría*

Le copertine della stampa spagnola sono strapiene di scandali di corruzione immobiliare e di notizie sulla crisi del “processo di pace” con l’indipendentismo basco.

Speculazione e corruzione immobiliare

Da quando è esplose lo scandalo a Marbella, con la dissoluzione del Municipio e l’arresto del sindaco e dei consiglieri comunali, non sono finiti di sorgere nuovi scandali di corruzione immobiliare, che hanno implicato sindaci ed alti responsabili urbanistici dei governi autonomistici. Marbella è, in realtà, solo la punta dell’iceberg. Durante più di un decennio – con la complicità dei governi municipali, autonomistici e centrale, tanto di destra come di “sinistra” – il paese si è riempito di tante Marbella lungo il litorale mediterraneo e dei grandi agglomerati urbani.
Negli ultimi 10 anni, la speculazione sfrenata del prezzo dei suoli ha moltiplicato per tre il prezzo della casa, mentre i salari reali si sono mantenuti stagnanti al livello del 1997 ed il commercio del mattone si è trasformato nel principale mezzo di accumulazione capitalista. Per il terzo anno consecutivo, si stanno costruendo insieme più edifici in Spagna che in Francia, Germania e Gran Bretagna. Più del 50% degli acquisti di abitazioni sono direttamente speculative, in modo che la Spagna, essendo il paese che più costruisce, è quello che ha più abitazioni vuote in Europa (tre milioni).
Beneficiata da una congiuntura di tassi d’interesse bassi, un’immensa bolla immobiliare – alimentata da un indebitamento record di imprese e famiglie – si è impadronita dell’economia spagnola. Centinaia di migliaia di famiglie operaie sono strozzate dai mutui ipotecari, mentre la maggioranza dei lavoratori giovani e migranti si trova nell’impossibilità di accedere ad un’abitazione.
Il cosiddetto “miracolo spagnolo” poggia su questo boom speculativo. O, per meglio dire, sulla combinazione di questo boom e di un importante aumento del tasso di sfruttamento della classe lavoratrice che ha sofferto un chiaro aggravamento nel mercato di lavoro e dalla generalizzazione della precarietà lavorativa. Nei tre primi trimestri del 2006, i profitti delle banche sono stati maggiori del 42% rispetto a quelli dell’anno scorso, e quelli delle imprese non finanziarie quotate in Borsa del 32,8%, tutto un “massimo storico” secondo la Banca della Spagna.
Ma non c’è “miracolo” che duri a lungo. Non è casuale che gli attuali scandali di corruzione vengano accompagnati da inquietanti sintomi che sta avvicinandosi la fine del ciclo. Agli imprenditori edili costa sempre di più vendere gli appartamenti, le grandi banche si disfano delle loro divisioni immobiliari ed alti rappresentanti finanziari avvisano che il boom si esaurisce, mentre sognano un “atterraggio morbido”. Ma la bolla si è gonfiata troppo perché la fine della “prosperità” sia una transizione graduale e controllata. Bisogna prepararsi per fare fronte a grandi attacchi contro i lavoratori ed i settori più oppressi della società.

Il “processo di pace” con gli indipendentisti baschi marcisce



Il momento attuale è anche segnato dalla grave crisi in cui è entrato il “processo di pace”. La “pacificazione” dei Paesi Baschi era ovviamente uno dei grandi obiettivi propagandistici del Governo Zapatero.
Tuttavia, siamo a nove mesi dal cessate il fuoco e neanche i carcerati dell’Eta sono stati trasferiti nelle prigioni dei Paesi Baschi. Al contrario, la loro situazione si è seriamente aggravata, perché sono state cambiate le norme per la loro scarcerazione e sono state applicate retroattivamente, aumentando loro le pene da 20 a 30 anni, condannando così di fatto molti di essi all’ergastolo. Il detenuto Iñaki di Juana (in sciopero della fame dal 20 novembre ed alimentato forzosamente con una sonda) aveva scontato integralmente la sua condanna, ma gli è stata rifiutata la scarcerazione ed è stato condannato a 12 anni in più di prigione per aver pubblicato due articoli di opinione!
Tuttavia, il governo non si è fatto alcuno scrupolo nel rilasciare, per ragioni umanitarie (!), Vera, condannato per furto e per aver organizzato e diretto un gruppo terroristica anti-Eta chiamato Gal quando ricopriva un’alta carica del Ministero dell’Interno nel vecchio governo socialista di González. Il governo ha continuato anche le detenzioni nel lato spagnolo ed in quello francese. Ha violato i diritti elementari di organizzazione e manifestazione di Batasuna, il partito indipendentista che rappresenta più del 10% della popolazione basca. Ha proseguito nei processi, nelle multe milionarie e nella permanente persecuzione dei dirigenti indipendentisti. Il governo non è neanche capace di garantire a Batasuna che, benché abbia rispettato l’infame Legge dei Partiti e presentato nuove sigle e statuti, finirà la persecuzione giudiziale dei suoi dirigenti
Questo atteggiamento di Zapatero ha provocato una grave crisi nel “processo di pace”. In realtà, è tale la vigliaccheria del Governo di fronte agli eredi politici del franchismo (rappresentati dal Pp) ed agli apparati di Stato (che la Transizione spagnola non ha mai epurato) che non passa giorno senza che aumentino i dubbi sulla capacità di Zapatero di mettere fine alla repressione della sinistra indipendentista e di scarcerare i carcerati dell’Eta. E senza questo, la continuità del processo rimane inevitabilmente in dubbio.
In realtà, per Zapatero, la “pacificazione” non significa in assoluto riconoscere ai baschi il diritto democratico di decidere il proprio destino bensì, al contrario, la semplice dissoluzione dell’Eta e la resa della sinistra indipendentista, mediante l’accettazione delle regole del gioco della Costituzione monarchica, una Costituzione che i baschi respinsero.

Il Governo Zapatero: un governo sottomesso e codardo

Il governo Zapatero, codardo di fronte al conflitto basco, non ha coraggio né dignità per annullare i processi sommari della dittatura franchista e riabilitare le vittime della repressione del franchismo. La “Legge della Memoria Storica” che Zapatero ha presentato al Parlamento significa, né più né meno, il riconoscimento della legalità della dittatura militare fascista di Franco.
Riscontriamo la stessa codardia nel recente patto firmato dal governo con la gerarchia cattolica, uno dei principali baluardi della reazione spagnola. Quest’accordo legalizza indefinitamente il sostentamento del clero a carico dei fondi pubblici e rimette alla Chiesa il debito 300 milioni che lo Stato vantava. La Chiesa riceverà 168 milioni annui per finanziare curati e vescovi. Questi soldi, inoltre, sono solo un’infima parte dei 5.057 milioni che annualmente lo Stato paga, buona parte dei quali serve a finanziare la scuola cattolica.
La recente riforma del lavoro, concordata con la Confederazione degli industriali (che voleva andare più lontano), e l’apparato dirigente dei sindacati maggioritari (Ccoo ed Ugt) ha significato un altro passo in più verso l’aumento dei licenziamenti ed un trasferimento massiccio di denaro al padronato attraverso maggiori sovvenzioni e minori contribuzioni alla Previdenza Sociale. Il Governo ha approvato anche una riforma fiscale, con regali alla Confederazione degli industriali ed agli alti redditi, che significa ridurre la riscossione di 6800 milioni ogni anno. Ugualmente, con l’appoggio del padronato e della burocrazia sindacale, ha reso più dure le condizioni di vita e la repressione sugli immigranti senza permesso.

Costruire un’opposizione di sinistra al governo



In una situazione come quella attuale, segnata ancora dalla smobilitazione sociale, il Governo Zapatero, con un discorso ipocrita, continua a mantenere ancora un significativo grado di appoggio popolare. Una delle ragioni di ciò è che appare come contrasto verso una destra radicalizzata ed erede politica del franchismo. Un altro motivo è il costante appoggio che gli prestano i capi di Ccoo ed Ugt (che hanno firmato le riforme che sono state loro messe davanti e hanno smobilitato quello che hanno potuto). E la stessa cosa si può dire dei partiti parlamentari alla “sinistra” del Psoe, come sono Izquierda Unida-Pce ed Esquerra Repubblicano de Catalunya.
Bisogna aggiungere, inoltre, che il mantenimento, per il momento, della congiuntura economica di “prosperità” consente – a differenza di quanto accade in Portogallo – di governare senza lanciare attacchi frontali al movimento operaio e popolare e fare alcune meschine concessioni sul salario minimo e sulle pensioni minime.
Ma non si può far fronte alla destra senza combattere le misure antioperaie ed antipopolari del governo. Questo è il compito per il quale si impegna Corriente Roja (Corrente Rossa) – della quale fa parte il Prt-Ir – che ha occupato un posto di prima fila nell’impulso della manifestazione dello scorso 6 dicembre contro la monarchia, alla quale hanno assistito alcune 5000 persone, in maggioranza giovani. La stessa cosa possiamo dire delle mobilitazioni studentesche di novembre contro la privatizzazione dell’insegnamento o la solidarietà con i conflitti operai, come quello del personale di terra di Barcellona di Iberia, processato per sedizione per avere invaso le piste dell’aeroporto alla fine di luglio del 2006.

*Dirigente del Prt (Partito rivoluzionario dei lavoratori), sezione spagnola della Lit-Ci (Lega Internazionale dei Lavoratori – Quarta Internazionale)



La lotta di classe non ha confini, siamo tutti clandestini!
Intervista a Bachcu Siddique, presidente del Comitato Immigrati d'Italia

a cura di Leonardo Spinedi

Perché nasce e come si struttura il Comitato Immigrati in Italia?
Il Comitato Immigrati in Italia nasce sulla base di una necessità: nel 1990 esistevano molte associazioni di immigrati costituite sulla base del criterio di nazionalità; in questa situazione era molto difficile partecipare a riunioni di associazioni di nazionalità diversa dalla propria, per risolvere questo problema nel tentativo di dare una risposta unitaria ai bisogni degli immigrati alcune associazioni si riunirono con lo scopo di costituire una sorta di “coordinamento”. All’epoca, nel 1998, si chiamava associazione “Stranieri per gli stranieri”, che nel 2000 è diventata l’attuale CII. Nasce quindi come strumento in difesa dei diritti degli immigrati, e con l’intenzione di stabilire relazioni col movimento operaio e studentesco italiano, nell’ottica di essere parte attiva nelle loro lotte. E’ un organismo autofinanziato ed autorganizzato, e non è legato in maniera diretta a nessun partito politico.
C’è dunque un’esigenza reale di organizzazione in questo settore? Da dove nasce questa necessità?
Quest’esigenza c’è, e nasce dalla realtà dello sfruttamento; il CII vede il bisogno di lottare contro la discriminazione a cui i lavoratori immigrati sono sottoposti da parte delle istituzioni locali e nazionali: quelle nazionali approvano leggi barbare e discriminatorie contro gli immigrati (Turco-Napolitano e variante Bossi-Fini), e le istituzioni locali le interpretano, le applicano e le rendono effettive. Questi due aspetti (che gli immigrati vivono quotidianamente sulla loro pelle) dimostrarono che non era possibile difendere i diritti degli immigrati solo per via giuridica; per questo il CII lavora per difenderli tramite l’organizzazione della lotta, tramite la piazza e l’opinione politica, avendo sempre presente la necessità di lottare uniti con i lavoratori, gli studenti e i settori più sfruttati della società italiana.
Che ruolo giocano in questo processo i partiti della sinistra di governo?
In Italia, i partiti della cosiddetta “sinistra radicale” (inclusi i centri sociali più grandi) hanno iniziato tempo fa a discutere di autorganizzazione del movimento degli immigrati; ma quando questa è diventata reale, hanno preso posizione contro, perché questa autorganizzazione non dava loro la possibilità di avere visibilità, di mettere “il cappello” sul nostro movimento. Questo problema esiste fino ad oggi. L’esempio più concreto può essere questo: da aprile 2006 iniziarono assemblee in tutta Italia per la preparazione di una manifestazione nazionale degli immigrati, cui parteciparono anche partiti ed associazioni di sinistra (Prc, Arci, Rete Antirazzista…) che una volta arrivati “al dunque” si tirarono indietro e non scesero in piazza.
Qual è il vostro giudizio sull’attuale governo e sulla sua politica in materia di immigrazione?
Il governo attuale è la stessa cosa del governo precedente. Anzi, da un certo punto di vista è peggio, perché il vecchio era chiaramente nemico degli immigrati, mentre questo, presentandosi come “amico”, ha diviso gli immigrati in immigrati “bianchi” (dell’Est Europa, più vicini alla cultura italiana), immigrati regolari (stabili, noi li chiamiamo gli immigrati “profumati”) e immigrati sfruttati, che vengono attaccati quotidianamente. Noi viviamo la difficoltà di questa divisione, perché mentre prima si può dire che eravamo tutti nella stessa barca, ora, ad esempio, gli immigrati dell’Est Europa dicono: “siamo comunitari (?!), qual è il problema?”; quelli stabili si sentono integrati nella società italiana, mentre il settore maggioritario, più sfruttato, subisce quotidianamente attacchi dalla legge, dai padroni, dai proprietari di casa, dalla mancanza di assistenza sanitaria. Ha utilizzato la logica pericolosissima e purtroppo efficace del “divide et impera”; è un governo contro cui bisogna lottare.
Qual è il vostro giudizio sulle recenti manifestazioni di Roma e Milano?
A Roma il corteo è stato organizzato da immigrati e vi hanno partecipato gli immigrati; è stato un corteo vivo dall’inizio fino al comizio di chiusura. Era pieno di slogan, era rivendicativo e combattivo. Invece a Milano, gli immigrati hanno partecipato ma non hanno organizzato il corteo, e infatti dall’inizio alla fine c’è stata solo musica, e solo un gruppo di immigrati partiti da Roma hanno gridato slogan e hanno cercato di “dare voce” ad un corteo muto. Noi da Roma siamo partiti anche con le bandiere della Cgil, perché la Cgil si è fatta carico delle spese di viaggio, ma con l’intenzione di gridare e di dare voce ed informazione agli immigrati, non per camminare in silenzio come in una sfilata.
Pensi che il Partito di Alternativa Comunista potrà aiutare lo sviluppo della vostra lotta? Che impressione ti ha fatto il nostro congresso fondativo?
Se di alternativa si tratta, allora c’è la possibilità di aiutare il movimento degli immigrati; penso che il PdAC debba, rispettandone l’indipendenza, mettere il settore dell’immigrazione al centro della sua azione politica, perché parliamo del settore più sfruttato della classe, e perché i lavoratori immigrati hanno tanta rabbia dentro contro il capitalismo, i padroni ed i loro governi; i nostri rapporti possono avere sviluppi molto positivi. Il congresso è andato benissimo, l’informativa di Marceca è stata chiarissima ed utile per i militanti; diverse testimonianze di situazioni di lavoro, la discussione sull’immigrazione e quella sulla guerra hanno contribuito a farne un congresso davvero “vivo”. A differenza di tanti congressi già scritti e finti qui c’è stata una discussione vera.




Brasile: l’opposizione di classe al governo Lula
Intervista a Zé Maria, presidente nazionale del Pstu (sezione brasiliana della Lit), tra i principali dirigenti del sindacato Conlutas.

Zé Maria è stato candidato alle presidenziali nel 2002 in alternativa al candidato della destra e a Lula, mentre alle ultime presidenziali il Pstu ha concorso alla presentazione di un terzo polo con la candidatura di Heloisa Helena.

a cura di Fabiana Stefanoni

Ci puoi illustrare la situazione politica e sociale del Brasile in questi anni di governo Lula?
La situazione sociale del Paese sta degenerando. La politica economica attuata dal governo Lula ha mantenuto, approfondendola, la stessa direzione dei governi precedenti. Per avere un’idea: il governo Lula ha sborsato nei quattro anni del suo primo mandato 490 mila milioni di reales (circa 180 mila milioni di euro, ndr) alle banche per il debito pubblico. È più di quello che il governo precedente ha pagato in otto anni. Si è mantenuta la tendenza a “saccheggiare” la maggioranza della popolazione per privilegiare una piccolissima parte della società: le banche e le grandi imprese. La conseguenza di questo, dall’altra parte della medaglia, è che sono stati sottratti soldi all’educazione, alla sanità, alla riforma agraria: sono aumentati notevolmente i guadagni dei grandi gruppi economici mentre la politica sociale ne ha risentito.
Tra l’altro, il governo Lula ha governato per quattro anni in una situazione in cui l’economia mondiale non è cresciuta. Quindi non c’è stata un forte pressione esterna al Paese come è avvenuto nel caso della crisi del 1975, nel 1995 e di nuovo nel 1997 e, per questo, si dice che il governo ha ereditato un “cielo stellato”, limpido. In questo quadro, il governo ha attaccato in forma più diretta un settore della classe lavoratrice, cioè gli impiegati statali: sono stati attaccati i loro salari e i loro diritti. È stata parte integrante della politica del governo la diminuzione della spesa dello Stato per il pagamento del debito. Per fare un esempio, il programma di pagamento che il governo ha elaborato ora per l’anno 2007, per un totale di circa 600 mila milioni di reales che lo Stato acquisisce in un anno, 240 mila milioni vanno in versamenti alle banche per l’ammortizzazione del debito pubblico. Quindi, la maggiore spesa dello Stato continua a essere il versamento di denaro alle banche e ai grandi gruppi finanziari. Per questo non si risolvono, ovviamente, i problemi sociali; ma il governo non ha avuto la necessità di attaccare direttamente la classe lavoratrice nel suo complesso e per questo non ci sono state esplosioni sociali: c’è malcontento, disincanto, ci sono stati momenti di lotta di settori della classe operaia ma non c’è una situazione esplosiva in questo momento.
Come ha organizzato il Pstu l’opposizione di classe al governo Lula?
Noi fin dall’inizio del governo ci siamo collocati all’opposizione, sulla base di una piattaforma fondata essenzialmente sulla difesa dei diritti e delle rivendicazioni dei lavoratori e dei loro movimenti; sull’opposizione alle politiche del governo sulla questione dell’Alca e del debito pubblico (interno ed esterno); sulla denuncia del governo, che con le sue politiche approfondisce la degradazione delle condizioni di vita della popolazione per privilegiare le banche e per assecondare gli interessi del capitale internazionale; sull’opposizione alle privatizzazioni (ora il governo sta privatizzando la riserva petrolifera di Petrobras). Sulla base di queste rivendicazioni, di queste parole d’ordine abbiamo organizzato mobilitazioni: abbiamo cercato di dare una spinta alla lotta contro la riforma della previdenza che è stata fatta nel 2003, abbiamo organizzato una mobilitazione nazionale dei lavoratori del settore pubblico che ha dato vita a uno sciopero generale del settore che è durato quasi quaranta giorni, abbiamo lanciato due manifestazione in Brasile, una con ventimila e una con settantamila persona. Non sono attività organizzate dal partito da solo, ma insieme ai sindacati di settore e altre organizzazione. D’altra parte, il Pstu ha stimolato le mobilitazioni dei vari settori dove la presenza del nostro partito, dei nostri quadri sindacali è più forte (settore metallurgico, bancario, petrolifero) organizzando assemblee di lavoratori, comitati ecc. Inoltre, nel 2004 e nel 2005 abbiamo lanciato una campagna contro la riforma del mercato del lavoro: fino ad ora siamo riusciti con la mobilitazione a impedirne l’approvazione nel Congresso nazionale. Inoltre, dopo gli scandali della corruzione del governo, abbiamo fatto una campagna contro la corruzione però legata alla critica alla politica economica del governo, rivendicando la necessità di una mobilitazione della classe lavoratrice contro il governo e anche contro la destra.
Adesso stiamo preparando la lotta contro la riforma del lavoro e contro la terza riforma della previdenza, ora che il governo si prepara per il prossimo mandato. Si sono approfondite le riforme neoliberiste in Brasile e c’è un maggiore peso delle banche e dei grandi gruppi finanziari nell’economia, perché la tendenza del governo è quella di cedere alle pressioni delle banche e si sta preparando una riforma del lavoro che va ad attaccare l’insieme della classe lavoratrice e non solo il settore pubblico. In questo momento ci troviamo in questa situazione.
Ci puoi spiegare, in relazione alle recenti elezioni in Brasile, la nascita del Psol e l’intervento del Pstu all’interno del fronte elettorale con quel partito?
L’arrivo di Lula alla guida del Paese ha chiuso un ciclo e ne ha aperto un altro. Per trent’anni la maggioranza delle classe lavoratrice è stata convinta dalla Cut (la principale centrale sindacale, ndr) e dal Pt (il partito di Lula, ndr), fortemente egemonici nella direzione della classe, che l’elezione di Lula poteva rappresentare una soluzione per i problemi che affliggono la popolazione, che la presidenza di Lula avrebbe cambiato il Paese. L’elezione di Lula ha aperto una crisi perché questo non si è dato, le cose non sono cambiate. È iniziato un processo, per quanto lento, di rottura con il Pt e con la Cut. Il processo di rottura è avvenuto in modo più rapido in quei settori della classe che sono stati attaccati più direttamente, ma tuttavia è stato lento in quei settori che in un primo momento sono stati attaccati meno pesantemente. Questa situazione, in ogni caso, ha dato il via a un processo di riorganizzazione e di ricomposizione, caratterizzata dalla rottura di settori della classe lavoratrice con il Pt, con il governo e con la stessa Cut. Questa crisi si è appena aperta e, a nostro avviso, è un processo in corso che si sta ampliando.
Il Psol è una delle espressioni di questa rottura: si tratta di una parte dei deputati e dei senatori del Pt che ha rotto con il governo e con il Pt e hanno cercato di costruire un nuovo partito con una fraseologia “radicale” per la sinistra socialista ma con un contenuto chiaramente riformista: non sono centristi, hanno rotto con il Pt e con Lula ma non hanno rotto con la concezione del Pt. La concezione del Pt nella fase precedente era quella di rieleggere i governatori, i deputati, i prefetti per cambiare il paese; nella sostanza, il Psol la pensa allo stesso modo. Per questo tutto ruota attorno alla figura della senatrice Heloisa Helena che è una figura molto “forte”, con riconoscimento nelle masse del paese, usa una fraseologia radicale ma priva di contenuti, è una “caudilla”. Questo è il contenuto reale di questo progetto, ma non è così che la gente lo vede. Una parte importante dei lavoratori che stanno rompendo con il Pt e che sono in rottura con la Cut vedono in questi dirigenti, in particolare in Heloisa Helena, la rappresentanza politica di questo processo di rottura. In questo contesto abbiamo discusso l’ipotesi del fronte elettorale, perché nella costruzione del partito rivoluzionario in Brasile e nella stessa costruzione di Conlutas non possiamo voltare le spalle a questi settori: ci sono migliaia di attivisti, di militanti che vedono in quei dirigenti un punto di riferimento. Per questo, la proposta di fronte elettorale che abbiamo fatto era funzionale a posizionare meglio il partito per la conquista di questi settori, con la coscienza del conflitto politico che si sarebbe generato all’interno di quel fronte e che infatti si è tradotto in due campagne elettorali, quella che ha fatto il Psol con Heloisa Helena, e quella che abbiamo fatto noi.
Abbiamo trovato un accordo politico su un manifesto buono politicamente, ma mentre noi abbiamo fatto campagna su quel manifesto il Psol ha fatto un’altra campagna. Questo ha fatto sì che in campagna elettorale la nostra principale polemica pubblica è stata contro Lula e contro la destra, ma in seconda istanza anche contro il Psol perché la loro politica non dava la possibilità di lottare coerentemente contro Lula e contro la destra. Per questo, facendo un fronte con loro siamo riusciti a dialogare con la loro base e, facendo una polemica pubblica, siamo riusciti a far avanzare politicamente questi settori di base: ma abbiamo potuto farlo solo perché abbiamo stabilito un dialogo con questi settori attraverso il fronte elettorale. La nostra valutazione del risultato di questa tattica è che è stato un buon risultato politico. Non vogliamo dire che il Psol non rappresenti un problema, anzi è un ostacolo importante alla costruzione del partito, perché ancora ha influenza su un settore importate degli attivisti d’avanguardia, e questo è un problema che ancora esiste.
Puoi fare un breve accenno alla divergenza sul voto al secondo turno alle presidenziali?
Il nostro partito aveva definito una posizione già prima del primo turno, affermando che al secondo turno bisognava dare voto nullo nel caso di un confronto tra Lula e il candidato della destra. Il Psol in quanto partito non ha definito una posizione. La posizione formale che il Psol ha assunto era di non avere una posizione sul voto al secondo turno. La maggioranza dei settori del Psol che hanno un’espressione pubblica e che ora hanno dei deputati hanno invitato a votare Lula, un’altra parte minoritaria si è espressa per il voto nullo, un’altra parte, come la stessa Heloisa Helena, ha affermato di non avere un’opinione in proposito o, meglio, di non volerla esprimere. Questo è stato anche un dibattito pubblico tra noi, alla presenza della stampa.
Spostandoci sul piano sindacale, parlaci dell’esperienza di Conlutas.
Conlutas è nata in questo stesso processo di ricomposizione. La conclusione cui sono arrivati quei settori di lavoratori che stavano lottando contro il governo a causa della riforma della previdenza nel 2003 era che era necessario costruire uno spazio nuovo di organizzazione della lotta, perché in quella battaglia la Cut si è collocata dalla parte del governo contro i lavoratori, infatti era a favore della riforma della previdenza e appoggiava il governo. Per questo, i lavoratori si trovavano confusi, senza più punti di riferimento e è iniziata una discussione sul che fare. La struttura sindacale in Brasile ha il suo centro nelle strutture “di base”, diversamente da qui. Solo le strutture “di base” negoziano per i lavoratori e firmano i contratti. Queste strutture sono organizzate per categorie e per regioni e si uniscono nazionalmente nella centrale sindacale: in quel caso la Cut, che dovrebbe essere lo strumento di unione nazionale di queste strutture, si è collocata contro i lavoratori. Dopo questo c’è stata una lotta dei bancari, con uno sciopero nazionale di trenta giorni, che è stata promossa dall’opposizione sindacale legata a noi, contro la direzione dei sindacati e contro il governo. La burocrazia sindacale della Cut aveva infatti già stretto un accordo con il governo a sostegno della politica economica del governo stesso. Quando nel 2004 il governo insieme con la Cut ha presentato la proposta di riforma del lavoro, questo processo ha avuto un’accelerazione: vari sindacati della Cut hanno convocato un incontro nazionale per organizzare un coordinamento di lotta contro la riforma. Il coordinamento di lotta successivamente si è tradotto in una rottura di questi sindacati dalla Cut e nel maggio 2006 questo processo è culminato nel congresso fondativo di una nuova centrale sindacale, Conlutas. È una centrale sindacale “popolare”, più ampia, che raggruppa i sindacati ma anche i movimenti di lotta per la casa, per la riforma agraria, gli studenti, i movimenti di lotta contro la discriminazione razziale, il movimento delle donne.
Puoi fare un accenno, necessariamente schematico, alla situazione in America latina?
Noi viviamo una situazione molto interessante in America latina, è una situazione rivoluzionaria in molte parti dell’America latina. È in corso un processo di radicalizzazione e polarizzazione della lotta politica e sociale, dal Venezuela alla Colombia, fino all’Uruguay. Solo per ricordare qualche evento, c’è stata nel 2000 un’insurrezione che ha rovesciato il governo dell’Ecuador, nel 2001 l’insurrezione in Argentina, nel 2003, 2004 tre insurrezioni in Bolivia, c’è una situazione di lotta in Perù, vari scioperi generali in Uruguay, c’è una situazione di insurrezione permanente in Paraguay, c’è la situazione del Venezuela, che è molto conosciuta, con i processi di polarizzazione politica, la mobilitazione in occasione del tentativo di golpe... C’è in America Latina una situazione molto forte, polarizzata, che, a nostro avviso, si è creata per l’applicazione del modello neoliberista, che ha approfondito molto la degradazione delle condizioni di vita delle popolazioni. Questa è la base delle esplosioni in questi Paesi. La contraddizione è che non c’è una direzione rivoluzionaria. In Ecuador, uno dei principali dirigenti dell’insurrezione del 2000 è stato eletto presidente nel 2002 e sei mesi dopo la popolazione si è ribellata contro di lui chiedendone la cacciata. Le masse, in Argentina come in Bolivia, hanno fatto grandi insurrezioni ma mancava una direzione, perché le mobilitazioni potessero tradursi in un governo dei lavoratori in grado di avviare la costruzione di una società socialista. Per questo, la situazione retrocede, la borghesia riprende il potere, ma c’è una grande instabilità generale. La Bolivia è la principale espressione di questo, così come l’Equador.
Un’ultima domanda: la tua impressione sul congresso, sulla nascita del Partito d’Alternativa Comunista, sezione italiana della Lit.
Quando ieri interveniva Caps (del Comitato esecutivo internazionale della Lit, ndr), dopo la decisione del congresso di aderire alla Lit, il compagno che stava traducendo si è messo a piangere per la commozione, e in quel momento anch’io stavo piangendo. Noi siamo molto emozionati. Noi diamo la nostra vita, io milito da più di trent’anni, per la costruzione della rivoluzione e non c’è nessuna possibilità di farla solamente nel nostro Paese. Serve un partito della rivoluzione mondiale, e avere qui un partito che si pone lo stesso obiettivo è molto importante, è per noi un privilegio molto grande, non solo per voi qui, ma per tutti noi. Siamo poca cosa, siamo un “gioiello” molto raro, ma siamo indispensabili, per costruire l’Internazionale e per la prospettiva del superamento del sistema capitalistico e dello sfruttamento del lavoro.




Verso la rifondazione della Quarta Internazionale!

La collocazione internazionale del PdAC

di Valerio Torre

“Il Congresso nazionale valuta positivamente il complessivo percorso che, nell’ottica della costruzione del partito sul piano internazionale, ha condotto Progetto Comunista - Rifondare l’Opposizione dei Lavoratori, dopo la rottura con il Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale (Crqi) a seguito della scissione dalla vecchia Amr, ad affrontare e discutere politicamente il quadro delle convergenze e delle divergenze esistenti con le più grandi tendenze internazionali, tra cui la Lit Ci (Liga Internacional de los Trabajadores - Cuarta Internacional), che si richiamano ai principi del trotskismo conseguente, non disdegnando peraltro il confronto anche con altre organizzazioni che si muovono nel quadro del marxismo rivoluzionario; fa proprie tutte le risultanze del lavoro istruttorio relativo alla costruzione internazionale di Pc-Rol sin qui svolto dal GdL Internazionale e dagli organismi dirigenti del partito e, condividendo le Tesi approvate dall'VIII Congresso mondiale della Lit (luglio 2005), delibera di chiedere alla Liga Internacional de los Trabajadores - Cuarta Internacional (Lit Ci) il riconoscimento del Partito di Alternativa Comunista (PdAC) come sezione italiana della Lit Ci, sulla base dei documenti congressuali in discussione e che verranno approvati dal Congresso”.
Lo scorso 6 gennaio, approvando questa risoluzione, fra gli applausi scroscianti e l’entusiasmo alle stelle, la platea dei delegati al Congresso fondativo del PdAC ha deciso di chiedere alla più grande tendenza internazionale che si batte per la ricostruzione della Quarta Internazionale - la Lit Ci - il riconoscimento come sua sezione nazionale del neonato partito rivoluzionario della classe operaia in Italia. Erano presenti in sala come invitati i compagni Angel Luis “Caps” Parras, del Comitato esecutivo internazionale della Lit; Ze’ Maria, principale dirigente del Pstu, sezione brasiliana della Lit, nonché dirigente del sindacato Conlutas; Josè Moreno Pau, dirigente del Prt Ir, sezione spagnola della Lit; Gil Garcia, del Fer Ruptura, sezione portoghese della Lit; nonché i compagni Jan Talpe e Gary Rubin, della Lct Qi, sezione belga della Lit.

La costruzione internazionale del PdAC

Si conclude in questo modo una prima fase del lavoro internazionale che il nuovo soggetto politico ha affrontato negli ultimi dodici mesi, una fase di lavoro intensissimo che - dopo la nostra scissione dal Crqi - ci ha visti impegnati nella costruzione del partito sul piano internazionale, oltre che su quello nazionale: ciò proprio perché non si dà costruzione di un partito comunista se non congiuntamente su entrambi i livelli. Difatti, lo scenario della lotta di classe non è limitato a questo od a quel paese, ma si dipana su scala globale: esattamente perché combattiamo l’idea (propria dello stalinismo) del socialismo in un paese solo, costruiamo il nostro partito intrecciando questo lavoro con quello analogo che compiono altri partiti nel mondo, nel più ampio quadro della rifondazione dell’Internazionale rivoluzionaria - la Quarta - dei lavoratori.
Ed è proprio per questo motivo - perché vogliamo costruirci come direzione rivoluzionaria delle lotte in Italia sapendo che non possiamo esimerci dal costruire, in Italia, la sezione della direzione internazionale delle lotte nel mondo - che, nell’affrontare il difficile compito di far nascere un partito rivoluzionario, ci siamo contemporaneamente impegnati perché esso nascesse come sezione di un’Internazionale rivoluzionaria dei lavoratori - la Quarta, quella fondata da Trotsky sullo sfondo della liquidazione della Terza stalinizzata (in questo senso il numero indica non già un feticcio, bensì un programma e, contemporaneamente, un lascito storico).
Partendo, infatti, dalla considerazione che la rivoluzione proletaria è attuale perché attuali sono le sue premesse oggettive (la crisi della società) e soggettive (l’esistenza di una classe rivoluzionaria), non può non vedersi che la connessione fra tali premesse è stata operata solo dal programma (e dall’Internazionale) trotskista. Solo il programma (e l’Internazionale) trotskista integra la lotta antiburocratica nella prospettiva della rivoluzione anticapitalista e proletaria mondiale: è l’unico programma che oggi - nella dichiarata continuità col bolscevismo dell’Ottobre, con le prime tre Internazionali e con la parola d’ordine principale del marxismo, la dittatura del proletariato - difende esplicitamente la prospettiva storica del socialismo.

Sulla strada della rifondazione della Quarta Internazionale

Per dare una prospettiva di vittoria alla classe operaia occorre partire dal recupero di quel programma e di quell’Internazionale, soprattutto oggi che la crisi congiunta del capitalismo, della socialdemocrazia e dello stalinismo apre uno spazio storico sociale e politico obiettivamente più ampio per il rilancio di quel programma e del suo partito mondiale.
Ci siamo quindi posti, sulla base di queste premesse, l’obiettivo di operare per un raggruppamento sulla convergenza politico programmatica, partendo ovviamente dalle forze che si richiamano al trotskismo conseguente. Dopo un lungo lavoro istruttorio del Gruppo di Lavoro Internazionale e degli organismi dirigenti, ci siamo confrontati con le due più grandi tendenze internazionali che si richiamano ai principi del trotskismo conseguente: la Lit Ci (Lega internazionale dei lavoratori - Quarta Internazionale) e la Ft Ci (Frazione trotskista - Quarta Internazionale), avendo anche un’interlocuzione con altre organizzazioni, tra cui la Frazione di Lutte Ouvrière, con le quali abbiamo allacciato rapporti tendenti a chiarire il quadro delle convergenze e delle divergenze esistenti.
Tali relazioni hanno preso le mosse da una serie di incontri preliminari con dirigenti di queste organizzazioni, scambio di documenti, di articoli che sono stati pubblicati sui rispettivi organi di stampa, discussione sui nostri testi congressuali con la presenza di dirigenti della Lit e della Ft al nostro Consiglio Nazionale. E tutto il percorso fatto ci ha convinti che sia la Lit che la Ft potessero essere parte - al di là di divergenze su aspetti relativi alla tattica, che a nostro avviso non intaccavano la comune elaborazione teorica e visione strategica - di un processo di aggregazione come percorso verso la rifondazione della Quarta Internazionale. In questo senso, ci siamo resi promotori di un incontro con delegazioni dell’una e dell’altra tendenza proponendo come terreno di discussione, tra gli altri, le nostre tesi congressuali. Tutto ciò, naturalmente, allo scopo di fornire, sia agli organismi dirigenti che all’intero nostro corpo militante, elementi di riflessione perché il Congresso potesse assumere una meditata decisione sulla nostra collocazione internazionale.
Si può certamente dire, senza enfasi, che quest’obiettivo - l’elaborazione davvero collettiva della scelta circa la collocazione internazionale del PdAC - è stato raggiunto: al Congresso (ma anche nella precedente fase istruttoria) la discussione sui temi internazionali e sulla nostra collocazione nel panorama delle tendenze che si richiamano ai principi del marxismo rivoluzionario ha veramente attraversato tutto il tessuto della nostra organizzazione; la discussione dei delegati su questo punto è stata appassionata e partecipata, con l’apporto di ulteriori elementi di riflessione per la successiva deliberazione congressuale.
Il dibattito si è concluso con la richiesta di adesione alla Lit, poiché la platea ha non solo valutato, nel complesso del dibattito, che le posizioni da quest’ultima espresse siano più in consonanza con la nostra elaborazione politica, ma soprattutto avendo maturato la consapevolezza che questa scelta, anche per le modalità con cui si è prodotta (la discussione franca, fraterna e leale, il confronto senza secondi fini sulle rispettive posizioni), costituisce realmente un progresso sulla strada della rifondazione della Quarta poiché, appunto, si tratta di un processo di aggregazione basato sulla chiarezza programmatica.
L’importante decisione di chiedere alla Lit il riconoscimento del PdAC come sua sezione nazionale non significa certo chiudere la discussione con la Ft e con le altre organizzazioni. Al contrario: è nostro intendimento proseguire, come parte della Lit, il dibattito e l’interlocuzione con tutte quelle tendenze che condividono i principi del marxismo rivoluzionario al fine di favorire processi di aggregazione come parte del percorso della rifondazione della Quarta Internazionale, secondo il metodo che rivendichiamo nelle nostre Tesi.
Il tentativo di raggruppamento da noi posto in essere costituisce senza dubbio un passaggio centrale nel processo lungo e difficile della rifondazione della Quarta Internazionale; ed indica un metodo di costruzione del partito mondiale basato sul tentativo costante di raggruppare i rivoluzionari sulla base del programma, superando quel settarismo e quella presunzione di autosufficienza che sono purtroppo molto diffusi e che costituiscono una delle cause della frammentazione attuale dei trotskisti conseguenti.
In questo senso, riteniamo che la lunga e difficile strada della rifondazione dell’Internazionale rivoluzionaria dei lavoratori passi attraverso l’interlocuzione che, a partire dalla scelta di collocazione internazionale che abbiamo fatto in questo Congresso, vogliamo continuare ad avere con tutte quelle tendenze che condividono i principi del trotskismo conseguente, sfidandole ad abbandonare il settarismo ed il dogmatismo per discutere e confrontarsi su una base programmatica.
Con la richiesta di affiliazione del PdAC alla Lit si chiude, come detto, una fase. E, da questo punto di vista, se ne apre subito un’altra: quello appena segnalato dovrà essere il compito immediato sul piano internazionale del lavoro politico del partito che è nato a Rimini.



Non è che l’inizio!
Resoconto del congresso fondativo del Partito di Alternativa Comunista, sezione italiana della Lit

Fabiana Stefanoni

Sono passati circa otto mesi da quel giorno di aprile in cui, all’indomani della vittoria elettorale dell’Unione, alcune centinaia di militanti e dirigenti di Rifondazione comunista hanno rotto con Rifondazione comunista – in procinto di entrare nel governo Prodi – e hanno dato il via al processo costituente di un nuovo partito comunista. Non si può dire che siano stati mesi di riposo: se fin da subito molti attivisti provenienti da Rifondazione, ma anche dal sindacalismo di base e da esperienze di lotta e movimento, hanno abbracciato il nostro progetto, solo il passare del tempo e un generoso dispendio di energie da parte dei nostri militanti hanno dato dei frutti significativi.
Fin da subito, in quasi tutte le città d’Italia, abbiamo cercato di dar voce, nonostante un silenzio assoluto da parte della stampa nazionale, a un’esigenza a nostro avviso irrinunciabile: la costruzione di un soggetto politico in grado di rappresentare, dopo il passaggio di Rifondazione comunista dall’altra parte della barricata, gli interessi dei lavoratori, dei disoccupati, dei giovani precari, degli immigrati; la costruzione di un’opposizione di classe a un governo che si apprestava a rappresentare gli interessi di Confindustria e a infliggere un duro colpo alle classi popolari. Prevedevamo che il governo Prodi sarebbe stato, per i lavoratori, ancora più nefasto del governo precedente: la Finanziaria – con i tagli alla spesa sociale e l’avvio dei fondi pensione – ha confermato drasticamente le nostre previsioni. Dicevamo che con il sostegno di Rifondazione comunista e della Cgil, si sarebbe tentato di mettere un bavaglio alle lotte e alle mobilitazioni. In entrambi i casi, non ci siamo sbagliati, come non ci siamo sbagliati quando abbiamo visto, in questo dramma per la classe operaia italiana, il contemporaneo liberarsi di uno spazio politico per costruire un partito comunista degno di questo nome, in grado di fare dell’opposizione a tutti i governi del padronato la discriminante del proprio agire. Come hanno dimostrato la manifestazione del 4 novembre contro la precarietà, lo sciopero del 17 novembre, le proteste degli operai di Mirafiori, le mobilitazioni degli insegnanti, degli immigrati, degli studenti, le lotte non si arrestano: il Partito di Alternativa Comunista si pone l’obiettivo, ambizioso, di dar voce a queste rivendicazioni per costruire, come dice il nome stesso, una vera alternativa.

Dopo tanto lavoro...

Dopo la rottura con Rifondazione comunista, Progetto comunista ha saputo conciliare due esigenze: da un lato, la realizzazione di momenti di proiezione pubblica del nostro appello alla costruzione di un nuovo partito (presentazioni pubbliche in tutte le città, assemblee, conferenze stampa...): dall’altro lato e parallelamente, la costruzione fin da subito dell’opposizione di classe al governo Prodi con la partecipazione attiva a tutti i momenti di mobilitazione e lotta che, cadute le illusioni dei più in un governo migliore del precedente, si sono venute in questi mesi a creare. Per questo, le adesioni più significative al nostro progetto sono venute da parte di operai impegnati nella battaglia contro padronato e burocrazie sindacali, da attivisti sindacali, da rappresentanti di quei movimenti di lotta che rappresentano i settori più sfruttati della classe lavoratrice, immigrati in primo luogo.
Gli organismi dirigenti provvisori che ci siamo dati in aprile, attraverso un lavoro collettivo e con ampia discussione, hanno prodotto un manifesto a tesi e uno statuto che sono stati dibattuti, a partire dagli inizi di ottobre, in quasi tutte le città, con l’apporto di contributi significativi. Questo ci ha permesso di avvicinare tanti nuovi compagni al nostro progetto, con nuovi iscritti (militanti e simpatizzanti) alla costituente del partito.
Lo sforzo generoso dei nostri quadri – che ci ha dimostrato nella prassi che non è con la partecipazione ai salotti televisivi né con il bluff mediatico che si costruisce un partito ma, piuttosto, con i militanti in carne ed ossa – ci ha permesso di convocare congressi locali in tante città italiane. L’esito è stato, per tutti noi, entusiasmante: nonostante le tante difficoltà che abbiamo incontrato, il 5-6-7 gennaio, a Rimini, è nato il Partito di Alternativa Comunista (PdAC). In una sala gremita per la partecipazione, oltre che dei delegati, anche di tanti invitati, la discussione – “vera”, come l’ha definita efficacemente il compagno Bachu, portavoce del Comitato Immigrati d’Italia presente al congresso – non ha avuto tregua: quasi tutti i delegati (molti giovanissimi) sono intervenuti nelle tre sessioni del congresso stesso (politica, internazionale, statuto), portando un contributo significativo alla discussione dei documenti e all’elaborazione dell’intervento del partito nella prossima fase. A differenza di tanti congressi o pseudocongressi, non c’è stato nulla di artificioso, e di questo si sono stupiti soprattutto gli invitati: non un leader che detta la linea, ma l’elaborazione collettiva di un percorso politico.

...si raccolgono i frutti

I lavori hanno avuto inizio con la relazione politica di Antonino Marceca, che ha analizzato l’attuale fase, soffermandosi in particolare sull’attacco ai lavoratori sferrato dal governo con il varo della Finanziaria. La relazione ha ribadito gli assi fondamentali nel nostro intervento politico, fermo restando l’obiettivo della costruzione dell’opposizione di classe al governo Prodi: l’intervento sindacale e nelle mobilitazioni sulla base di una piattaforma transitoria; la realizzazione di momenti di lotta parallelamente alla costruzione del partito; la lotta contro la riforma delle pensioni, contro lo scippo del Tfr, contro la precarietà – con la creazione di comitati nei luoghi di lavoro e nei quartieri – e la battaglia in difesa dei diritti degli immigrati. Il dibattito, oltre agli interventi dei compagni già iscritti a Pc Rol, ha visto partecipare, con un saluto delle rispettive organizzazioni, anche il compagno Bachu, presidente del Comitato Immigrati d’Italia, il compagno Rizzo dello Slai-Cobas e i tanti ospiti internazionali. Sono infatti intervenuti il compagno Bernard Filippi, dirigente della frazione di Lutte Ouvrière e, per la Lega internazionale dei lavoratori – Quarta Internazionale (Lit-Ci), l’organizzazione internazionale cui il congresso ha deciso di aderire: il compagno Zé Maria, presidente del Pstu brasiliano (tra i principali dirigenti del sindacato Conlutas, candidato alle presidenziali nel 2002 in alternativa al candidato della destra e a Lula; dirigente del Pstu, partito che alle ultime presidenziali ha concorso alla presentazione di un terzo polo con la candidatura di Heloisa Helena), il compagno Angel Luis Caps (intervenuto a nome del Comitato esecutivo internazionale della Lit) e il compagno José Moreno Pau, entrambi membri della direzione del Prt spagnolo, il compagno Gil Garcia del Portogallo dirigente di Ruptura-Fer, i compagni Jan Talpe e Gary Rubin della Lct del Belgio.
Parallelamente alla discussione politica, si è svolta la discussione sullo statuto, su cui ha relazionato il compagno Francesco Ricci, ribadendo i principi cui ci siamo ispirati: la necessità della costruzione di un partito di militanti; la definizione dei criteri per l’adesione al partito (condivisione del programma, militanza attiva, sostegno finanziario al partito); il rifiuto di un partito “leggero” che favorirebbe il “peso” di pochi leader. Proprio nel corso della discussione dello statuto, è stata votata la proposta del nome del partito, che ha ottenuto la maggioranza dei consensi rispetto ad altre proposte avanzate.
La sezione successiva è stata dedicata all’analisi della situazione politica internazionale e alla definizione del nostro posizionamento rispetto alle principali tendenze internazionali che si richiamano al trotskismo. La dettagliata relazione di Valerio Torre ha spaziato dall’analisi della contingenza storica – con particolare attenzione agli scenari di guerra in Medio Oriente e alla situazione esplosiva dell’America Latina – alla definizione del nostro orizzonte strategico, a partire dalla necessità della costruzione del partito internazionale della rivoluzione, la Quarta Internazionale. Attraverso un bilancio delle esperienze e degli errori del passato, la relazione del compagno Torre si è tradotta in una proposta concreta, già sostenuta all’unanimità dal gruppo dirigente uscente: la richiesta di adesione alla Lit-Ci (Lega internazionale dei lavoratori – Quarta Internazionale). Grazie al materiale diffuso dal gruppo di lavoro internazionale del costituendo partito e di vari incontri con dirigenti e militanti della Lit in Italia, a Madrid e a Bruxelles, la discussione internazionale è stata ricca e si è tradotta in un’entusiasta approvazione, da parte del congresso, della proposta stessa. Il momento che ne è seguito è stato, se possiamo concederci questa espressione, emozionante: il compagno Caps, intervenendo a nome del Comitato esecutivo internazionale della Lit, ha definito questo un momento storico, sottolineando la straordinaria sintonia, nonostante i percorsi diversi fin qui intrapresi, tra l’impostazione politico-programmatica del nostro partito e quella della Lit e delle sue sezioni. Oggi, la Lit ha una nuova sezione in Italia: un piccolo passo in avanti verso la rifondazione dell’Internazionale trotskista.

E ora ancora al lavoro!

La nascita del Partito di Alternativa Comunista è solo l’inizio di un percorso politico: ora si tratta di rafforzare il partito per renderlo un punto di riferimento credibile per i movimenti di lotta che nasceranno nei prossimi mesi. Le intenzioni del governo Prodi nei confronti dei lavoratori sono ormai chiarissime: tanto più l’attacco sarà pesante nei confronti dei lavoratori, tanto più sarà necessario costruire l’opposizione di classe a quel governo, che gode dell’appoggio fedele di Rifondazione comunista e che può giocarsi la carta della concertazione. Non staremo a guardare: costruiremo il partito nelle lotte, per costruire col partito le lotte stesse. Il compito che ci attende è arduo e ambizioso, ma abbiamo la forza di una convinzione a sostenerci: che solo la rivoluzione socialista mondiale potrà liberare l’umanità dallo sfruttamento del lavoro e dalle altre oppressioni, dalle guerre, dal disastro ambientale.



Contro ogni devastazione ambientale in nome del profitto
Bari: no alla colmata di Marisabella
Una lotta non solo ambientalista ma per tutti i lavoratori

Pasquale Gorgoglione* e Donato Cippone**

Il disastro ambientale

A Bari da tempo si parla del raddoppio della colmata dell’ansa portuale di Marisabella. L’aggiunta di altri 30 ettari di cemento porterà a 50 ettari la superficie totale della spianata, grande quasi quanto tutta Bari vecchia. Secondo le intenzioni del governo e delle istituzioni locali l’opera servirà a creare un’enorme area per la movimentazione dei container.
Non poche sono le ripercussioni che la grande opera provocherà sull’ambiente. In primo luogo, scomparirà il fondale marino, sia laddove si estenderà la spianata di cemento sia nelle acque immediatamente antistanti, per raggiungere una profondità adeguata alle navi container. A colpi di dinamite l’ecosistema sarà spazzato via, determinando tra l’altro la scomparsa di un’alga, la Posidonia. Inoltre, la colmata già esistente costituisce un parziale ostacolo allo sbocco di una falda acquifera sotterranea, cosicché di frequente si verificano allagamenti di numerosi locali interrati. Se l’opera venisse ampliata sarebbe completamente occluso lo sbocco di falda e gravi sarebbero le ripercussioni sull’abitato nelle vicinanze. Un’altra prevedibile conseguenza negativa sulla zona abitata sarebbe causata dal trasporto dei container su gomma attraverso una parte della città. Bisogna immaginare, dunque, lunghe schiere di tir, i quali ogni giorno riverserebbero nel quartiere il loro carico di smog, polveri, rumori, ingorghi.
Le considerazioni fin qui esposte in parte sono frutto di studi effettuati dai comitati di cittadini che si oppongono all’opera, in parte sono semplicemente valutazioni frutto del buon senso e di un minimo di rispetto dei luoghi in cui si vive. Come è facile dedurre dalla gravità delle questioni sollevate, il processo di progettazione e di insediamento di un’opera di tale portata avrebbe richiesto un approccio ben più rigoroso e scientifico di quello fin qui seguito ed è inaccettabile che debbano essere i cittadini ad interrogarsi sull’opportunità e sulla compatibilità ambientale della colmata.

Il ruolo del centrosinistra: amministrare i malumori della gente per difendere il profitto dei padroni

Prima di diventare ministro dell’ambiente, Pecoraro Scanio vestiva i panni dell’incorruttibile difensore della natura. Durante la campagna elettorale cavalcava i pulpiti dichiarando che “non un centimetro cubo di cemento” sarebbe stato versato per la colmata qualora egli fosse stato eletto. A giudicare da quello che succede oggi bisogna riconoscere a Pecoraro una considerazione e un’osservanza assolutamente non comune del principio di coerenza: non un centimetro di cemento, appunto, ma ben... trenta ettari! Come lui, una lunga serie di dirigenti “rifondaroli” e della cosiddetta sinistra radicale ricoprono oggi importanti poltrone nei governi della borghesia locale e si trovano nella non invidiabile posizione di dover far coincidere, tramite la retorica, le menzogne da raccontare alla popolazione e ai militanti di base con il pragmatismo padronale da praticare nelle stanze dei bottoni. In queste mani la questione della colmata è diventata una patata bollente che ognuno scaricava all’altro.
Nel momento in cui bisognava esprimersi sulla necessità del Via (Valutazione d’impatto ambientale), si è scatenato un grande balletto, per lo più mediatico, in cui le responsabilità rimpallavano dal già citato ministro all’assessore regionale all’ambiente Michele Losappio (Prc), dal governatore poeta Vendola al padre padrone dei Verdi pugliesi, Lomelo, dal sindaco Emiliano alla Marchetti, sottosegretario all’ambiente (Prc). Risultato finale: il Ministero non considera necessaria la valutazione d’impatto ambientale ma rimanda a Losappio la responsabilità di effettuare dei poco chiari accertamenti e di rilasciare il definitivo via libera ai lavori…

La nefasta strategia della borghesia

La dialettica manifestatasi sin qui vedeva contrapporre la difesa dell’ambiente alle ragioni dello “sviluppo” (il denaro da destinare agli speculatori e ai padroni). Per l’esecuzione dei lavori verranno sborsati oltre 60 milioni di euro, un facile bottino per le imprese edili baresi che da sempre costituiscono una lobby potentissima. Tuttavia, non si tratta solo di devastazione ambientale e speculazione edilizia. Il padronato e i suoi rappresentanti istituzionali dipingono la colmata come una grande occasione di sviluppo economico ed occupazionale del territorio. Naturalmente non è così. Come sempre accade, dietro la maschera di benefattori i padroni nascondono le motivazioni reali legate al profitto.
I pochi e precari posti di lavoro legati alla movimentazione merci non compensano affatto la perdita occupazionale nell’industria e nella manifattura che costituisce il presupposto fondamentale alla realizzazione dell’opera. La Puglia, come il resto d’Italia, vive in una fase di deindustrializzazione profonda. La strategia di molte grosse aziende è chiudere e delocalizzare, per sfruttare la manodopera a basso costo dei paesi dell’est e, al tempo stesso, mantenere il mercato in Italia, motivo per il quale gli imprenditori hanno l’esigenza di infrastrutture per far rientrare le merci.
Le sempre più frequenti missioni di corpose delegazioni di governo e imprenditori verso i paesi in via di sviluppo, alla ricerca di nuove possibilità di sfruttamento della forza lavoro e di risorse pubbliche, illustrano bene in che direzione si muove buona parte di quegli imprenditori che negli ultimi anni si sono dichiarati in crisi. Se Prodi, in Cina come in altri paesi, va a trattare per il supersfruttamento dei lavoratori, deve anche garantire a quei paesi l’apertura del proprio mercato nazionale. E’ chiaro che in queste condizioni il padronato potrà aumentare la precarietà del lavoro e abbassare i salari anche in Italia, come già avviene. Questo è un esempio pratico di come, per garantire il massimo profitto ai padroni, non solo si distrugge l’ambiente ma si condanna alla miseria milioni di lavoratori, in Italia come nel mondo.

La ripresa delle proteste

Contro la colmata Marisabella si sono mobilitati per anni comitati di cittadini, movimenti spontanei, decine di militanti di sinistra, molti semplici cittadini, confluiti nel comitato “Fronte Porto”. Per molti di loro mandare al governo, nazionale e locale, i rappresentanti della sinistra radicale, quelli che professavano integralismo ambientalista in campagna elettorale, costituiva una vittoria importante per la causa. Il comportamento di questi dirigenti all’interno dei governi ha profondamente deluso e demotivato molti militanti a tal punto che ora l’intero movimento risulta molto indebolito.
Oggi l’azione di Pc Rol mira a dare nuovo slancio alle legittime proteste della popolazione e dei militanti di base contro questa ennesima dimostrazione di arroganza del padronato barese, sostenuta a fasi alterne dal governo Prodi e dalle giunte locali di Vendola, Divella ed Emiliano. Si è partiti con semplici presidi davanti alla sede regionale della Rai e davanti al porto. Piccole azioni che hanno riscosso il consenso non solo dei militanti del Fronte Porto ma anche dei lavoratori, di alcuni militanti onesti di Rifondazione e del consigliere comunale Donato Cippone, il quale ha avuto il coraggio di rompere con la truffaldina amministrazione barese di centrosinistra.
Non serve solo uno sforzo per unificare nella lotta l’operato, altrimenti disomogeneo, di tante forze singole e disorientate: occorre un impegno costante e al tempo stesso consapevole del fatto che è possibile rifondare le fila di un’opposizione solo su basi politiche chiare e di classe, prive di ambiguità e riserve rispetto ad un centrosinistra a direzione liberale decisamente non riformabile. Così, alle sacrosante obiezioni di carattere ambientale, solo Pc Rol lega le ragioni del mondo del lavoro, il vero terreno di scontro sociale dal quale scaturisce buona parte delle oppressioni e delle contraddizioni di questa società.

L’azione di Pc Rol a Bari: costruire l’unità nelle lotte contro i governi antipopolari

Il nostro contributo alla lotta contro la colmata di Marisabella si inserisce in un percorso politico più ampio, intrapreso nel capoluogo pugliese. Volendo tracciare un bilancio della fase politica di transizione, che va dalla scissione da Rifondazione Comunista alla nascita del nuovo partito in gennaio, il giudizio non può che essere positivo. Circondati dalla profonda delusione suscitata dai governi antipopolari, sia locali che nazionali, del centrosinistra e del rapporto del Prc e della sinistra radicale con questi, abbiamo portato con forza, nel dibattito tra i movimenti e i militanti di sinistra, la necessità di costruire un’opposizione organica e di classe, capace di dare nuovo vigore e contenuti davvero rivoluzionari alle lotte.
Questo è stato il filo conduttore di una fase politica segnata da avvenimenti significativi, dalla lotta alla finanziaria a quella contro il termovalorizzatore di Modugno, dalle proteste a fianco degli operatori sociali del Cama Lila contro il sindaco Emiliano allo scontro tra Vendola e Petrella sull’acqua, in cui siamo intervenuti a favore di quest’ultimo sostenendo la ripubblicizzazione dell’Acquedotto Pugliese. Il favore di tanti lavoratori, studenti, giovani, pensionati, disoccupati, militanti di Rifondazione (sempre più gli “ex”) e finanche piccoli commercianti, rappresenta oggi lo stimolo più grande per affrontare con entusiasmo e ottimismo la costruzione del nascituro partito comunista. Non l’ennesima setta, non la scissione dell’atomo, ma un soggetto politico realmente capace di unire sulla base di una comune volontà di trasformare la società in senso rivoluzionario.

*Pc-Rol Bari
**Consigliere comunale a Bari










Iscrizione Newsletter

Iscrizione Newsletter

Compila il modulo per iscriverti alla nostra newsletter - I campi contrassegnati da sono obbligatori.


Il campo per collaborare col partito è opzionale

 

Appuntamenti

 27 OTTOBRE PUGLIA

 


 

TRE GIORNI NAZIONALE 

16-17-18- OTTOBRE

CLICCA PER IL

PROGRAMMA COMPLETO 

 


14 OTTOBRE SALERNO

 


9 OTTOBRE ROMA
 
 
 

 
8 OTTOBRE EMILIA ROMAGNA
 
 

 
5 OTTOBRE LOMBARDIA
 
 
 
 

 
1 OTTOBRE BARI
 
 
 

 
22 SETTEMBRE
 
 
 

 
 
 
 
 

 

 

 
 
 
 
 

Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale

NEWS Progetto Comunista n 96

NEWS Trotskismo Oggi n16

Ultimi Video

tv del pdac

Menu principale